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Data: 30/06/2006 - Anno: 12 - Numero: 2 - Pagina: 13 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

il mio ricordo di Vito Maida

Letture: 998               AUTORE: Gaetano Scalamandrè (Altri articoli dell'autore)        

I Tirreni hanno verdi finestre / obbligate al tramonto, / quelle antiche consuetudini / al morire dei soli / che noi Jonici non abbiamo. / Noi, che abbiamo visto rare albe, / abbiamo stupore di nascite / e silenzi da primo giorno, / quell’essere sorpresi da chi parte / e da chi torna. Quando (se non erro nel gennaio 2001) lessi la segnalazione che Maurizio Cucchi fece di questa poesia di Vito Maida, di Soverato, su “Specchio” de “La Stampa”, nonostante non mi piacesse il quinto verso (secondo me non è un verso), condivisi l’attenzione di Cucchi, forse anche (chi sa?!) perchè un po’ mi sentivo chiamato in causa per essere un tirreno (di Vibo Valentia) che vive a Roma da quando aveva poco più di trent’anni. Allora nell’elenco telefonico 1999 delle province di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia (lo avevo con me a Roma) cercai le pagine di Soverato e lì il numero intestato a Vito Maida. Niente. Così telefonai a tanti Maida in elenco, ma nessuno lo conosceva. Invece trovai il numero d’un mio amico e concittadino, il preside Gerardo Pagano, che di lui non sapeva ma mi promise di fare delle ricerche. Infatti dopo un paio di giorni potei telefonare al nuovo poeta. La conversazione fu subito cordiale e da parte mia schietta, tanto che gli dissi pure di quel verso, che non mi piaceva non quanto al numero delle sillabe o quanto al ritmo (non ne ha alcuno), ma perchè nato male. Oltre tutto era inutile. E poi quell’abbiamo buttato già in tre versi consecutivi! Maida non restò persuaso delle mie riserve, neppure quando io, precisando che lettori o critici non possono apportare modifica alcuna a ciò che scrive un poeta, se mai suggerire tagli, lasciando la scelta definitiva all’autore, proposi (solo per un esempio di ciò che intendevo dire) che spostasse quella contrapposizione nel verso seguente, abbreviando quanto possibile, come: Noi Jonici, o Noi affacciati sul mare Jonio, o qualcosa di simile, magari con l’aiuto d’un enjambement. Capii allora che il limite di Maida era che a lui interessava “dire”, non tanto “come dire”. Ora non prometto alcunchè, ma è mia intenzione tornare su questo argomento con un breve scritto sulla versificazione di Maida. Quel giorno (e dopo, perchè gli telefonai più volte) egli mi lesse (al telefono) altre sue poesie. Mi parve che le cose migliori erano nate da uno stato di grazia, da una schiettezza nativa, dall’adesione tenace a una vita vissuta in povertà contadina, da una esperienza di solitudine e di dolore che lo avevano graffiato dentro, lasciando profonde cicatrici. Pensavo al futurismo che quasi un secolo prima, per esprimere il nuovo clima del Novecento da poco iniziato, esortava scrittori e artisti a parlare delle folle delle grandi capitali, di energia, dinamismo, velocità, del fervore di arsenali e cantieri, di ciminiere, di locomotive che “scalpitano” sui binari, del volo degli aeroplani; pensavo a Boccioni che nel 1910 dipingeva La città che sale. Da allora ai nostri giorni l’affanno, lo slancio e il brulicare della vita metropolitana erano stati presenti nei poeti più nuovi, tranne le parentesi degli eventi storici impellenti, come la guerra, o quelle di evasione risolte in prove poco più che letterarie. E pensavo ad oggi, alla poesia di Davide Rondoni, che canta un suo mondo moderno, fatto per lo più di vita notturna su viali e tangenziali di grandi città, Bologna e Milano, attento a un’umanità reietta e dolente, alla propria esperienza di errore, in un ritmo vario e sempre felice nelle spezzature, in un continuum meraviglioso. Certo: il poeta deve ispirarsi alla verit`88 del mondo in cui vive. E invece Maida parlava dei fichi dell’estate, del pane e delle olive, e (d’inverno a Potenza) di noi Calabresi dallo sguardo scuro, / due o tre fichi al caldo nelle tasche / e un fuoco di polvere rossa / [ il peperoncino ] sparso sui ceci e sulla nostalgia. Ma il suo non era un tornare a tempi passati: era il mondo in cui lui viveva o era vissuto, il mondo della sua verità. Lo esortai a pubblicare e subito mi accorsi di aver toccato il suo tasto dolente. Mi disse che sperava di stampare presso una delle case editrici per così dire di serie B o C (evito di far nomi), delle cui novità aveva letto recensioni in giornali o riviste. Gli dissi che non si facesse illusioni: che prima di tutto bisognava pagare non solo le spese di stampa, che raramente la selezione era fatta con scrupolo, ed io conoscevo poeti e scrittori (più d’uno) a cui l’editrice aveva spedito 200-300 copie, e le cose erano finite lì, senza uno straccio di recensione, a meno che lo stesso autore non se ne fosse procurata una o due da qualche amico non molto accreditato. Anche in Calabria Maida poteva pubblicare il suo libro, possibilmente presso una tipografia che sapesse fare quel si chiama editing, e che i conti, per tutti, sono da fare coi posteri, perchè qualcosa che vale trova poi sempre la ventura di essere studiata. Questo discorso gli dovette creare nuovo dolore. Quanto a me -gli dicevo- dopo tanti anni in cui avevo tenuto nel cassetto tre libri che in tutto o in parte erano piaciuti a Ungaretti, Betocchi, Quasimodo, Falqui, Pedullà e altri (ma quando piacevano a loro cominciavano a dispiacere a me), dal 1999 tagliando corto ne avevo pubblicato due (e poi nel 2002 il terzo) sistemandomeli da solo al computer e facendoli soltanto imprimere da una stamperia romana su carta da me scelta. E ne avevo ricevuto consensi, qualcuno addirittura entusiastico, da Spagnoletti, Piromalli, Bàrberi Squarotti, Ferruccio Ulivi, Giuseppe Amoroso, Gian Luigi Beccaria, Alfredo Barbina, Paolo Ruffilli e altri. Maida mi parlò di alcune persone che aveva contattato, tra le quali Dante Maffia (i lettori sapranno che anche lui – calabrese – perse il padre a 15 anni), e di amici di cui aveva molta stima, come Luigi Bianco (uno o due anni dopo aggiunse Francesca Viscone, che conoscevo anch’io per averla incontrata a Roma alla presentazione del proprio libro di poesie Itaca). Erano i suoi tesori. Me ne parlava come volendo coinvolgermi perchè anch’io intrecciassi con loro un rapporto d’amicizia, e m’indusse a mandar loro i primi due libri miei (non ne ebbi neppure un cenno di risposta). Vito Maida aveva un gran bisogno di comunicare non perchè era solo ma perchè soffriva la solitudine. Era impaziente perchè sentiva di aver poco tempo davanti a sè. E gli “amici” lo hanno ripagato: il prof. Antonio Barbuto con una prefazione che individua lucidamente i motivi ispiratori della sua poesia, Viscone (che intanto da poetessa s’è resa nota come saggista di successo) con la postfazione di quattro belle pagine altamente ispirate, Maffia segnalando Spine e spighe sulla sua rivista Polimnia (a. II, n. 05, genn.-marzo 2006) servendosi della citazione di osservazioni di Barbuto e di Viscone. E Bianco? Di lui purtroppo non so, ma credo di aver capito che è intervenuto più volte, con la bravura che gli è riconosciuta. Maida mi parl`98 dei suoi problemi cardiaci, di suo padre morto a Cefalonia, della sua vita di orfano prima presso un collegio salesiano, poi al “Principe” di Potenza, mi lesse (non so se allora o dopo) la poesia La croce che la Chiesa comanda, una delle sue frecce acuminate contro la sete di danaro degli uomini di Chiesa (l’altra, contro l’ “economo salesiano” è nella poesia La polvere rossa). Io gli telefonavo perchè preoccupato soprattutto del suo cuore, e una volta, dopo che per alcuni giorni non lo avevo trovato, mi disse che per l’aggravarsi delle sue condizioni era stato ospite di una sua sorella. Poi (almeno dagli ultimi mesi del 2003) per problemi di salute miei lo persi un po’ di vista, o per meglio dire di udito, perchè io non ho conosciuto Maida se non per telefono. Così avevo lavorato d’immaginazione. Lo credevo alto, magro, concentrato, senza sorriso, sì che poi mi sorpresi di vedere nell’ultima di copertina di Spine e Spighe la sua fotografia col faccione largo, concreto, la bocca anch’essa larga atteggiata a un sorriso espressione di bonomia. Da alcuni mesi ho più volte pensato di risentirlo, ma sempre ho rimandato a dopo. Finchè sulla rivista Rogerius, bollettino dell’Istituto della Biblioteca Calabrese di Soriano Calabro, tra i libri pervenuti notai Spine e spighe, uscito nel 2005 e a quella Biblioteca inviato da V. Squillacioti. Allora mi domandai: e comè che Vito Maida non l’ha mandato a me, che gli ho spedito i miei tre libri? Non era una questione di doveri, ma un sospetto che mi turbava dentro. Perciò tutta la giornata di sabato 20 maggio formai invano il suo numero di telefono e anche quelli di alcuni Squillacioti che trovavo a Soverato. Poi frugando nell’elenco telefonai a varie persone abitanti in via Amirante in prossimità del numero civico 109, dove era la casa di Vito. Nessuno ne sapeva niente. Allora -pensavo- vivere a Soverato è diventato come vivere a Roma, dove nessuno sa del vicino, neppure se è morto? Lunedì telefonai all’amico Nicola Provenzano, fondatore e direttore della Biblioteca Calabrese (colgo l’occasione per segnalare la migliore delle sue opere letterarie, il romanzo I palazzi della Fata Morgana, Qualecultura-Jaca Book, Vibo Valentia 2005), e da lui ebbi il numero di telefono di Vincenzo Squillacioti, che mi disse tutto e mi spedì Spine e Spighe. Il libro esce in un periodo in cui non appare come una cosa lontana dal mondo d’oggi, quando ogni fine settimana, specialmente se prolungato da qualche “ponte”, file interminabili di automobili lasciano la vita caotica delle città, anzi non pochi si trasferiscono stabilmente in paesini piccoli, dove le persone possano conoscersi e incontrarsi. Squillacioti ha il grande merito di aver pubblicato la raccolta che Vito lasciò al centro della propria scrivania la notte del 6-7 dicembre 2004, prima di partire per Catanzaro per sottoporsi all’intervento chirurgico dopo il quale il 18 dicembre è mancato a noi. A questo merito va aggiunto quello di aver inserito nella raccolta altre poesie in essa non comprese. Spero che il direttore de “La Radice” non se l’abbia a male se osservo che avrei preferito leggerle in appendice o in una sezione a parte, o almeno che in qualche nota o nell’introduzione ne avesse dato precise indicazioni. E' una questione di filologia. La raccolta d’un poeta vero non è un insieme di poesie, ma un lavoro organico preparato con la consapevolezza autocritica di cui egli è capace. E siccome tra le poesie di Vito Maida alcune sono piuttosto banali, il lettore dovrebbe sapere se esse erano nel libro lasciato sulla scrivania dall’autore appunto come libro. Così comè Spine e spighe è tale da non offrire punti di riferimento a un lettore che voglia esaminarlo criticamente. E' come una mostra di quadri non datati d’un pittore, dove opere giovanili siano mischiate ad altre più mature o tarde. Il visitatore non potrebbe non rimanere confuso e, non avendo la possibilità di studiare un’evoluzione di motivi e di forme, magari sarebbe portato a concludere che quel pittore non ha uno stile e naviga senza una meta. Perciò inviterei coloro che conoscevano Maida da più tempo a ricostruire qualche data, sia pure approssimativa. Penso anzi che Luigi Bianco (Maida mi diceva che pubblicava un proprio periodico) qualcosa del genere abbia già fatto o comunque sia in grado di dirci molto. Mi resta da dire una cosa personale: che io ho impiegato più d’una settimana ad elaborare il lutto per aver perduto una persona che non so se mi considerava amico, ma per la quale trepidavo e le volevo bene. La notizia, appresa dopo un anno e mezzo dell’evento, mi ha fatto soffrire molto. E' stata il mio pensiero dominante per diversi giorni. Perchè la morte d’un poeta non è la morte d’un uomo, ma della vita in ciò che essa ha di più vitale: la sfida al futuro che è propria della poesia. (Vincenzo Squillacioti assicura di non dispiacersi della tanto pertinente quanto importante osservazione, senz’altro condivisibile, del professore Scalamandrè sulla scelta d’impostazione dell’opera dell’amico Vito Maida. Come esplicitamente precisato nell’introduzione, si è trattato, a suo tempo, di una scelta carica di responsabilità, ma attuata nella convinzione di non errare, considerata l’economia globale della produzione poetica di Vito. Scelta peraltro condivisa, se non proprio stimolata, da alcuni tra gli amici suoi più intimi che, sebbene in modo indiretto ma non per questo meno sentito, hanno preso parte al lavoro della progettazione editoriale di Spine e spighe. Si approfitta di questo spazio per ringraziare ancora una volta il professore Gaetano Scalamandrè per lo scritto che ha voluto mandarci, per la bella riflessione di cui sopra e per i tre volumi di sue poesie che ci ha fatto avere in omaggio e che abbiamo cominciato a leggere con l’interesse che meritano.)
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