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Data: 30/06/2004 - Anno: 10 - Numero: 2 - Pagina: 25 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

l senso dei luoghi -Paesi abbandonati di Calabria

Letture: 1041               AUTORE: Francesca Viscone (Altri articoli dell'autore)        

“Il senso dei luoghi” Paesi abbandonati di Calabria (Avremmo avuto il dovere, ma soprattutto il piacere, di essere tra i primi a comunicare la pubblicazione di un altro libro del nostro conterraneo ed amico Vito Teti, docente di Etnologia dell’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo. Ciò non è stato per motivi vari, non ultimo la trimestralità di questo periodico. Lo facciamo adesso, anche nella convinzione che i nostri lettori gradiranno venire a conoscenza -ove già non lo fossero- di questa nuova pubblicazione che rappresenta in qualche modo una pietra miliare nello studio di una realtà che ci interessa da vicino; che tanto ci coinvolge; che ci fa non poco soffrire. Leggiamo, quindi, quanto scrive per noi, e meglio di noi, Francesca Viscone, tra i nostri amici e collaboratori più pronti a cogliere sfumature significati spessori della produzione letteraria e culturale in genere.) Una scrittura forte, che non teme sconfinamenti. Capace di passare senza strappi attraverso il lirismo per confluire nella saggistica, e viceversa. Granitica, nell’espressione dei sentimenti, ma senza enfasi, senza ostentazione. Il volume di Vito Teti, Il senso dei luoghi. Paesi abbandonati di Calabria (Donzelli editore, Roma, 2004, pp. 570) si presenta come un diario di viaggio, illustrato da centinaia di immagini in bianco e nero, che danno vita ad un racconto nel racconto. È, in realtà, il libro stesso un luogo dove perdersi, catturati da un incantesimo che costringe ad improbabili attraversamenti di epoche, storie, territori ignoti e noti. Vissuti con emozioni contrastanti, dimenticando il frastuono, il caos quotidiano mascherato da efficienza, il vanto del consumo e dell’acquisto, l’ostentazione dell’avere che diventa, invisibilmente, non-essere. I luoghi descritti sono, infatti, “poveri”, ma solo secondo la visione comune. Non hanno cioè un valore quantificabile, non si possono acquistare né vendere. Come Badolato, a cui è dedicato un intero capitolo. Il paese scarnificato dal terremoto, dall’alluvione, dall’emigrazione, che resta, fortunatamente, invenduto. Il paese e il suo doppio: la marina. Calda, affollata, un non-luogo con case comode e anonime. Le vicende del borgo antico, dall’ultima incursione turchesca fino e oltre il primo sbarco dei kurdi, vengono descritte con precisione storica, attenzione antropologica e, soprattutto, con la partecipazione affettiva di chi si sente sì viandante e pellegrino, ma anche abitante fedele. Vediamo scorrere così davanti ai nostri occhi, come fotogrammi visionari, il terremoto del 1947 e la nascita, in quell’anno, del primo bambino alla marina, l’alluvione del 1951, la visita di De Gasperi e quell’invito, lancinante, ad abbandonare la propria terra, ad emigrare. Teti racconta Badolato attraverso le testimonianze della sua gente, con le parole di Vincenzo Squillacioti e di Daniela Trapasso, con le provocazioni di Mimmo Lanciano, le speranze che si affollano accanto alle disillusioni. Il paese in vendita diventa simbolo di un capovolgimento delle prospettive: da luogo di fuga a luogo di accoglienza di fuggiaschi, con la passione sola a fare da argine alle difficoltà e alla stanchezza, al non sempre facile incontro con i profughi che vengono, sostano e vanno. C’è una fedeltà profonda nei luoghi abbandonati: custodi della memoria e dell’assenza conservano i legami nel tempo e nello spazio, poiché, come dice l’autore, «chi è rimasto è anche partito, e chi è partito è anche rimasto».
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