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Data: 30/09/2006 - Anno: 12 - Numero: 3 - Pagina: 41 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

SIAMO IN GRADO DI ASCOLTARE?

Letture: 1042               AUTORE: Daniela Trapasso (Altri articoli dell'autore)        

Mi trovavo a Roma per frequentare l’Università quando, nel 1986, apparve sui giornali la notizia di “Badolato paese in vendita”. Ricordo che ero a casa con amici e la notizia passò in tv. Ovviamente si scatenarono ironici commenti: “Siete proprio alla frutta se dovete vendervi il paese!” oppure “Ed a quanto lo vendete?”. Lì per lì non nascondo di esserci rimasta male. Ma come il mio paese in vendita? Che voleva dire? E chi avrebbe dovuto comperarlo? Forse un magnate che lo avrebbe trasformato in un posto da turisti vip sconvolgendone l’essenza? No, il mio paese non poteva essere in vendita. Che cosa stava succedendo? Cominciai il mio giro di telefonate per cercare di capire meglio. Quando mi dissero che la notizia era partita da Mimmo Lanciano mi tranquillizzai. So quanto Mimmo “il provocatore” ami Badolato e capii immediatamente che nulla di brutto poteva accadere. Capii che Mimmo non avrebbe MAI consegnato il paese nelle mani di chi non ne avrebbe colto la grande ricchezza che le nostre tradizioni portano con se. Le conseguenze di quello “scoop” sono ancora sotto i nostri occhi: tanti quando sentono Badolato mi dicono: “ma non era il paese in vendita?” Oggi, a venti anni di distanza, mi ritrovo a riflettere su cosa sia realmente cambiato. Intanto io sono tornata a vivere nel mio paese. Sembra niente, ma per chi era partita dicendo “che torno a fare?” è una grande cosa. Non avrei mai pensato di ritornare un giorno a lavorare a Badolato. Ma sono felice che ciò sia accaduto. Per fare un’analisi obiettiva devo mettere da parte il grande e viscerale amore che nutro per questi luoghi. Luoghi che sembrano fuori dal tempo, sospesi in un “tempo senza tempo”, luoghi che dagli occhi entrano direttamente nel cuore; devo smorzare i brividi che percorrono la mia pelle quando cammino per i vicoli e penso “questa è la mia terra”, devo far finta di non sentire la storia che trasuda dai muri delle case antiche. Non è facile. Sono tornata ormai da circa 8 anni e non ho mai smesso di pensare che il mio ritorno dovesse essere “al servizio di Badolato”. In questi anni ho visto crescere materialmente Badolato: case sempre più grandi (e quasi mai finite), negozi, ristoranti, B&B; sono nate nuove associazioni, uffici, siti internet, riviste; nel 1997 sono arrivati i Kurdi e si è pensato ad una nuova rinascita del paese (nuovamente giornali, televisioni, fotografi, giornalisti); tanta gente ha comperato e continua a comperare casa a Badolato Borgo. Però... è come se mancasse qualcosa. Intanto penso che le occasioni che si sono presentate non siano state sfruttate al meglio. “Badolato paese in vendita” e “l’arrivo dei profughi Kurdi” hanno rappresentato davvero due grosse opportunità ma non siamo riusciti a trasformarle effettivamente in risorse. Non so perchè ma è come se ci fossimo persi in un bicchiere d’acqua. Forse quello che manca è realmente una “comunità di intenti” tra gli stessi badolatesi, un obiettivo comune, una volontà univoca. è come se mancasse lo spirito di solidarietà tra noi stessi. Eppure abbiamo dimostrato di saperne offrire tanta di solidarietà! Anche le case, costruite una addosso all’altra, pare diano la sensazione di sorreggersi ed aiutarsi a vicenda. Sinceramente se dovessi tirare una somma di questi venti anni non so quale sarebbe il risultato. Molti eventi avrebbero il segno positivo davanti, molti altri quello negativo. A volte mi viene da pensare se invece di andare avanti non siamo tornati indietro. Mi chiedo cosa rimane dei grandi spiriti badolatesi, degli uomini e delle donne che hanno lottato duramente per cambiare il nostro paese, dell’identificazione in ideali universali che faceva smuovere il mondo, della fiera tradizione politica (nell’accezione più alta e pura, non per come si intende e si vive oggi la politica!). Mi chiedo cosa rimane di quei giovani che “inventavano” la vita giorno per giorno con poco, pochissimo ma con tanto, tantissimo entusiasmo. Mi chiedo dove sia finita “l’identità badolatese”, quella che faceva di tutti una sola famiglia, quella dove il problema di uno era condiviso da tutti. Mi chiedo perchè non ci si ritrovi ancora la sera seduti sull’uscio a raccontarsi la giornata, a parlare della terra e dei suoi frutti, delle cose da fare, delle speranze e dei sogni. La mia sensazione è che, purtroppo, si stia sempre più perdendo la “badolatesità”. Forse questo è frutto dei “tempi che cambiano”. Forse queste sono solo malinconie di chi, andando avanti negli anni, non riesce ad accettare che, oltre all’esteriorità, cambi anche l’essenza delle cose e degli uomini. O forse sono processi inevitabili a cui bisogna rassegnarsi. Però mi manca tutto quello che c’era. E la cosa strana è che mi manchi senza averlo mai vissuto. Forse non è una mancanza ma solo un desiderio di spiritualità antica, vera, sincera. E mi domando cosa significhi davvero andare avanti. Sono sempre più convinta che il vero progresso, la vera crescita (anche quella urbanistica) non possano prescindere da uno sguardo al passato, da un recupero delle antiche tradizioni, dalla rivisitazione della nostra storia, dal fare tesoro degli insegnamenti dei nostri nonni. La piena coscienza di ciò che si è stati aiuta a divenire in futuro. E la storia di Badolato è una storia nobile, caparbia, fiera, fatta di lavoro onesto, di lotte sentite. Possibile che tutto questo oggi non abbia più valore? Possibile che si dia così tutto per scontato? Badolato ha bisogno dello sforzo e dell’amore di tutti e non dei pochi “soliti noti”. Si dice che la ricchezza di un popolo si quantifichi non solo in quello che materialmente conquista o costruisce ma, soprattutto, nella grandezza spirituale che lascia. La storia di Badolato ha tanto da dire: ma noi siamo in grado ancora di ascoltare? Daniela Trapasso * Responsabile del C.I.R. Calabria
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