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Data: 31/12/2002 - Anno: 8 - Numero: 4 - Pagina: 33 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

“TAVOLE E BOTTIGLIE ECCELLENTI DELLA CALABRIA”

Letture: 1096               AUTORE: Vincenzo Squillacioti (Altri articoli dell'autore)        

“TAVOLE E BOTTIGLIE ECCELLENTI DELLA CALABRIA” (di Giuseppe Antelmi) Il 29 ottobre 2002, con inizio alle ore 10,30, all’hotel Guglielmo in Catanzaro è stato presentato, a cura della Confederazione Italiana degli Agricoltori (CIA) della Calabria, l’interessante volume enogastronomico di Giuseppe Antelmi. L’opera è la quarta della collana dell’Autore pugliese, dopo quelle sulla Campania, sulla Basilicata, sulla Puglia. Tra i cento operatori calabresi di cui l’opera tratta figura la nostra Irene Circosta, titolare dell’azienda agrituristica biologica “Gocce di Sole” in contrada Ponzo, nel Comune di Santa Caterina Ionio. Al tavolo dei relatori: il Vicepresidente nazionale con il Presidente e il Vicepresidente regionali della CIA; il Sindaco di Catanzaro; Gianfranco Manfredi, direttore del mensile “Calabria”; Giuseppe Antelmi, autore del libro; un noto operatore enogastronomico della nostra regione. Previsto, ma assente, il Presidente della Giunta della Regione Calabria. Tra gli interventi programmati: quello del Presidente della Confagricoltura; del Presidente della Coldiretti; del sottoscritto, nella qualità di rettore del periodico culturale “La Radice”. Poiché si tratta di un avvenimento sicuramente culturale, e che ci interessa da vicino per più di un motivo, riteniamo opportuno oltre che utile riportare qui di seguito l’intervento del direttore di questo periodico. “Ho letto ‘Tavole e bottiglie eccellenti della Calabria’ con l’attenzione che il libro meritava, per più motivi, per quel che mi riguarda. Prima di tutto perché mi è stato donato da Irene Circosta, mia vicina di casa, ragazza che conosco dalla nascita, di cui ho seguito fin dall’inizio l’amore per la sua creatura agrituristica ‘Gocce di sole’, che è sì in territorio di Santa Caterina Ionio, ma che i Badolatesi considerano cosa loro perché frutto dell’imprenditoria appassionata e intelligente di Irene, appunto, e dei suoi genitori, malati, direi quasi, di agricoltura biologica. Il padre mi ha persino convinto, qualche anno fa, di organizzare a Badolato un convegno, regionale, sull’agricoltura biologica. Convegno che abbiamo realizzato, con veramente lusinghiero successo di relatori e di pubblico, chiaramente interessato. Ho letto il libro con interesse perché curato da Giuseppe Antelmi, che io ho avuto il piacere di conoscere, e quindi di stimare, quand’egli ha cominciato a frequentare e a seguire la famiglia Circosta. Ulteriore stimolo alla lettura m’è stato dato dalla qualificate firme delle pagine introduttive, come quella, ad esempio, di Pantaleone Sergi. E poi devo confessare che, reduce da alcuni giorni trascorsi in Toscana dove ho avuto incontri con il vino di Montepulciano, con il pecorino di Pienza, con il Persico di Chiusi,...ho avvertito un po' prepotente il bisogno di conoscere che cosa e dove si mangia e si beve di buono nella nostra regione. Sì, è vero, pur senza essere un grande mangiatore, ho anch’io apprezzato squisiti piatti di pesce, a Scilla e a Pizzo, e lo stocco cucinato in venti diversi modi in quel di Mammola, e gustosissimi antipasti in quel di Civita, nel Pollino; ma questo libro mi ha incuriosito per l’originalità dell’impostazione e, se vogliamo, anche per la grafica. L’ho letto, quindi, ed è stato per me un nuovo giro della Calabria, in quanto anni fa ho dovuto percorrerla (stando a casa, però) per enucleare 64 luoghi eccellenti di cui tratteggiare, in sintesi, caratteristiche culturali e turistiche per una guida da offrire a chi si avventura qui da noi. Adesso, con questa lettura ho scoperto la magnificenza della nostra cucina e della nostra cantina, in ciò agevolato dall’intelligente scelta dei cento luoghi di ristoro, di cui si scrive nel libro, distribuiti in modo equilibrato su tutto il territorio calabrese, senza lasciare zone d’ombra. Un libro, quello di Giuseppe Antelmi, i cui i protagonisti indiscussi sono la cucina calabrese, e i vini che la bagnano. Un libro nel quale io ravviso inoltre alcune notevoli peculiarità. Intanto, forse ancor più che i piatti e i bicchieri, i primi protagonisti sono gli operatori. Ho letto nelle pagine introduttive che si tratta di un libro fatto a più mani, e difatti lo è; mani talvolta molto diverse le une dalle altre, guidate da motivazioni non sempre coincidenti con quelle di altri operatori-colleghi, ma che hanno una unitarietà di timbri e di toni da far venire in mente una suonata a più mani al pianoforte. Una specie di mosaico in cui l’esperienza di ciascuno è una tessera musiva , esclusiva per costituzione morfologia e colore, ma che insieme alle altre, a tutte le altre, forma un unico mosaico: un mosaico grande quanto tutta la Calabria enogastronomica. Altra peculiarità, che è balzata evidente ai miei occhi leggendo questo libro, è l’esaltazione, non eccessivamente appariscente, ma certamente decisa, del territorio. Ovunque, difatti, si legge di antichi poderi, di riposante vegetazione, di colline, di terrazze, di strutture della nostra ormai quasi scomparsa architettura rurale, quali ville di campagna, frantoi, mulini e così via. C’è persino un ristoratore che scrive che i suoi ospiti ‘elevano il territorio a contenitore del sapere, chiedono le storie, le leggende, le ricette, si acculturano’. È un periodo questo in cui un po’ tutti, istituzioni pubbliche e gruppi privati, s’interessano con particolare attenzione al territorio, inteso in tutte le sue accezioni. Sappiamo, ad esempio, dei Parchi letterari, tipo quello di Norman Douglas, che, partendo dal Pollino scende sino a Crotone; del Parco letterario Corrado Alvaro, di San Luca. Si parla in questo periodo di un Parco letterario Campanella-Cassiodoro, che andrebbe da Stilo a Squillace, comprendendo la Certosa di San Bruno. Tutti sappiamo dello sviluppo dei Parchi montani, anche in Calabria, con risultati tanto positivi da motivare una presa di posizione del direttore generale del ministero preposto proprio alla tutela ambientale: questo direttore generale, in un recente incontro a Ravello, ha suggerito ai Presidenti dei Parchi Nazionali d’Italia di essere meno restrittivi, meno conservatori. E si pensa già ad una legge che permetta la caccia e conceda maggiore spazio nei parchi al profitto privato. Avviandomi alla conclusione dico brevemente di un’altra peculiarità di questo libro: è un’opera che, direttamente od indirettamente, fa recupero culturale. E questo non può che farmi tanto piacere, in quanto si trova in linea, per così dire, con il nostro periodico, “La Radice”, che ha come fondamentale obiettivo il recupero della nostra cultura, prevalentemente contadina e artigiana. Questo libro fa recupero in senso stretto in quanto, tutti concordi, gli operatori si danno da fare per ricercare e proporre sapori antichi, i più qualificati, i più genuini. In ciò contribuendo a creare, tra l’altro, una continuità tra generazioni, nonni padri figli, un legame tra passato e presente, che è poi uno dei pochi riferimenti validi che ci rimangono, in un mondo di così tanta incertezza. Ma si tratta anche di un recupero indiretto, di manufatti rurali, come dicevamo, di oggetti che sono testimonianza di una cultura che qualcuno definisce subalterna, che facciamo appena in tempo a strappare allo sfascio totale. Questo libro, anche se in modo indiretto, dà numerosi messaggi in tale direzione. Il tutto…facendoci mangiare bene. Ovviamente non il libro, ma gli operatori. Attenzione, però! E concludo. In un primo tempo, e/o in un certo spazio, si mangia per sconfiggere la nera fame, per non morire. Non è il caso nostro. In una condizione socio-economica diversa, si mangia per vivere, per lavorare, per produrre, per stare bene. Ed è il caso nostro. In una condizione più evoluta si mangia per il piacere di mangiare, oltre che per stare bene. Si mangia perché fa piacere mangiare; perché fa piacere mangiare cibi e bere vini eccellenti. Si mangia per soddisfare nel modo migliore la gola. Questa fase è spesso caratterizzata da uno sperpero di sostanze, sperpero tanto dannoso quanto deplorevole e colpevole, da parte, ovviamente, non dei ristoratori ma degli “ospiti”, che prenotano e pagano cento, per poi consumare cinquanta. È un grave male sociale. Ai nostri cento e mille che operano nel settore della ristorazione eccellente il mio augurio che siano bravi anche nel prevenire questo male. Catanzaro, 29 ottobre 2002
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