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Data: 30/06/2006 - Anno: 12 - Numero: 2 - Pagina: 6 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

PORTAPORTESE

Letture: 1029               AUTORE: Antonio Barbuto (Altri articoli dell'autore)        

(Queste noterelle mi piace dedicarle a Tonino Fiorita, grande e appassionato collezionatore di cose straordinarie) Una decina d’anni fa, visiting professor all’Università di Budapest, sono stato accompagnato nelle scorribande in lungo e in largo della stupenda città, durante le ore libere d’impegni, da una molto graziosa laureata in lettere. Nelle piacevoli conversazioni, a base di letteratura italiana soprattutto contemporanea, la giovane accompagnatrice m’informò, tra l’altro, che si era laureata con una tesi sui dialetti a Portaportese. Ne rimasi compiaciuto perchè, da tre decenni ormai, ogni domenica celebro il rituale del pellegrinaggio al più celebre marchè aux puces e ho potuto registrare in prima persona la varietà eccitante delle lingue usate. La frequentazione delle bancherelle dei libri, vecchi e usati soprattutto, hanno costituito, e continuano a esserlo, la fonte più cospicua della mia sontuosa biblioteca (per qualità e quantità, ormai aldilà delle diecimila unità, senza ovviamente contare le migliaia di cui mi sono disfatto negli anni più recenti). Vi ho trovato anche alcuni oggetti di grande bellezza: una ètagère liberty, un tavolinetto del Settecento su cui ho deposto un leggio di chiesa dell’800, un tavolinetto anni Venti, uno sgabello dove troneggia un lume che adopero nelle vicinanze del mio portatile Toshiba, e tante suppellettili che sono parte integrante della mia idea di studio-biblioteca. Non sono un collezionista, ma “forse accumulo oggetti inutili per ovviare a qualche problema più profondo della mia vita-tristezza, solitudine, stupidità”, come dichiara Ted Botha nella prima pagina dell’Introduzione al suo aureo libro Mongo. Avventure nell’immondizia, Isbn Edizioni, Milano 2006. Mongo, secondo Cassel Dictionary of slang, dal 1980 significa “oggetto buttato via e poi recuperato” e anche “chiunque rovisti fra i rottami”. Sono rimasto affascinato da questo volume che può essere considerato la spinta decisiva a raccontare qualche episodio della mia esperienza di frequentatore della “mitica” Portaportese, e così mi induco a passare in rassegna alcune cose (limitatamente ai libri però) che sono entrate nella mia vita in modo del tutto casuale perchè “ogni volta che un collezionista trova qualcosa, prova una sensazione fisica gratificante. E' il desiderio di questa sensazione che innesca la ricerca successiva”, come avverte Botha. E c’è da aggiungere che “per un vero collezionista tutto il retroterra di un oggetto partecipa di una magica enciclopedia la cui quintessenza è il destino dell’oggetto stesso” (Walter Benjamin, citato da Botha). Io lo sperimento soprattutto coi libri che recano il nome dell’antico proprietario, sottolineature, un numero di telefono appuntato o qualche frase dedicatoria o d’altro genere, comunque con un suo mistero assolutamente insolubile. Di fronte a questi dettagli mi sorprendo a immaginarmi le strade, gli scaffali, le mani, gli occhi, le attenzioni di questa misteriosa humus fino alla decisione che quel libro ormai è mio e deve assumere i connotati che sono miei: cancello allora le sottolineature (a matita, non ho mai preso in considerazione un libro deturpato dalla biro o dall’evidenziatore), incollo il dorso talvolta scollato, integro le eventuali mancanze di pagine con operazioni sofisticate, e quindi può entrare a far parte, a tutto titolo, di quella che considero la mia cosa più riuscita: la biblioteca. E dunque poter essere accolto nel “paradigma identitario” della “biblioteca come vita”, che è il titolo del saggio-testamento che sto scrivendo con studiata lentezza. Mi piace aggiungere che sono riuscito a recuperare alcuni libri della mia adolescenza e giovinezza che, nonostante il mio attaccamento morboso e fisico, erano andati a finire male, cioè non mi erano stati più restituiti. Ma si tratta di quattro o cinque in tutto che potrei citare, perchè, come recita la massima stampata su una cartolina inviatami da una mia ex allieva: “Noi i libri non li prestiamo”, in bella evidenza sulle scaffalature appena si entra in casa mia, giusto per indicare senza perifrasi che aria tira. Infatti quei libri che per fortuna ho recuperato a distanza di anni sono quelli incautamente prestati, perchè non ho mai gettato o bruciato un libro, neppure quelli delle odiate scienze e esecrata matematica. Devo confessare la grande emozione quando ho ritrovato l’Antigone di Sofocle nelle edizioni Lattes che avevo tradotto in terza liceo, e quell’antologia foscoliana curata da Sebastiano Aglianò, edizioni Marzocco, che è stata, ai tempi, un libro di culto nel coltivare il “lungo studio e grande amore”, mai dismesso, per il poeta delle Grazie . Ho cercato di raccontare cosa c’è dietro all’idea di tenere su “La Radice”, seppure saltuariamente, una rubrichetta intitolata al mercatino di Portaportese. Ma non scriverà di ritrovamenti sensazionali che appartengono alle letterature più diverse. D’accordo col Direttore Prof. Vincenzo Squillacioti, racconterà di libri e autori della letteratura e storia calabrese che mi è accaduto di trovare al mercatino romano, ma non con saggi e articoli critici. Sarà, ogni volta, una schedina di lettura, come amabilmente si chiamano quei foglietti di carta robusta o quelle vergatine che sono la mia passione e che possiedo a chili. Vorrei cominciare questa piacevole avventura, esorbitando dai limiti sopra indicati -e sarà la prima e l’ultima volta- con un libro che può essere assunto come archetipo, manuale esemplare, libro-base: Vito G. Galati, Gli scrittori delle Calabrie (Dizionario bio-bibliografico) con prefazione di Benedetto Croce, volume primo, Vallecchi editore, Firenze, 1928, pp.256, Lire 20. E' l’unico pubblicato e contiene solo la lettera A: da Abastante Abele Gustavo a Azzinnàri Alfonso. Anche se non è stato questo il primo acquisto, sono indotto a cominciare con esso per una sorta di introduzione e di punto di riferimento che quest’opera rappresenta. Nel mestiere che ho esercitato fino a qualche anno fa, consimili opere mi sono servite come spunto iniziale per le ricerche e sono felice di aver curato, più di trent’anni fa, per il Dizionario biografico degli italiani dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, la voce Cardone Gian Lorenzo a cui ho dedicato, nel ’75, un volume dove ho proposto l’edizione critica dell’unico poemetto, Il Te Deum de’ Calabresi, tradotto e annotato, premettendo un’introduzione storico-critica di cui sono ancora misuratamente soddisfatto. Il Croce, nella Prefazione, opportunamente osserva che a questa “sorta di archivio o di repertorio [...] da una parte si possa attingere per le ricerche da compiere di natura speculativa e artistica, e, dall’altra, rimandare pei ragguagli di carattere estrinseco, che pure occorre conoscere”. Il libro del Galati è un’opera d’alta e sicura informazione perchè, oltre alle notizie bio-bibliografiche essenziali e sempre corrette, contenute in pochissime pagine o addirittura in una e talvolta mezza pagina, in alcuni casi però si tratta di un vero e proprio ritratto critico. Basti citare la voce dedicata a Francesco Acri, lo straordinario traduttore dei dialoghi platonici che cominciai a conoscere e apprezzare quando in V ginnasiale ho dovuto tradurre il Critone (la copia del tempo la conservo ancora gelosamente) e poi nel volume einaudiano. Non trascuro di procurarmi i singoli volumi, di solito pubblicati da Vallecchi, come al solito al mercatino del titolo di queste righe, e naturalmente anche altrove, quando la buona sorte mi assiste. La secchezza delle schede è di limpida acutezza e può dirsi una lezione di probità scientifica e esempio di scrittura da raccomandare a molti grafomani del nostro tempo. Il Galati si preoccupa di scoraggiare “il criterio elogistico delle glorie di casa”. Infatti “assai di rado si guarda con benefica crudeltà la storia della cultura calabrese, che, come in ogni luogo, è frutto di pochi uomini di genio, di un forte gruppo di buoni operai della mente e di una moltitudine di mediocri: scarsi poeti [...] e numerosissimi ciarlatani versificatori; alcuni filosofi di marca autentica, e una sequela di sciocchi sofisti impasticciati di casistica, sterili rimasticatori di precettistica stantia; sicchè, in ogni nuovo critico, tu scopri un esaltatore, che vuol vedere e far vedere quel che non c’è, sicuro del fatto suo in apparenza, ma in realtà traballante su un terreno che frana d’ogni parte”. Ce n’è abbastanza per indicare l’introduzione come modello per coloro i quali si vogliono dedicare “a quella ricostruzione storica accurata della cultura calabrese che sino ad oggi non esiste”. Frasi che non hanno bisogno di commento. Nelle schedine che andrò scrivendo, mi dovrà preoccupare di tenere in alto conto le indicazioni rigorose dello studioso se vorrò dare un senso e una pur minima utilità alla paginetta gentilmente messa a mia disposizione.
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