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Data: 31/12/2005 - Anno: 11 - Numero: 4 - Pagina: 10 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

A proposito do mascarùni

Letture: 1044               AUTORE: Pino Carnuccio (Altri articoli dell'autore)        

Il Professor Squillacioti, con il garbo che lo contraddistingue, mi ha chiesto cosa ne pensassi del ritrovamento do mascarùni, fonte affettuosamente così definita dal giudice Scuteri, proprietario del terreno (S. Isidoro) su cui la stessa insiste. Al di là dell’episodio in sé, rilevante per la nostra cultura locale, sia dal punto di vista della posizione paesaggistica che dei valori eventualmente artistici sottesi alla sua costruzione, ho preferito -non essendo uno storico, uno specialista- ampliare il tema e inserirlo in un contesto più ampio, più vasto. Mi ha mosso la considerazione che il nostro territorio, lo scenario di questa parte della Calabria, può essere un campo d’osservazione, di sperimentazione e di verifica in chiave problematica per un’analisi del mondo rurale, dei suoi contenuti e delle sue prospettive, al fine di ritrovare i significati di tutta quella storia e quella cultura che si è formata e sedimentata nel mondo rurale evolvendosi attraverso gli usi, i costumi, le presenze, le mutazioni territoriali, le costruzioni e le modellazioni che hanno investito sia l’aspetto fisico che la costituzione sociale della ruralità nel suo divenire. Tutto ciò ha costituito e caratterizzato un mondo la cui realtà è stata ignorata, relegata ad un rango tanto negletto, quanto improprio, che ne ha determinato le premesse dell’abbandono. Questo patrimonio e questa realtà devono essere recuperati e soprattutto restituiti alla loro dignità, alla loro identità. Non ci interessa in questa sede indagare le possibili cause del degrado della ruralità e dell’abbandono delle campagne, ma in ogni caso è indispensabile segnare a grandi linee quanto è avvenuto nel campo della pianificazione territoriale e della tutela del paesaggio, dal dopoguerra ad oggi. Nei Piani Regolatori, come in altri sistemi di pianificazione, si è sempre guardato alle aree agricole come aree di riserva, in attesa della trasformazione in zone da edificare, o comunque da utilizzare diversamente e quasi mai, o forse mai, si sono considerate come parti del territorio che devono essere difese, tutelate e incentivate per ciò che sono e significano sul piano estetico come su quello economico, quali beni di pari importanza con ogni altra forma d’uso, nel quadro dell’equilibrio ambientale. Anche la legislazione sui beni storici e ambientali non ha mai portato ad una tutela del patrimonio agricolo, se non per qualche raro manufatto che -isolato dal contesto in cui è inserito- finisce con il perdere valore e significato non solo dal punto di vista paesaggistico, ma anche dal punto di vista storico. La Legge 1° giugno 1939, n° 1089, e la Legge 15 maggio 1939, n° 1497, che riguardano l’una i beni artistici e l’altra i beni paesaggistici, non si sono preoccupate del patrimonio agricolo e delle sue presenze sedimentate sul territorio. Anche la Legge 8 agosto 1985, n° 431, e il più recente Decreto L.vo 22 gennaio 2004, n° 42, pur significando un notevole passo avanti, hanno proposto e propongono il vincolo come intervento temporaneo per l’avvio del disegno pianificatorio, guardando, in fondo, alle aree agricole come parti di territorio da tutelare non tanto per ciò che esse rappresentano, ma perché vicine ad altre realtà oggettive da difendere (le zone poste all’intorno dei fiumi, dei laghi o in vicinanza del mare). Le aree lontane da queste emergenze, ancorché abbiano in sé valori considerevoli sedimentati e in gran parte da scoprire, sono rimaste fuori da ogni tutela. Se qualche cosa si è potuto tutelare e preservare sotto questo aspetto è stato forse solo, ed è triste dirlo, perché le stesse peculiarità delle aree in alcuni casi impedivano, o allontanavano, o rendevano meno istintivo l’interesse per una loro trasformazione, o addirittura creavano le condizioni favorevoli per un abbandono, che in molti casi si è proposto come la tutela estrema. Ne sono un esempio le nostre colline, le nostre montagne, oppure pensate al borgo di Badolato nella sua interezza. Nel caso dei paesaggi, nonostante che alla loro difesa sia dedicato un articolo della Carta Costituzionale, è mancata finora in Italia una definizione del loro significato e del loro valore, non soltanto culturale, ma anche economico. Quando si pensa e si cerca di programmare in termini economici, si preferisce fare riferimento all’abusato termine “territorio”: come se paesaggio e territorio fossero due categorie concettuali e due beni distinti. E a complicare le cose, a creare nuovi elementi di confusione, emerge oggi il concetto di ambiente o di “sostenibilità ambientale”, in senso ecologico, naturalistico, anche se riferito alle attività umane e alla qualità del vivere sociale. Il mondo rurale costituisce una miniera di risorse storiche e archeologiche, di ricchezze che potrebbero essere gestite allo scopo di raggiungere un equilibrio economico che consenta anche il recupero sociale. Il turismo rappresenta la matrice possibile, ma non la sola, perché questo sviluppo venga raggiunto. è da pochi anni che turisti in genere si spingono a visitare il mondo rurale, anche in seguito al crescente fenomeno dell’agriturismo, ma solo i più coscienti ed evoluti ne esplorano i contenuti per capirne le essenze. Molti, provenendo da aree urbane, hanno perso o non hanno mai conosciuto la possibilità di rivisitare le proprie radici e di scoprire valori tanto ignorati quanto preziosi. La gestione degli effetti del turismo può essere una risorsa del mondo rurale integrativa del prodotto del suolo, e come tale va quindi considerata e regolamentata perché dalla sua presenza non derivino ulteriori compromissioni del territorio e utilizzazioni incoerenti, ma occasioni di accrescimento e di incremento dei redditi della terra, per farne crescere l’autosufficienza economica e per consentire un livello di reddito e di condizioni, che favoriscano la continuazione della permanenza degli addetti sui luoghi. Immaginate un terreno collinare nudo, spoglio completamente e, come lo stesso, apparirebbe ai vostri occhi se vi fosse impiantato un uliveto, con adeguati muri a secco in pietra locale, sistemati a dividere e a contenere le terrazze poste tra le varie quote del terreno. Il proprietario avrebbe i suoi faticati vantaggi economici immediati, ma noi fruitori esterni ne godremmo a lungo termine. La vista di quella collina è un bene comune, un po’ appartiene anche a noi, costituisce un vantaggio di natura collettiva, poiché quando la osserviamo da lontano o da vicino, godiamo della sua bellezza paesaggistica. Ancora la sistemazione a terrazzo -antichissima, oserei definirla regola di costruzione della campagna- impedisce dilavamenti e dissesti del terreno e al tempo stesso consente una più economica gestione del bene. Ultima considerazione, ma di pari importanza, si eviterebbero gli incendi estivi che la collettività paga, non solo con il disagio, ma anche in termini economici (decine di migliaia di Euro costa l’intervento del solito “aereo giallo”, che d’estate rovescia in collina l’acqua presa dal mare). Risulterebbe possibile un recupero dei manufatti inseriti in questi contesti per destinazioni turistiche e la realizzazione di piccole costruzioni ex novo, con l’accortezza di calibrarle senza determinare l’esuberanza del costruito rispetto agli usi agricoli oggi in atto e a quelli ipotizzabili, ottenendo il risultato di assicurare la salvaguardia e la sopravvivenza. Tutto ciò deve avvenire nel rispetto della vocazione dei manufatti, della loro destinazione e utilizzazione, e in coerenza con il mondo in cui sono inseriti, senza snaturarne i contenuti e senza perderne l’essenza. è necessario salvaguardare il complesso in cui tali costruzioni sono inserite e di cui fanno parte, che, solo, costituisce lo sfondo indispensabile per la loro lettura, per la loro valorizzazione, per il loro rispetto. Ciò presuppone che gli interventi siano intesi non come manieristiche rielaborazioni di temi vernacolari, o come pure conservazioni di tipologie o di destinazioni oggi non più attuali, e quindi obsolete, ma come una possibile rilettura di tutte le preesistenze, e della loro coniugazione con le esigenze della realtà attuale e delle diverse condizioni che essa impone, con la volontà di un approfondimento dei suoi valori, quali risorse di persone e di mezzi. Solo così l’attività agricola potrà accrescersi, non solo nei suoi contenuti economici, ma anche nella sua dignità. Mi sia consentita da queste pagine una postilla che, ad alcuni, potrebbe apparire polemica e pessimistica. Ho avuto lo stimolo per parlare di queste cose a causa del ritrovamento do mascarùni, tenacemente voluto -investendo del denaro, comu dicìanu antichi, a pèrdara,- da un proprietario colto e sensibile e con l’aiuto di un volenteroso suo collaboratore di campi. Immaginate cosa sarebbe stato se queste due persone non fossero state dotate di sensibilità e di cultura dei luoghi, e al loro posto ci sarebbe stato qualche facoltoso professionista arricchitosi improvvisamente e voglioso di mostrare la sua nuova condizione sociale, uno di quelli che, per costruirsi qualche anonimo manufatto agricolo o urbano che sia, è capace di distruggere una collina infischiandosene dell’intorno, del paesaggio, in una parola dei beni comuni. Avremmo perso un tesoro locale, piccolo grave danno per la nostra comunità, ma non avremmo fatto nessun passo avanti sulla strada che porta alla maturazione delle coscienze, verso quell’etica civile intesa come fenomeno profondamente collegata all’immagine della propria posizione nel mondo. Avere cura dei propri luoghi costituisce la frontiera da cui ripartire per una nuova stagione etico-civile. Solo se si è di qualche luogo si può diventare cittadini del mondo; solo la cura dei propri luoghi permette di riscoprire la fonte concreta ed emotiva di un’etica pubblica. Occorre una comprensione superiore dei propri diritti e dei propri doveri, perché quei beni immateriali tuttavia considerati in una dimensione non economica, possano essere tutelati in maniera spontanea.
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