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Data: 30/09/2005 - Anno: 11 - Numero: 3 - Pagina: 5 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

NATàLA U MUNTAGNìSI

Letture: 950               AUTORE: Vincenzo Squillacioti (Altri articoli dell'autore)        

L’avevano atteso a lungo i suoi genitori, Micu u Muntagnìsi e Vittorùzza do Barùni. Lui faceva il guardiano della casa di montagna del barone Portaluce, di cui Vittorùzza era la figlia illegittima. Con l’assenso del nobile padre di lei, che le aveva assegnato anche una modesta dote, s’erano sposati in giovanissima età, continuando a vivere nella grande casa di montagna, all’ombra del padrone. Di tanto in tanto scendevano in paese per le necessarie provviste quali il sale, i fiammiferi, le aringhe, o per macinare il grano al mulino del barone a Graneli, o per prelevare olio, vino ed altro dal palazzo baronale. I due sposi passarono alcuni anni tranquilli, ma anche monotoni e vuoti perché la loro vita non era allietata dal sorriso di un bimbo. Poi uno scossone. Il barone, ormai vecchio e malato, se ne andò all’altro mondo lasciando lo scettro di casa al giovane baroncino che non aveva mai sopportato la presenza della sorella bastarda e plebea. Tra i primi provvedimenti del nuovo padrone ci fu l’espulsione da casa di Vittorùzza e del marito. I due, però, ancora nel fiore degli anni, non si persero d’animo: per avere un tetto sulla testa andarono ad abitare con i vecchi genitori di Micu, e per produrre qualcosa da mettere sotto i denti diventarono accorti contadini dedicandosi alla coltivazione del campo che Vittorùzza aveva avuto in dote dal padre e padrone. Un giorno di marzo, mentre rientravano dall’ormai ben avviato campicello, furono sorpresi da un improvviso temporale e costretti a ripararsi alla meno peggio nella vicina chiesetta del Mungiòi. Dal rozzo affresco sul muro dell’unica parete dell’edicola, la Madonna, con in braccio il Bambino, li guardava in modo materno. I due contadini ne avvertirono l’amorevole sguardo per cui fiduciosi chiesero alla madre di Dio la grazia di un bimbo che desse uno scopo alla loro vita. La Madonna ascoltò la parola degli umili sposi e mandò loro un pargolo che vide la luce il venticinque dicembre, perciò lo chiamarono Natale come secondo nome. Antonio Natale non ebbe fratelli, per cui fu il solo oggetto delle cure premurose dei genitori e dei vecchi nonni. Con gli anni divenne un non disprezzabile giovine, piuttosto magro ma sano, senza difetti né vizi. Crebbe laborioso ed onesto al seguito dei genitori nel lavoro dei campi, ma quando si presentava l’occasione amava lavorare anche al servizio di terzi, specialmente quale operaio edile. Nel 1909, appena iniziata l’opera di ricostruzione dopo il disastroso terremoto del 28 dicembre 1908, per interessamento di un capostazione delle Ferrovie dello Stato che prestava servizio allo Scalo di Badolato, si trasferì per un lungo periodo nella città di Reggio Calabria dove fece l’operaio in una grossa impresa di costruzioni. Al rientro in paese, in possesso di un buon gruzzoletto, comprò casa e sposò la sua Rosa, con la quale era fidanzato fin dalla giovanissima età. Natàla u Muntagnìsi e la moglie vissero tempi sereni nella loro casa, che sistemarono come meglio seppero e arredarono di tutto il necessario, il letto con la travàrca, il comò, un comodino, due bauli, un tavolo e quattro sedie. Ma presto finirono i risparmi e si trovarono in difficoltà. Essendo scarse le possibilità di lavoro nell’edilizia, Natale fu costretto a fare il contadino, ma controvoglia e con poco profitto. Fu così che un giorno, seguendo l’esempio di tanti, decise di partire per l’America. E partì, difatti, nonostante i pianti della moglie il cui amore per il marito rasentava quasi la venerazione. Non unica, ma una tra le poche, dava allo sposo del voi quando gli rivolgeva la parola, e gli dava una copertura affettiva che era quasi commovente. Ancora oggi si racconta che un giorno, mentre Natale era dal sarto-barbiere per tagliarsi i capelli, cominciò a cadere una fitta pioggia che durò alcune ore, tanto che i clienti del barbiere non potevano uscire dalla bottega. Natale, temendo la preoccupazione della moglie per la sua lunga assenza da casa, attraverso i vetri della porta spiava ansioso in attesa di una sia pur fugace schiarita. D’improvviso vide sua moglie che arrivava per portarselo a casa sotto l’ombrello largo e sicuro. Natale saltò fuori radioso: l’incontro apparve ai presenti come quello tra il Cristo risorto e sua Madre. A Filadelfia, negli Stati Uniti d’America, trovò subito da lavorare in una grande fabbrica, e fu un operaio modello, benvoluto dal suo capo e dagli altri superiori, e persino premiato direttamente dal padrone che in un’apposita cerimonia l’ha indicato quale modello da seguire. Ma la nostalgia lo struggeva. La sua diletta Rosa le appariva spesso nei sogni, e Micùzzu, il loro adorato bambino, ce l’aveva sempre presente, di giorno e di notte. In una delle saltuarie lettere, di pugno di don Mimì, il maestro vicino di casa, la moglie gli raccontò del crollo del ponte della ferrovia sul fiume Ponzo a causa delle forti piogge. Gli scriveva pure che per rifare il ponte e per deviare il corso del fiume c’era bisogno di tanti operai, e che per lui -se voleva- era giunto il momento di tornarsene al paese. Ed è quello che fece, appena furon pronti i documenti per il ritorno. La traversata dell’Atlantico durò venti giorni, che a Natale parvero venti mesi, tanto era la gioiosa fretta di riabbracciare la moglie e il figlioletto. Arrivato finalmente in paese, trascorse alcuni giorni di riposo in famiglia, e poi, secondo le previsioni, fu assunto con la qualifica di operaio per la costruzione del nuovo ponte della ferrovia sul fiume Ponzo. S’alzava presto al mattino e scendeva a piedi, in compagnia di altri operai, sino alla marina. E così a sera, sette chilometri a piedi per il ritorno a casa, tutti i giorni, ad eccezione della domenica che Natale dedicava al riposo ma anche alla Messa e alla partecipazione alle frequenti feste religiose. Anche qui, come in America, era un operaio modello, da meritarsi la stima e la benevolenza dei superiori, ma anche, purtroppo, il disappunto e il malumore degli altri operai che uscivano malconci dal raffronto e si buscavano, pertanto, frequenti rimproveri dagli assistenti del cantiere. Uno dei colleghi, che in paese aveva fama di malavitoso, lo fermò un giorno e gl’intimò di ridurre il carico della propria carriola. Cosa che Natale fece fin da subito, anche se malvolentieri. Passò qualche giorno e quello gli si avvicinò per ordinargli di ridurre ancora il carico, ché non aveva provveduto abbastanza. Natale, docile e mansueto, ubbidì ancora. Ed anche una terza volta, pur se convinto che, così facendo, metteva in pericolo il posto di lavoro. Difatti lo fermò un giorno il geometra del cantiere, che si tolse il cappello, lo avvicinò capovolto a mo’ di vassoio alla carriola e disse a Natale: “Mettilo qua!” Il nostro capì che quello si riferiva all’esiguità del materiale trasportato, e rimase a bocca aperta, senza parole. Licenziato in tronco, Natàla u Muntagnìsi si mise le scarpe a tracolla e tornò in paese prima di sera, e pianse insieme alla moglie la sua sventura. Sparsasi la voce, da quel giorno nessuno più lo volle nelle poche occasioni di lavoro nell’edilizia. Per cui dovette definitivamente adattarsi a fare il contadino, in proprio per le scarse esigenze del suo piccolo campo, e quale bracciante agricolo al servizio del latifondo locale. Seguito ovunque dalla sua fedele Rosa, condussero una vita di difficoltà e di stenti. Non più disponendo dei soldi necessari per comprare almeno un ronzino, Rosa fu costretta a portare sulla testa ogni peso, come la legna per il focolare e per il braciere invernale. La sua schiena si deformò a tal punto da costringerla a camminare piegata in avanti ad angolo retto, a testa in giù, senza poter più guardare il cielo. Lui s’ammalò gravemente ai polmoni. Se gli capitava talvolta, tra un colpo di tosse e l’altro, di parlare del suo passato, finiva sempre con “Mettilo qua!”, cui seguiva un disperato pianto.
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