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Data: 31/12/2007 - Anno: 13 - Numero: 4 - Pagina: 8 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

MASTRO BRUNU: IL POETA SCALPELLINO

Letture: 1096               AUTORE: Antonio Barbuto (Altri articoli dell'autore)        

Negli anni dell'adolescenza appassionati anche di poesia dialettale, nell'arcipelago di quella calabrese che frequentavo soprattutto sulle pagine di "Calabria letteraria" dello storico direttore Emilio Frangella, presi consuetudine coi maggiori e canonici: Vittorio Butera, Michele Pane, mentre Vincenzo Chiefari lo frequentavo giornalmente in Soverato Superiore, nostro comune paese di nascita dove ho abitato fin verso i vent'anni. Ma accanto a questi e ad altri del passato (Padula, Ammirà, Conia etc.) circolava un nome, e una leggenda, quello di Mastro Brunu (Bruno Pelagi) scalpellino analfabeta di Serra San Bruno. Ci sono voluti però, per me, alcuni decenni per poter leggere tutte le poesie attribuite a questo speciale poeta, sul finire degli anni Settanta, grazie al volume approntato dal compianto amico Giampiero Nisticò, dopo alcune approssimazioni critiche generose, per le Edizioni Effe Emme di Chiaravalle Centrale nel 1978. Lo studioso ha ricostruito con puntiglio il contesto storico-sociale in cui visse il poeta e ha procurato una edizione critica esibendo in apparato la lezione dell'edizione pubblicata dai pronipoti di Mastro Brunu: Angelo e Biagio Pelaia; mentre la scelta di Sharo Gambino è limitata alle poesie più significative e comunque senza rilevanza filologica. La leggenda vuole che Mastro Brunu non sapendo scrivere dettasse a una nipote le sue invenzioni poetiche che coprono un arco di tempo di una ventina d'anni: 1890-1912, anno della morte. La trasmissione delle poesie è avvenuta perlopiù per via orale, facilitata soprattutto dalla popolarità e immediatezza dei suoi contenuti che attengono precipuamente alla natura propria della poesia dialettale. Come si sa, i temi della poesia sono pochi e quelli della dialettale ancora di meno riducendosi al tema dell'amore e soprattutto a quello della protesta civile che invoca giustizia e considerazione della situazione esistenziale e sociale ai limiti dell'umano. Se poi il poeta è nato e vissuto in Calabria ("questo sfasciume pendulo sul mare" come la definisce lo straordinario endecasillabo di Giustino Fortunato) il cerchio si chiude immediatamente, perché nella storia e geografia dell'Italia è difficile trovare una regione con più motivi di lamentarsi. Il poeta trova naturale rivolgere il suo canto di protesta alle istituzioni supreme: Dio e il Re. Quello che risalta evidente nella poesia di Mastro Brunu è il fatto che il poeta è consapevole del suo stato di inferiorità civile e sociale, ma non parla mai in suo nome ma usa il plurale, quindi ha coscienza di una situazione storico-sociale collettiva. E, inoltre, nelle sue invettive irriverenti al Padreterno non si preoccupa affatto di ipotizzare una vita diversa e beata post mortem, ma vuole giustizia e equanime distribuzione dei beni, almeno di quelli elementari, hic et nunc, in questa vita. È un dettato che certamente coinvolge la massa dei derelitti e il linguaggio, naturalmente e inevitabilmente, indulge sovente alla parola scurrile efficacemente espressiva d'uno stato d'animo e di indigenza assoluta. La Littera allu Patritiernu si svolge sapientemente dalla constatazione della perenne sovrabbondanza del male "Non bidi, o Patritiernu,/lu mundu mu sdarrupi,/ch'è abitatu di lupi/e piscicani" alla invocazione d'una giustizia e dell'impossibile uguaglianza "Fa' guali lu distino/cà guali ndi criasti", ma non gli sfugge che "Cchjiù ca simu futtuti/éssari non putimu" perché "Pi' nu' atri scuntienti/facisti lu distino/c'avimu mu patimu/eternamente" e alla fine delle fini "Tu ndi mandi allu 'Mpiernu,/ndi fai 'st'atru piaciri!/Nd'arrusti cuomu agghjiri/alla gravigghjia,/ultima meravigghjia/ed unicu ristuoru,/per omnia secula seculorum". La Littera a 'Mbertu I arré d'Italia l'invocazione estrema è "Non mi fari mu riestu/futtutu di lu tuttu" arrivato com'è all'infimo grado d'indigenza "Mo' chi cazzu mi mpignu/mu pagu la fondiaria/si la mia casa para/'nu 'spitali?/'Nu liettu e 'nu rinali,/'na seggia e 'nu vrascieri:/quannu vena l'ascieri/pigghjia cazzi". Ormai non se ne può più: "La fami cu' la pala/si pigghjia e cu' la zappa:/cu è giovini si la scappa/a Novajorca". Dal singolare al plurale: "Vidi ca non su' sulu/chi cantu 'sta canzoni,/ma parecchi milioni/di 'Taliani". Povero Mastro Brunu: sa perfettamente ch'è tutto inutile "Si parru cu 'nu muru/forsi rispundiria;/ma ca parru cu ttia/pierdu lu tiempu//Ma tu ti ndi strafutti": L'ultimo pensiero è per la sua Calabria "Non sperari cchjiù nenti,/Calabria sbinturata!/Tu si' dimenticata/pi' 'nu tiernu/di Dio, di lu goviernu/e di lu Ministeru:/pi' 'na cruci e 'nu zeru/si' stimata,/e sulu si' chjiamata/alli suoliti passi:/mu paghi mpuosti e tassi/e nenti cchjiù/Jio mo' parru cu bbui,/ministri o deputati:/chi cazzu mi predicati/pro Calabria?//Già non aviti scuornu/sempi mu prumettiti!". Non avendo avuto risposta dal sovrano del cielo e della terra, si rivolge all'altra potenza, quella del male, Lucifero, Lettera allu Dimuonu e "Si 'st'atru nun rispunda, si strafutta:/armenu sacciu ca li pigghjiai pari". Ma anche con Lucifero non gli è andata diversamente e prende la solenne decisione "Mo' non scrivu cchjiù a nudu, ca m'incrisciu;/di riestu vijiu ch'è tiempu perdutu./Lu Patritiernu mi passau di lisciu./Jio non fici atru ca 'mu gridu aiutu!/S'atru suvranu dissa: Non capisciu/chi bbò 'stu calabbrisi strafuttutu:/Si 'natra vota mi scriva e mi 'zurta/lu mientu carciratu e si strafutta". Forse il punto più alto delle poesie tramandate come sicure di Mastro Brunu è Alla Luna, senza cadere nelle esagerazioni del curatore che vuole la poesia del poeta serrese "non soccombente dal confronto" con quella leopardiana! "Fuocu, quantu patimu" grida alla luna e "Però picchì lu Mpiernu/pi mmia comincia prima/e cu' arrobba e jiestima/si la goda?". Ma è rassegnato a non trovare conforto nella "silenziosa luna": "Ma mo' chi cazzu pigghjiu/ca ti lu cuntu a ttia;/para ca sienti a mmia/ntra 'sta nuttata". E motiva orgogliosamente la sua protesta "Pi chistu la creanza/quasi sempi pirdivi,/e frustai muorti e vivi/ad unu ad unu" perché "Di mpami farisei/lu mundu è cchjinu paru//E putimu durmiri…/non nci nd'è cchjiù riparu". Per toccare il diapason della commozione "Ma tu, cu 'stu silenziu/chi 'zurta puru a Ddio//tu passi, ti ndi vai,/ti ndi strafutti,/e supa di nui tutti/muta tu t'irgi, e nchjiani…/lu stiessu fai dimani/e nui murimu". Oso sperare che un'idea, almeno sommaria, del senso della poesia di Mastro Brunu questa noterella l'abbia fornita a qualche lettore della rivista che prima d'ora non aveva incontrato i versi del poeta serrese. Hoc erat in votis.
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