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Data: 30/06/2003 - Anno: 9 - Numero: 2 - Pagina: 33 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

RACCONTO DI TEMPI VISSUTI CHE PAION SOGNATI

Letture: 1015               AUTORE: Antonio Nardone (Altri articoli dell'autore)        

(I lettori ricorderanno che nell’ultimo numero del periodico è stato trattato, in questa rubrica, il dramma degli sfollati del Lazio nella prima parte del 1944. In fondo alla pagina 40 del n° 1/2003, in particolare, abbiamo citato il preside in pensione professor Antonio Nardone, abbiamo scritto delle sue puntuali e doloranti dichiarazioni in alcuni contatti telefonici. In uno di tali contatti ci ha promesso che -forse- avrebbe scritto per noi una memoria su quei tristi giorni. Ebbene, il preside Nardone ha mantenuto la promessa, mandandoci un lungo e toccante scritto che noi qui pubblichiamo, senza nulla togliere e senza nulla aggiungere, non solo per il dovuto rispetto al nostro collaboratore, ma anche e soprattutto perché convinti che la storia più vera, quella della gente, va scritta partendo proprio dalle infinite microstorie dei protagonisti-testimoni degli episodi, dei fatti, degli eventi.) Al Monacato, dopo una intera settimana d’ ininterrotto martellamento con ogni tipo d’arma, quello aereo compreso, arrivarono gli Americani la mattina del 1° febbraio 1944, favoriti da una densa nebbia umida e fredda, che li faceva sembrare, nelle loro tute mimetiche, ombre buffe e fuggevoli. Infatti ogni soldato, giunto ad un certo punto dell’erto sentiero, in un batter d’occhio scompariva negli anfratti e tra i superstiti cespugli massacrati dai proiettili, scavandosi subito la propria buca per rimpiattarvisi e puntar l’arma verso la montagna. Ma nella notte i Tedeschi s’erano ritirati sulle creste delle numerose colline e dei monti intorno, dove agevolmente rintanati nelle grotte e nei fortini costruiti di fresco aspettavano il nemico che arrancava in salita e che, per la conformazione del terreno per lo più spoglio, s’esponeva ai loro tiri ben mirati che lo colpivano a morte. Perciò non fu facile espugnare le posizioni tedesche, e gli Anglo-americani, pur non rinunciando ad andar spesso all’assalto, dovettero ridursi a compiere una snervante azione di difesa e di resistenza alle pendici dei monti : Montecassino, Montemaggio, monte Castellone, monte Cairo. Così il fronte rimase pressoché fermo per mesi in una rovinosa lotta di sfibrante logoramento. Si compivano più scaramucce tra gruppi di esploratori degli opposti schieramenti che vere e proprie battaglie tra i due eserciti in lizza. E intanto l’energia non usata nel movimento del fronte di guerra era consumata nel martellamento, sempre più intenso e distruttivo, dei medesimi obiettivi fino a sgretolarli, a polverizzarli, a snaturarli. Dopo qualche giorno dall’arrivo degli Alleati, la situazione di stallo fu chiara anche ai civili, che persero ogni speranza di ritenersi ormai liberi e salvi per sempre. Anzi per loro i guai maggiori cominciarono proprio allora. Molti di essi non s’erano mai mossi di casa e non sapevano che cosa significasse lasciarla e migrare lontano da essa, senza una meta. Infatti la mattina del nove febbraio, un ufficiale americano ordinò al proprietario di evacuare la cantina-ricovero-ampio rifugio seminterrato ben fortificato dall’opera della natura e dell’uomo, salvatore fino a quel momento di 128 persone – perché vi si doveva installare il comando militare di prima linea: i telefonisti erano già pronti con i loro attrezzi nel cortile davanti la porta di essa. Dunque la sera, la notte ed il giorno seguenti, ci rifugiammo nelle stanze del primo piano, sopra la cantina. Il fabbricato tremava ad ogni scoppio di granata e sobbalzava allo scoppio delle bombe, e la paura di morire sotto le macerie aumentava con l’aumentare del martellamento che i Tedeschi eseguivano con teutonica durezza. La notte trascorse insonne e penosissima, tra brividi e giaculatorie. La mattina del giorno 11 febbraio, con poche povere cose in ispalla, all’alba, partimmo per raggiungere, nelle retrovie del fronte di guerra, S. Antonino, frazione di Cassino, da cui dista circa quattro chilometri. Mentre scendevamo, l’uno dietro l’altro, per un viottolo sassoso e scosceso, quasi un ruscello tortuoso tra due colline, i Tedeschi cominciarono a sparare con cannoni e mortai, concentrando il tiro sul guado di Pietre Lavorate, per il quale s’era costretti a passare. Quando i primi fuggiaschi della fila giunsero nei pressi di esso, i colpi divennero più frequenti e precisi: uno colpì una giovinetta che stramazzò a terra, fulminata. Nella fretta di correre, quelli che la seguivano da vicino le passarono sopra, si spaventarono e tornarono indietro gridando e piangendo più per il terrore che per il dolore. Ognuno di noi era sicuro di morire da un momento all’altro: non c’era scelta di sorte. Ritornammo su a casa e rioccupammo le stanze che solo qualche ora prima avevamo lasciato con una straziante stretta al cuore. Il pensiero che ormai eravamo in una trappola mortale senza scampo ci tormentava assai: si fece l’ora del pranzo e poi della cena, ma non avevamo fame. Neppure i bambini chiedevano da mangiare. Il terrore che ormai per noi non c’era più scampo si leggeva chiaramente soprattutto sul viso dei grandi. Per fortuna sul tardi l’attacco cessò, gradualmente, ed alcuni, i più coraggiosi e validi, recuperarono e seppellirono alla meglio il corpo della giovane colpita presso il guado. Una scheggia di granata le aveva lacerato la gola. Il corpo giaceva su una pozza di sangue rappreso, indurito, freddo. Sollevato il corpo, la testa cadde, penzoloni, sul petto coperto di sangue incrostato, nero. La sera fu stabilito che l’indomani si doveva ripetere il tentativo di fuga, ma molto presto, prima dell’alba, anche se il tempo era minaccioso, perché i fuggiaschi non fossero notati facilmente dalle postazioni tedesche allineate sulle creste delle colline e dei monti attorno, da cui il sentiero poteva essere ben osservato e bersagliato. Così la mattina del 12 febbraio, dopo una notte di relativa calma, partimmo molto presto. Eravamo una trentina di persone tra uomini, donne, vecchi e bambini: gli uomini con pesanti bagagli addosso, le donne con sulla testa ceste piene di cose d’ogni genere, i vecchi con i loro interminabili brontolii e i ragazzi con sacchetti pieni di generi alimentari sulle spalle. Nell’aria volava fischiando qualche saetta luminescente, e la granata andava a scoppiare lontano nelle retrovie alleate; si udiva qualche scarica di mitraglia tedesca a cui rispondevano quelle americane, e i colpi s’incrociavano nel cielo grigio sopra le nostre teste. Però si poteva procedere, e perciò la fuga stavolta avvenne con relativa tranquillità. Giunti all’incrocio di via di Ponte delle Tavole con via Sferracavalli, al di là del fiume Rapido , che di fiume aveva solo il nome in quanto gli argini erano stati distrutti e la acqua scorreva libera per i campi allagati dai Tedeschi, ci fu un’orrida scena . In ogni lato giacevano sparpagliati cadaveri di soldati e carogne di muli gonfi come palloni giganteschi, nella notte sorpresi dai Tedeschi mentre facevano ritorno alla base dopo aver distrutto viveri e munizioni alla truppa di prima linea. Nella strada qua e là spossata e nelle cunette slabbrate, scorreva l’acqua intrisa di sangue umano ed animale. Tutti osservammo la macabra scena, nessuno fiatò ed ognuno tirò avanti a fatica sguazzando nell’acqua gelida ed a tratti melmosamente sinistra. Superata la palude, sostammo per riprendere fiato e coraggio, tanto più che le persone valide avevano dovuto portare sulle spalle anche gli anziani, i bambini e qualche malato, specie nei punti dove l’acqua era più profonda. Intanto s’era fatto giorno pieno e gli spari s’udivano di rado ed alle spalle. Nel pomeriggio giungemmo a S. Antonino, dove fummo accolti dalla gente del luogo assai curiosa di sapere le novità. La mia famiglia si sistemò in un paio di stanze d’una casa posta sul ciglio d’un torrente. La situazione era tranquilla rispetto all’inferno lasciato alla partenza. Ma la tranquillità nelle zone d’operazioni belliche, specie a ridosso della prima linea di combattimento, quando la resistenza delle opposte forze è dura e violenta, è sempre sogno di tempesta inattesa, da un momento all’altro. Infatti la mattina del 15 febbraio 1944- era una bella mattina solare con l’aria limpida appena mossa da un venticello che non dispiaceva- un assordante rombo di grossi motori si udì provenire, intorno alle ore nove, dalla parte di Mignano Montelungo. Erano le formazioni delle famigerate fortezze volanti alleate che ben presto riempirono la valle del Rapido e del Liri del loro caratteristico rumore pesante, conturbante, inequivocabilmente mortale. Esse, giunte sulla cima di monte Cairo, virarono a sinistra verso sud, e sorvolata la cima di monte Castellone, tranquille ed incuranti della martellante contraerea tedesca, liberarono il loro diabolico carico di bombe, che andarono a cadere dritte dritte sull’abbazia di Montecassino. E calme com’erano venute se ne tornarono leggere e soddisfatte alle loro basi di partenza. Le squadriglie degl’infernali apparecchi si susseguirono per tutta la mattinata , ed oltre fin dopo le tredici. E ridussero la cima di Montecassino in un’enorme colonna di fumo: sembrava un vulcano in eruzione. Insieme col fumo s’innalzavano, di quanto in quanto, alte e flessuose fiammate che anche a distanza suscitavano grande paura. Dopo le fortezze volanti, giunsero i cacciabombardieri che fecero il resto con le loro micidiali bombe incendiarie. A sera la sacra cima era tutta fumo e fuoco. Il sole, al tramonto, faceva fatica a penetrare la spessa nube specie là dove essa era più densa. Così l’astro appariva ora come un’enorme palla di fuoco sporca ora i suoi raggi , penetrando lo strato meno denso e marginale della colonna di fumo, assumevano un colore viola: il cielo era in lutto per la morte di Montecassino, fino a poco prima glorioso faro di civiltà e splendido tesoro di cultura. Ci fu chi ebbe a dire di aver notato, tra le volute di fumo e fiamme, una grande croce sospesa nell’aria appestata dalle tremende esplosioni. Col pensiero fisso a Montecassino ed alla sua secolare cultura, ognuno di noi dimenticò, quel giorno, d’essere coinvolto nel furore della guerra; ma nella grande vallata un acre odore d’esplosivo bruciato volava nell’aria irritando le narici dei precari viventi e richiamandoli alla tragica realtà. La distruzione di Montecassino confermò che la resistenza tedesca sarebbe stata durissima e lunghissima. Ognuno di noi se ne rese conto ed aggiornò il suo programma di sopravvivenza. La decisione di lasciare anche S. Antonino maturò subito il giorno dopo il bombardamento di Montecassino soprattutto per il fatto che gli alleati costruirono sotto casa , nel letto del torrente, alcune postazioni di cannone di grosso calibro. Essi cominciarono a sparare la notte del 20 febbraio facendo tremare fortemente l’abitazione con tutto quello che v’era dentro. Il 22 i Tedeschi, scoperte le nuove postazioni, iniziarono un indiavolato fuoco d’artiglieria per colpirle : la nostra sicurezza ebbe fine per sempre, e perciò fu deciso di lasciare al più presto anche S. Antonino. Infatti raccattammo le poche povere cose rimasteci, soprattutto le vettovaglie, e la mattina del 24 febbraio 1944 partimmo per Venafro, oltre la catena dell’Aquilone, passando al di sopra di Cervaro per non incappare nelle retate della polizia alleata che bloccava i profughi e li spediva in Calabria. Nel primo pomeriggio dello stesso giorno, giungemmo al santuario della Madonna del Piternis. E lì successe proprio quello che volevamo evitare non passando per Cervaro: nel piazzale davanti al Santuario, trovammo un posto di blocco con poliziotti americani e due carabinieri che collaboravano con loro. Ci ordinarono di fermarci e di sistemarci alla meglio nella chiesa ov’erano altri sfollati malcapitati come noi. Ogni tentativo di fuga, di giorno come di notte, era impossibile perché la vigilanza era stretta e severa. Di tanto in tanto, specie di notte , sparavano in aria per intimorire i più ardimentosi e meno rassegnati. Si mangiava poco e si dormiva sul freddo pavimento di pietra: i più fortunati su qualche tavola, uno fortunatissimo si preparò il giaciglio sulla base che serviva per portare, in tempi normali, la Madonna in processione. Per una notte l’ebbe in sorte anche il sottoscritto. Lì sostammo fino alla mattina del 1° marzo quando alcuni autocarri vuoti, che nella notte precedente avevano rifornito del necessario i soldati al fronte di Cassino, vennero a caricarci per portarci via lontano dagli spari e dalle stragi della guerra. Nessuno seppe la destinazione fino a quando gli automezzi non si fermarono, nel pomeriggio, ad Aversa, presso il locale manicomio. Man mano che scendevamo dagli autocarri, ci facevano entrare, guidati da personale civile e militare, nel temuto istituto, un’ala del quale era stata adibita a luogo di raccolta dei profughi giunti dal Cassinate. C’era un po di confusione di gente e di dialetti, ma il personale addetto all’ordine si faceva militarmente ubbidire. Dopo tanto tempo fu piacevole passare la notte senza spari in un letto sia pure di fortuna. Il giorno seguente ci svegliarono alquanto presto, ci misero in fila e ci sottoposero ad una serie d’operazioni di carattere igienico-sanitario: per la prima volta conoscemmo e sperimentammo sulla nostra pelle l’efficacia terapeutica ed il prodigioso effetto disinfestante del D.D.T. in polvere. Dopo circa una settimana d’ignava vita di “ manicomio “, dove imparammo che per sopravvivere bisogna nutrirsi anche di farinella di piselli autocondita, ricominciò la “via crucis” dei trasferimenti. Infatti la mattina del 7 marzo 1944, fu dato l’ordine di prepararci perché dopo la colazione bisognava partire per una destinazione ignorata. Verso le dieci e mezzo c’inquadrarono e ci condussero alla stazione ferroviaria. Ivi ci fecero salire su un treno merci, assegnando a gruppi di due o tre famiglie, secondo il numero dei componenti, un carro-bestiame che avrebbe dovuto fare da cucina e da camera da letto, ovviamente dormendo sul nudo pianale. Nel tardo pomeriggio, quando fu tutto pronto, il miserabile convoglio partì, e nessuno di noi sapeva dov’esso era diretto. Il giorno dopo giungemmo alla stazione di Napoli, ove sostammo per molto tempo perché la città era in allarme a causa di successive incursioni aeree tedesche soprattutto sull’area del porto, donde provenivano fragorosi rumori d’esplosione di bombe. Cessato il pericolo, il treno ripartì ed il giorno successivo si fermò nella stazione di Cava dei Tirreni. Ivi rimanemmo parcheggiati, per qualche giorno in un binario morto. Nel carro dov’era alloggiata la mia famiglia, fu acceso il fuoco con sterpi raccattati qua e là e con carbon fossile rubato alle Ferrovie dello Stato, e furono cucinati gli ultimi tagliolini preparati alla meglio ma con arte perfetta da donne ben esperte con l’ultima farina portata da casa e condita dalla carne di Carolina, l’ultima gallina, pur essa portata da casa e risparmiata fino ad allora per via dell’uovo che la povera e generosa bestiola deponeva quasi ogni mattina nutrendo ora questo o quel bambino, o malato. Si parlò che avremmo trovato un’adeguata sistemazione nel territorio salernitano. Ma ciò si rivelò falso perché dopo qualche giorno, il treno, con noi dentro, ripartì per l’estremo Sud, ma nessuno riusciva a conoscere con certezza la località destinata a porre fine alla nostra triste avventura di miseri sfollati. Fatti pochi chilometri, il treno si fermò. Era attivo un solo binario e, quindi, il nostro convoglio doveva dare la precedenza a tutti gli altri, sia a quelli che seguivano la nostra direzione e sia a quelli che venivano dalla parte opposta. Tanto noi potevamo attendere: non c’era alcuna scadenza alla nostra odissea. Così, dopo una lunga ed estenuante serie di improvvise partenze e di lunghe soste in stazioni piccole e grandi, dai nomi prima ignoti a noi ragazzi, durante quasi una settimana, finalmente il treno giunse a Catanzaro Sala, la cui Prefettura ci prese in consegna e fummo alloggiati nel grande cinema teatro della città dove il bivacco durò alcuni giorni ed alcune notti. Le sedie del cinema, chiudibili, erano le nostre stanze ed i nostri letti, sia di giorno sia di notte: lì si passava il tempo, lì si consumava la razione di cibo che ci dava l’Annona, lì si dormiva. E per stare più comodi, durante la notte chiudevamo le sedie e ci coricavamo per terra, sotto di esse, per dormire più comodi, col corpo disteso e non raggomitolato. Giorno dopo giorno, la Prefettura prelevava un contingente di profughi, rispettando l’unità delle famiglie, e con automezzi li distribuiva nei vari paesi della provincia. Dopo meno di una settimana di vita precaria trascorsa nel cinema (gli uomini erano in preda all’accidia) le donne lamentavano pesantezza e formicolio alle gambe, i vecchi erano eccessivamente brontoloni, i bambini schiamazzavano) una mattina giunse anche il turno delle famiglie tra le quali era la mia. Fummo caricati su un automezzo della Prefettura e partimmo per il paese assegnatoci. Questa volta la destinazione ci fu preannunciata con parole di lode per la località. Percorremmo una strada litoranea bianca e polverosa ma in un paesaggio ameno che ci faceva sperare di godere di un certo conforto dopo tante sofferenze. Presso Soverato Marina il mezzo voltò a destra e risalì verso l’interno seguendo una strada piuttosto tortuosa, e la sera, sull’imbrunire, giungemmo a Gagliato, ridente paesino adagiato sul pendio d’una soleggiata collina decorata dal verde argenteo degli olivi, tra cui spiccava, a maggio, il giallo lucente delle nespole e dei limoni maturi, mentre, ad ottobre, vi dominava la lamentosa eco del vorticoso Ancinale in piena, che faceva tremare le radici a Satriano.
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