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Data: 30/06/2006 - Anno: 12 - Numero: 2 - Pagina: 16 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

L’ITALIA SIAMO NOI? Sicani, Siculi, Traci. Il Danubio. E il misterioso Re Italo.

Letture: 1203               AUTORE: Domenico Paravati (Altri articoli dell'autore)        

(Abbiamo il piacere di ospitare l’articolo che segue, con il consenso dell’Autore che l’ha già pubblicato su “Il Corriere di San Floro e della Calabria Centrale” (anno III, n° 1, gennaio-febbraio-marzo 2006). Un periodico, “Il Corriere di San Floro”, che Domenico Paravati, già giornalista della Rai e che oggi vive a Rignano Flaminio, ha fondato e dirige per tenersi in sempre più stretto contatto con la sua, la nostra Calabria. Noi lo ringraziamo della stima e gli chiediamo scusa se, per motivi di spazio, non abbiamo la possibilità di stampare anche la seconda parte dell’articolo, e di riprodurre, a corredo, anche la mappa del 1600 di Marsili.) L’ITALIA SIAMO NOI? Sicani, Siculi, Traci. Il Danubio. E il misterioso Re Italo. In un’antica mappa è segnata, sulla riva sinistra del più grande fiume d’Europa (dopo il Volga), un’area chiamata Siculia - Venivano da lì i Siculi finiti poi in Calabria e quindi in Sicilia? -’U timpunìaddhu de ’i Spartacumpari è la tomba di Re Italo? Dio ci scansi da una gloria simile. Borgia e San Floro diventerebbero i paesi più famosi d’Italia. Quante volte ho scritto che il lembo di terra nella Piana del Corace potrebbe (potrebbe!) essere il luogo dove è sepolto il mitico Re Italo Eppure sembra (sembra) che nessuno tra chi conta (in primo luogo la Soprintendenza alle Antichità della Calabria) voglia prendere sul serio questa ipotesi sulla quale hanno lavorato o stanno lavorando persone di alto livello (l’archeologo Dino Adamesteanu, il prof. Wolf con riferimento a Skera-Tiriolo e al re dei Feaci-Enotri? Siculi?- Alcinoo-Italo, ecc.). Dunque nella Piana del Corace, nel territorio di Borgia, ed a due passi (circa un chilometro) dall’Università della Calabria e dal territorio comunale di San Floro, c’è una collinetta che si erge solitaria nella piana, ben lontana dai rilievi che stanno intorno (ed anzi una di queste colline presenta una profonda ferita come se in passato qualcuno l’avesse “tagliata” per ricavare la terra necessaria a coprire il tumulo, ma non so se il taglio è recente), che potrebbe essere -ripeto: potrebbe, non dico che è - una vera e propria tomba. E se tomba è, è tomba di uomo “importante” nell’antichità. E nell’antichità in quell’area viveva il popolo dei Siculi, detti anche Itali dal nome del loro più grande re -Italo- che aveva conquistato il resto dell’attuale regione calabrese, soprattutto la parte a sud, e poi aveva invaso l’attuale Sicilia (occupata dai Sicani), la quale di Siculi prese il nome. Dunque noi potremmo (potremmo) avere, a due passi da San Floro, la tomba del re Italo. Attualmente il tumulo porta il nome popolare di “Timpunìeddhu de ’i spartacumpàri e un po’ tutti conoscono la leggenda che ha dato vita a questo topos (due compari, uno sanissimo ma furbissimo e l’altro bonaccione ma cieco, avevano coltivato insieme un grande campo di grano; e quando venne l’ora del raccolto il grano veniva misurato dal “furbo” con una “menzalora” -misura antica-; solo che, anzichè riempirla dalla parte giusta per dare quanto dovuto al cieco, egli la riempiva dalla parte opposta facendo toccare al compare il raso, per cui il poveretto aveva l’impressione che tutto filasse liscio. Ma Dio, che vede tutto, punì il furbo trasformando il suo grande mucchio di grano in un monte di sabbia: ed ecco la collinetta che si staglia netta sulla piana accanto al fiume, mentre al cieco, per miracolo divino, il suo poco grano diventò una quantità grande). Che quella “collina” che fuoriesce dalla piana come un fungo contenga qualcosa di importante è dato anche dal fatto che un nostro compaesano, qualche anno fa, ebbe modo, dopo aver letto il libro “Ciao San Floro Ciao Calabria” di recarsi sul posto ed ebbe la fortuna di capitare nel momento in cui qualcuno stava scavando sui bordi della collina per dei lavori. Ed ecco venir fuori all’improvviso vari cocci antichi, una parte dei quali io ho visto coi miei occhi, mostratimi dal compaesano, cocci che non sembrano di fattura greca ma antecedente alla colonizzazione delle nostre coste da parte degli Elleni. Che questo angolo di terra sia stato il regno di Italo è documentato addirittura, oltre che da vari altri scrittori, anche da Tucidide. Nel libro VI -cap. 2- della sua grandiosa opera “Guerra del Peloponneso” ecco quanto si legge (faccio riferimento al volume “Tucidide-Guerra del Peloponneso”-traduzione dal greco di Ezio Savino- Garzanti 1974): “Quando Ilio crollò, un drappello di troiani fuggitivi, sgusciati dalla rete della flotta achea, approdarono alle spiagge della Sicilia e fissarono il proprio domicilio a fianco dei Sicani. Le due genti furono designate con il nome comune di Elimi, e i loro centri urbani furono noti come Erice e Segesta. S’aggiunse più tardi e prese sede in quei luoghi anche un nucleo di focesi che, rientrando da Troia, fu travolto in quell’epoca da una tempesta, e dopo aver toccato le coste della Libia, di là concluse finalmente la sua corsa in terra di Sicilia. (Infine) i Siculi, dall’Italia (poichè in quel paese vivevano) compirono la traversata verso la Sicilia, per sottrarsi agli Opici. E' probabile che (e in questo caso la tradizione ci soccorre) si tenessero pronti a passare con alcune zattere, quando si levasse da terra la brezza, propizia al tragitto; ma non si esclude che si siano giovati anche di altri espedienti per sbarcare. Nei tempi moderni esiste ancora in Italia una piccola società di Siculi; il nome di questa regione, anzi, si deve proprio ricollegare a Italo, uno dei re Siculi, che così si chiamava. Costoro passarono in Sicilia con un’armata poderosa e, piegando al primo urto i Sicani, li confinarono a viva forza nella parte a mezzogiorno e ad occidente dell’isola, imponendo al paese un nome nuovo: da Sicania, Sicilia. Effettuato il passaggio, si scelsero i territori migliori e li mantennero per circa i trecento anni che precedettero l’avvento dei Greci in Sicilia: attualmente (Tucidide scrive nel V secolo a.C.-n.d.r.) occupano ancora le fasce centrali e a settentrione dell’isola”. Nel libro terzo, cap. 86, un altro riferimento di Tucidide alla nostra Calabria, scrivendo della lotta tra Siracusa e Leontini, in Sicilia: “Sostenevano Leontini i centri calcidesi e Camarina. In Italia (n.d.t.: I Greci consideravano Italia la parte meridionale della penisola) Locri parteggiò per Siracusa, Reggio invece per Leontini , cui la legavano vincoli di stirpe”. Quella giustificazione sull’esodo dei Siculi (ovvero gli Itali) verso l’attuale Sicilia cui diedero il nome (“compirono la traversata per sottrarsi agli Opici”) collima con l’attuale certezza che il dialetto dei centri calabresi a nord della Stretta di Catanzaro (Tiriolo, Serrastretta, ecc.) ha molti fonemi derivanti dalla lingua degli Osci, un’etnia nata dalla fusione tra Opici (che abitavano la Campania) e Sanniti (che abitavano l’attuale Sannio). Dunque il popolo dei Siculi (o Itali), che dominava gran parte della Calabria, riuscì probabilmente a “resistere” agli Osci-Opici o ad accettare la loro supremazia -visto l’esodo della gran parte del popolo verso lo Stretto-, magari proprio a partire dalla Piana del Corace dove probabilmente era stato sepolto nei secoli precedenti il loro grande Re Italo. Riflettete sulle parole di Tucidide: “Nei tempi moderni esiste ancora una piccola società di Siculi”. Tucidide scriveva nel quinto secolo avanti Cristo, quindi fra i quattrocento e i settecento anni dopo la presenza di Italo nella nostra Calabria, considerando che i primi greci arrivarono dalle nostre parti intorno all’ottavo secolo a. C. Se nella sua epoca era ancora viva la memoria di questo Re locale, questi doveva essere stato veramente uomo leggendario e quindi degno di una tomba monumentale. Se la tomba di Italo fosse veramente lì, dentro il tumulo del Corace, ovvero nel Timpunìeddhu de ’i Spartacumpàri? Andate a visitarlo, il tumulo, e penserete anche voi che non si tratta di una collinetta naturale ma di qualcosa di artificiale (e poi c’è la leggenda dei due compari: e quando c’è una leggenda su un posto vuol dire che quel posto da moltissimi anni ha assunto un significato misterioso, non ovvio). E' la tomba del primo Re d’Italia? Se così fosse, l’orgoglio di noi che abitiamo o abbiamo abitato quella terra sarebbe immenso. Fantasie? Dalle fantasie e dalla caparbietà spesso nasce la realta. Pensate a Troia ed al suo scopritore, Schliemann Ma chi scoprirà mai cosa c’è lì sotto? Chi scrive ha provato più volte a toccare l’argomento, anche con la Soprintendenza alle Antichità della Calabria, a Reggio; ma con scarso esito.
L’ITALIA SIAMO NOI? Sicani, Siculi, Traci. Il Danubio. E il misterioso Re Italo. - Domenico Paravati
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