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Data: 30/09/2007 - Anno: 13 - Numero: 3 - Pagina: 36 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

“FORA MALÒCCHJU”

Letture: 981               AUTORE: Giovanna Durante (Altri articoli dell'autore)        

“C’era una volta il ‘malocchio’, sguardo invidioso e cattivo…” Così potrebbe cominciare una favola riguardante i tristi condizionamenti della superstizione che affonda le sue radici nel passato ma sopravvive anche nel presente in una forma subdola ed insidiosa. Un tempo era talmente radicata e diffusa la credenza dell’“addòcchio” che qualsiasi malanno o altro imprevisto spiacevole veniva riportato ad una forza maligna sempre in agguato, ritenuta capace di provocare malattie e disgrazie varie, non solo alle persone ma anche agli animali. Sia l’azione dell’“addocchiàre” che l’effetto negativo dell’“addòcchio” si riteneva fossero causati dall’invidia, un’invidia ritenuta tanto insidiosa da creare mali difficili da combattere e da debellare. La persona invidiosa aveva un forte potere di richiamare malanni e sventure che potevano ricadere su una singola persona o sopra un’intera famiglia; non a caso si diceva: “Casa addocchjàta è menza sdarrupàta” (La casa sottoposta al malocchio è quasi in rovina); ed ancora: “A mbìdia esta ammènzu a casa do diàvulu” (L’invidia sta in mezzo alla casa del diavolo). Addirittura si riteneva che l’influenza funesta del malocchio potesse essere anche involontaria, cioè determinata da un semplice sguardo di ammirazione o da un moto di entusiasmo, e che il malocchio provocato da una donna poteva distinguersi da quello dell’uomo. Queste strane credenze che condizionano psicologicamente gli individui e il loro modo di pensare sono frutto di una proiezione di paure e di angosce ancestrali difficili da eliminare. Un tempo le carestie, la malaria, i terremoti, le alluvioni e le stesse incursioni piratesche erano minacce inspiegabili, forze imprevedibili del tutto oscure; la stessa fame che, in alcuni periodi storici ha condizionato negativamente l’intera esistenza umana, rappresentava un incubo da cui non era facile uscire. Ignorare la natura di questi mali e il modo di prevenirli o contrastarli portava l’uomo a ricercare rimedi e difese empiriche. Era opinione diffusa tra la gente calabra che l’influsso malefico non fosse solo provocato dal malocchio ma anche da riti che, a seconda dei casi, suscitavano il male o lo eliminavano. Essi venivano officiati soprattutto da donne esperte in questo campo “magico”, dette “magàre”, con procedimenti particolari che si tramandavano di generazione in generazione. La formula magica era caratterizzata da una specie di preghiera consistente nella prima parte in un’invocazione a Dio, ai Santi o ad altre misteriose presenze alle quali si chiedeva aiuto; nella seconda parte s’ingiungeva categoricamente al malocchio di sparire con l’espressione: “Fora malòcchju da…” e si pronunciava il nome della persona, dell’animale, dell’immobile o degli oggetti colpiti dall’invidia. Nel corso del rito, la recita della formula magica veniva accompagnata da numerosi sbadigli e lacrime da parte dell’officiante: era questo il segno tangibile che il malocchio c’era ma stava andando via. Dove, non si sa! In alcuni paesi della nostra regione si credeva persino che le forze malefiche, capaci di intralciare il cammino dell’uomo, erano costituite da esseri misteriosi, eterei, quasi sempre invisibili, detti “spirdi”, ossia spiriti apportatori di sventure. Per contrastare il malocchio e prevenire l’influsso malefico degli spiriti si ricorreva all’uso di strani gingilli: per i bambini si usavano cornetti di corallo, piccole mani facenti le corna, pesciolini smaltati, ecc.; per gli adulti altri amuleti come le zanne di maiale, il corno rosso, il ferro sotto qualsiasi forma. Del resto ancora oggi c’è chi fa le corna, chi incrocia le dita, chi fa ricorso al cornetto rosso nell’intento di esorcizzare il male. A Badolato, e forse anche nei paesi vicini, per preservare i bambini dall’ “addòcchju” si usava comunemente “u brovìnu”, e cioè un piccolissimo sacchetto di stoffa preferibilmente rossa, contenente un pizzico di sale e uno d’incenso, una fogliolina d’ulivo benedetta e un’immaginetta sacra arrotolata. Il sacchetto, che poteva avere la forma di un minuscolo cuore, veniva attaccato all’interno di una bretella della camicia. Qualcuno soleva anche appuntare un minuscolo cornetto rosso tra le pieghe del vestitino del bimbo o della bimba. Al “brovìnu” si accompagnava spesso “u scongiùru”, un pezzetto di carta su cui era scritta la seguente formula in lingua latina avente il compito di scacciare il maligno: Ecce Crucem Domini; fugite partes adversae, vicit Leo de tribu Iuda. (Ecco la Croce del Signore; fuggite parti nemiche, ha vinto il Leone della tribù di Giuda.). Per avere lo scongiuro bastava recarsi al Convento francescano di Santa Maria degli Angeli e chiederlo al Padre Guardiano; molti anziani badolatesi ricordano di averlo chiesto ed ottenuto da Padre Bonaventura Falcone e poi da Padre Teofilo D’Elia. In molti paesi della Calabria quando si costruiva una casa si usava appendere al muro esterno un ferro di asino o un paio di corna di bue per scacciare l’invidia; né era raro vedere scritto a caratteri cubitali sulla parete esterna di una misera casa: “Crepa l’invidia” (Crepi l’invidia). Numerosi erano anche i presagi per lo più negativi legati agli animali; si pensava infatti che la civetta fosse di cattivo augurio quando emetteva il suo lugubre pigolio, che le falene portassero notizie belle o brutte a seconda del loro colore, che il verso del cuculo significasse morte sicura per un ammalato, così come il guaito persistente del cane. Non parliamo poi del povero gatto la cui colpa è solo quella di avere il pelo nero! Su di lui permane una strana superstizione: se un gatto nero attraversa la strada ad un pedone o ad un automobilista la disgrazia è incombente, per cui c’è ancora chi ritiene che, “pe ssì e pe nno”, è meglio cambiare direzione di marcia. Il tutto in ossequio al detto “Non è vero ma ci credo”.
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