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Data: 30/09/2007 - Anno: 13 - Numero: 3 - Pagina: 20 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

CENZU U CECÀTU

Letture: 892               AUTORE: Antonio Fiorenza (Altri articoli dell'autore)        

Caratteristico questo personaggio, il più noto nel paese, rimasto bene impresso nella mente dei Badolatesi dei primi anni Trenta del Novecento, soprannominato “ u cecàtu” -Cenzu u cecàtu-, perché guercio, privo di un occhio, di cui Nicola Caporale tratta nel poemetto Il mio Paese e che nel romanzo L’oro del Sud è amaro descrive come uomo “con la sua faccia imberbe da zitellona, … alto quanto un cavallo”. Si tratta di un certo Capano di nome Vincenzo, statura media, carnagione chiara, piuttosto tarchiato, capo pelato, salvo una ciocca di capelli che gli girava intorno alla testa, sopra le orecchie, campanaro della Torre Civica, su incarico del Comune, e pubblico banditore, famoso per le sue imprecazioni, contro i tiri mancini dei giovani, “ u cafè pputtanìli”!, del tenore : “terremòtu ’e mara, u vena”! … “chimmu u vi fannu u sbariu” ! Persona orgogliosa, assolveva al suo incarico con diligenza, scrupolosità e competenza, sopratutto nel governare l’orologio della torre, detta appunto Torre delle ore, che con i suoi quattro quadranti e cupola maiolicata, svettava sui tetti con i suoi tre piani, per trenta metri. Un particolare, interessante: riusciva a caricare giornalmente il meccanismo dell’orologio, funzionante con un movimento a bilanciere, azionato da una corda a pesi, che ogni ventiquattro ore doveva essere ricaricata, mediante avvolgimento, su un argano, tramite una manovella, che Cenzu sapeva magistralmente e puntualmente azionare, pur essendo analfabeta ed avanzato negli anni. Molto mattiniero, in ora antelucana si recava alla civica torre per annunciare il sorgere del nuovo giorno attraverso il suono armonico, abile com’era nel “tirare” le funi dei battagli delle tre campane, i cui rintocchi si sentivano -si diceva, ma era un’esagerazione- fin dalla “Coscia di Stalettì - Copanello, che dista in linea d’aria alcuni chilometri: un vero maestro, insomma, “musico esperto della man possente”, nell’accordare le campane come una chitarra. Testimone di tanti eventi, lieti e tristi, annunciati attraverso il suono delle campane, che per i Badolatesi hanno sempre avuto un ben preciso linguaggio, in codice, il nostro Cenzu cessò la sua attività con la demolizione dei due piani della torre, pericolante, in seguito al terremoto del 1908 . Rassegnato a vita privata, senza pensione o sussidio alcuno, visse amareggiato nel vedere “buttate” in un angolo della chiesa Matrice quelle storiche gloriose campane, che docilmente avevano scandito armoniosi richiami, sotto la sua mano esperta. Con Cenzu se n’è andato un pezzo di Storia della nostra Badolato e, se anche le campane, dopo quasi un quarantennio, hanno avuto sistemazione nel campanile della Chiesa Matrice, il loro suono non è stato più, per i nostri genitori, quello di un tempo, perché… mancava qualcosa, Cenzu e… tanta parte della Vita!
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