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Data: 30/06/2007 - Anno: 13 - Numero: 2 - Pagina: 4 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

Giovanni Conia, poesie complete

Letture: 994               AUTORE: Antonio Barbuto (Altri articoli dell'autore)        

Da quella fonte, per me quindicenne inesauribile, che fu la composita biblioteca del maestro Fera ereditata dalla sorella di lui donna Delina custode attentissima di Madonne e Santi più che dei libri del fratello (meno male per me!), ho preso anche, tra altri titoli che continuano ad accompagnarmi carichi di nostalgie, un prezioso volumetto, che credo con buona ragione rarissimo, intitolato Poesie complete dell’ abate Giovanni Conia ristampa riveduta a cura di Pasquale Creazzo. Con aggiunte: un prologo; dissertazioni storiche ed uno schizzo a penna per Pasquale Creazzo; cenni biografici del Conia per F. Lamari Covello; una prefazione per il Prof. Albanese ed una poesia inedita del Conia. Cinquefrondi 1° Luglio 1928 Reggio Calabria Società editrice reggina, 1929-VII. Mi è piaciuto molto trascrivere le indicazioni stampate sulla copertina e sul frontespizio per sottolineare il godimento di riferire al lettore quanto di fatto è contenuto nel volumetto di appena centodieci pagine più una dove vengono segnalati gli “errori incorsi” (appena sei) e l’invito del curatore “a tutti coloro che occupandosi del Poeta Conia saranno in grado di comunicarci notizie, scritti, studii ed annunci sullo stesso, allo scopo di raccogliere il materiale che dovrà servire per una futura nuova impressione delle poesie, con una più completa bibliografia e biografia nella quale verranno pubblicati i nomi degli autori di tali studi e notizie”. Devo ammettere candidamente che raramente ho ripreso in mano il libretto del Conia: ad altri poeti sono andati i miei interessi di lettore, non certo però a quei “gracchiatori in vernacolo” d’ogni tempo e risma che infestano, ahimè, la nostra letteratura calabrese. Ma la circostanza degli appuntamenti con “La Radice” mi ha indotto a togliere dallo scaffale calabrese il volumetto di Conia protetto da una copertina (come si usava con i libri di scuola) di carta di Firenze dello stesso colore della copertina originale fortunosamente conservata. Sono rimasto favorevolmente impressionato dalle notizie storico-biografiche accumulate dal curatore. I “cenni biografici” redatti dall’ Ing. F.co Lamari Coviello ci informano dettagliatamente dei fatti principali che qui mi permetto di riassumere velocemente a beneficio del lettore. Giovanni Conia nacque a Galatro nel 1752. Nel seminario di Mileto iniziò i suoi studi e nel 1777 fu ordinato sacerdote “seguendo schietta vocazione già in accordo e alle finanze domestiche […] e alle speranze paterne compendiate nel detto popolare: la chirica rasa faci la casa”. Acquistò fama di “esimio predicatore tanto da tener più volte il pulpito della Cappella Sistina alla presenza di Pio VII”. Rientrò nella diocesi di Mileto e “dal 4 Novembre 1793 al 1 Novembre 1799 fu a capo della Chiesa di Caridà […] indi parroco a Zungri […] infine canonico Arciprete della cattedrale di Mileto […] in Oppido fu Rettore e Professore di Teologia dommatica al Seminario, canonico Protonotario, tesoriere e cantore della Cattedrale […] ebbe popolare stima di buon poeta […] il Conia racimolate dagli amici che le avevano avute quante poesie poté e fattane debita cernita, aggiustò le altre scritte in vena […] nel 1834 le pubblicava a Napoli […] affievolito da qualche tempo nelle sue attività, tocco di apoplessia morì in Oppido il 7 Febbraio 1839”. La rilettura recente per preparare il presente appuntamento con la rubrica mi ha chiarito il motivo più decisivo della mia scarsa frequentazione della poesia di Conia: la fondamentale cultura istituzionalmente ecclesiastica del poeta che ne ha condizionato in maniera fastidiosa l’opera esponendola all’insopportabile, per me, affettazione celebrativa enfatica e reazionaria (quasi tutti i temi della sua poesia riprendono argomenti catechistici). Ce n’era abbastanza per una “trascuranza” legittima e prolungata. Non di meno credo, altrettanto candidamente, che al lettore di oggi -e a quello dei nostri paesi in particolare che parla diffusamente il dialetto- possano essere indicate come riuscite le seguenti composizioni: La lingua calabra stupisce di vedersi gradita, Sdegno della lingua italiana per veder gradita la Calabra, Risposta della lingua calabra a tali lagnanze. La tenzone si celebra tra la lingua italiana che si sdegna per il favore al “calabro dialetto” che non ha regola, sintassi e la lingua calabra che, pur riconoscendo la superiorità di quella italiana, si difende definendo la lingua italiana poco comprensibile per l’uso di metafore e allegorie. Piromalli sottolinea acutamente (La letteratura calabrese, volume I, p.317) che “ciò che è più importante e moderno in Conia è il netto sentimento della separazione tra lingua parlata e lingua scritta, il suo favore ha lo stile semplice, ha i caratteri della comunità calabra, ha i moti dell’animo, ha le passioni della sua gente” e forse possiamo ritenere che risiede in questo la fortuna che Conia ebbe presso il popolo piuttosto che verso la critica. Nonostante tutto non mi è dispiaciuto essermi soffermato su questo poeta, certamente sconosciuto ai più, come non mi dispiace di possedere la rarità bibliografica costituita dal volumetto di cui si è discorso.
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