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Data: 31/03/2006 - Anno: 12 - Numero: 1 - Pagina: 8 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

NICOLA MISASI, UNO SCRITTORE DIMENTICATO

Letture: 939               AUTORE: Caterina Guarna (Altri articoli dell'autore)        

Nicola Misasi per molti ormai è uno sconosciuto, eppure fu uno tra i più rappresentativi scrittori del verismo calabrese nel secolo scorso. Nato a Cosenza nel 1852, espulso dal liceo cittadino per “condotta indisciplinata e scarso profitto”, ebbe una formazione da autodidatta e seguì spesso il padre, ispettore delle carceri, nei suoi viaggi, venendo così a contatto con gli umili e i reietti della società, e anche con molti di quei briganti che popoleranno poi le sue pagine. La sua infanzia e adolescenza coincisero con uno dei periodi più tumultuosi della storia d’Italia: la spedizione dei Mille e la successiva unificazione del Regno d’Italia, che suscitarono tanti entusiasmi e speranze e poi, negli anni seguenti, la delusione per il peggiorare delle condizioni economiche, l’imposizione di nuove tasse, l’incomprensione da parte della nuova classe dirigente dei problemi del Meridione. Tutto ciò si tradusse in varie forme di protesta, dalle più vivaci e forti come il brigantaggio, al fiorire di una letteratura meridionalistica che si fece interprete del malcontento popolare e che annoverò tra gli altri Vincenzo Padula, il sacerdote Bruno Martino autore di versi dialettali, lo scalpellino Mastru Brunu di Serra S. Bruno che, analfabeta, dettava alla figlia i suoi versi e poi il Misasi stesso, che in forma indiretta nei suoi romanzi e direttamente in articoli e saggi si scagliava contro soprusi e ingiustizie o mancanze dell’amministrazione pubblica e del governo. L’altro elemento presente nella sua narrativa è la tradizione popolare, ancora viva e presente, tramandata nei racconti dei vecchi come egli stesso ricorda: “o dolci tempi della mia adolescenza, dolci serate trascorse a sentire la zia Nicolanna, una vegliarda che ricordava i francesi e la guerra al coltello combattuta per dieci anni nelle nostre montagne, narrar le audaci imprese brigantesche, le storie truci e insieme pietose che poi dopo molti anni germogliarono nelle mie novelle e nei miei romanzi, poveri d’arte ma non di sentimento amoroso per la mia terra che volli far conoscere nelle sue miserie, nei suoi vizi, nelle sue colpe, ma anche nelle sue virtù, nelle sue sventure, nei suoi eroismi…” Cominciò presto a scrivere per giornali locali e si trasferì poi a Napoli dove scrisse i suoi primi romanzi. Già nelle sue prime prove letterarie appare la principale caratteristica dello scrittore: l’esaltazione del fiero carattere e dei sani costumi della sua terra assieme alla protesta per l’isolamento in cui la Calabria è stata ingiustamente relegata: “però quest’isolamento serve a qualche cosa di buono, dà un carattere determinato all’arte in Calabria, che manca di universalità forse, ma è viva e schietta nel suo colorito locale. Il calabrese sente più di ogni altro popolo profondamente l’amore delle sue contrade, e più di ogni altro popolo anche oppone la forza dell’inerzia alla forza progressiva della civiltà, che vorrebbe trasformarne gli usi, i costumi, la vita..... anche se vive per anni e anni lontano dal suo paesello ei muterà il suo carattere ma nel discorrere udrete sempre l’accento aspro e forte del suo dialetto, che non perde mai, qualunque sia il luogo ove abbia vissuto….. Come tutti i popoli vissuti lungo tempo sotto le male signorie, ei tende all’indipendenza più che alla libertà …” Questo scriveva in un articolo dal titolo “La Boheme calabrese”, con parole che forse rivestono ancora una certa attualità. Un’adesione sentimentale al mondo degli umili, ma soprattutto la concezione di un’arte che servisse al loro riscatto sono alla base della sua narrativa; e la motivazione si colora anche di una tinta polemica nella netta contrapposizione tra quella povertà e l’opulenza in cui vivono i ricchi: contrasto che ci richiama ad alcune pagine del Verga. Di Verga però non riuscì a raggiungere le mete artistiche e la perfezione dello stile, pur avendone le qualità perché il fine dei suoi numerosissimi scritti, tra novelle, articoli e romanzi, era non tanto l’aspirazione artistica, quanto la difesa strenua e appassionata della sua terra, come egli stesso dichiara: “Io ho lavorato sempre per uno scopo alto, quello di far noto al pubblico italiano tutta la nostra storia attraverso una facile e appassionata forma, ove la lettura potesse riuscire utile e avere uno scopo altamente civile. E tutti i miei romanzi sono improntati a tale concetto.” “Briganteide”, “In Magna Sila”, “Marito e sacerdote”, “Senza dimani”, “Racconti calabresi”, “Il tenente Giorgio”: questi sono alcuni titoli delle sue opere, tutte ambientate in Calabria, e i cui protagonisti sono o fieri capobriganti o poveri contadini le cui vicende sono spesso un pretesto per denunciare i mali e le ingiustizie di cui soffre la sua terra: “Qui da noi la giustizia è un nome, le legge una parola vuota. Qui da noi domina solo la forza, l’intrigo, il denaro. Qui si ruba, s’incendia, si uccide e si mena vanto dei propri delitti, né alcuno osa lagnarsi, nemmeno le vittime, perché temono danni maggiori. I giudici, quando non sono complici, sono amici indulgenti; si comprano se corrotti, si minacciano se onesti; ai gendarmi si chiudono gli occhi con un po’ di moneta e fino nei sacerdoti del Signore, che dovrebbero difendere i deboli e gli oppressi, si stende la corruzione”. Così si esprime un personaggio del romanzo “Frate Angelico”, e non c’è dubbio che queste fossero anche le idee del Misasi stesso, idee che con il passar degli anni si incupiscono di un pessimismo per il quale non c’è possibilità di riscatto per il suo popolo. Nel 1884 rientrò definitivamente a Cosenza, dove continuò a vivere fino agli ultimi anni della sua vita, compiendo però delle tournées in Italia e all’estero per lezioni e conferenze. Morì a Roma nel 1923. (Rinraziamo la professoressa Caterina Guarna per aver voluto contribuire alla crescita del periodico con questa bella pagina di cultura letteraria di casa nostra. Una sola riflessione: nel leggere questa pagina non possiamo non concordare con la nostra collaboratrice quando sostiene che le parole di Misasi “rivestono ancora una certa attualità.”
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