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Data: 31/12/2007 - Anno: 13 - Numero: 4 - Pagina: 10 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

LO STRANIERO ROHLFS

Letture: 996               AUTORE: Dante Maffìa (Altri articoli dell'autore)        

(Uno dei tanti nostri amici di ogni dove, uno di quelli con i quali abbiamo soltanto contatti telefonici, sapendoci interessati alla vita e alle opere del grande glottologo Gerhard Rohlfs, ci ha suggerito di contattare Dante Maffìa, che ha avuto la fortuna di incontrare il professore tedesco in uno dei suoi viaggi in Italia. Del nostro conterraneo professore Maffìa non riusciamo ad aggiungere nulla a quanto già si conosce di lui in Italia e in altre parti d'Europa dove, tra l'altro, sono state tradotte alcune delle sue numerosissime opere di poesia, di narrativa, di saggistica… Noi l'abbiamo contattato telefonicamente, ed egli ci ha ascoltato ed ha soddisfatto nel migliore dei modi la nostra esigenza. Siamo pertanto lieti di offrire all'attenzione dei nostri lettori il pregevole contributo di un altro illustre figlio di Calabria.) LO STRANIERO ROHLFS RICORD'I ROHLFS Da na port'a n'ète rusceguìjede stu pìse senza mutìve; sterèt'a fèst'i malvùne pa tramuntène e nu fìsche gàced'a pàppec'i na lamìre. Dùrme nta na sìnghe, nta nu penzìre, vuguère tèn'a mmìje come jère na vòte, a mmìje zìnn'e cu a vòglie i crèsce. M'agliuttèd'a porta spalanchète: tomb'e pajìse da cuccagne. Pe truvè a nott'ena passè ll'ore quète da fòre gàmbe pu cùrpe. U desedèrie i rrubbè i stèlle sfiànched'i chiamamìnt'e lu remèce: Rohlfs assettate, nnànt'a chiazze parle cu i vecchie, jè ssèmpe cchiù notte se pùre stui bène jè marchète crùcche. "Ndu sìdece ègge stèt'a prima vòte, pu ègge vutète tànte vòt'apprisse". Che n'èggia dice gràzzie a stu segnùre o na stampèt'e lu mànne nda còste? (Ricordo di Rohlfs - Da una porta a un'altra trottola / questo peso senza motivo; / stirati a festa i gerani per la tramontana / e il fischio acido spappolato d'una lamiera. / Dormo in un segno (un'immagine), in un pensiero (un'idea), / vorrei avere me com'ero un tempo, / me piccolo e con la voglia di crescere. // M'inghiotte la porta spalancata: / tomba e paese di cuccagna. / Per trovare la notte devono passare le ore / quiete fuori, lampo per il corpo. / Il desiderio di rubare le stelle / sfianca i richiami e gli echi: / Rohlfs seduto, in piazza / parla coi vecchi, è sempre più notte / se anche questo bene (il dialetto) è made in Germania.// "Nel sedici ci sono stato la prima volta, / poi sono tornato tante volte in seguito". / Che cosa devo fare, dire grazie a questo signore / o dargli un calcio e mandarlo nel dirupo?). Ho ricordi molto vaghi di Gerhard Rohlfs, pur avendolo incontrato più d'una volta e non sempre a Roseto. Non so neppure che anni erano; le immagini si sovrappongono, si mischiano ad altre. Ricordo però nitidamente il motivo per cui ce l'avevo con lui: mi pareva uno sfruttatore, uno straniero che era venuto ad appropriarsi di un solido patrimonio della mia regione per diventare ricco e famoso. I ragazzi sono così, se si mettono in testa un'idea è difficile che si cancelli. Non solo, mi aveva molto infastidito il suo modo di procedere nelle ricerche, perché alle persone presenti si limitava a domandare come chiamassero un determinato oggetto, ma non aveva chiesto a nessuno se i presenti fossero rosetani. Mi parve strano che registrasse le voci come rosetane quando le risposte erano venute da albidonesi, da alessandrini, da pastori venuti da San Severino lucano e da altri paesi. Una volta si fermò alla spiaggia, proprio sotto il Castello di Federico. Ragazzi e giovani stavamo facendo il bagno (le donne erano più lontano, come s'usava allora) e lui si mise a chiedere qualcosa. Uno dei ragazzi poi lo accompagnò fino a Castelluccio (ma io credo che lui, infervorato, si fosse così distratto da non accorgersi che s'era allontanato troppo da Roseto). Si dovette rivolgere ai carabinieri per far riportare il ragazzo al paese. Era uno strano uomo, che io percepivo più interessato ai suoni anziché alle cose, ai sentimenti. Ed ebbi il coraggio di scriverglielo, e di scrivergli anche, un po' seriamente, un po' per gioco, che lo ritenevo uno sfruttatore della Calabria. Gli sembrò una esagerazione e quando io reiterai la mia accusa si infuriò, fino al punto che ritornando a Roseto (io intanto ero andato altrove), disse a mio fratello Tonino, che era proprietario dell'unico bar del paese proprio nella piazzetta centrale, che mi avrebbe volentieri sfidato a duello per le cose che dicevo sul suo conto. Non aveva il senso dell'umorismo, non aveva capito le perplessità di un ragazzo che avrebbe preferito vedere studiare i dialetti della Calabria da studiosi locali. O forse giocava anche lui. Gli feci anche leggere alcune mie poesie scritte nel dialetto di Roseto, e una commediola in tre atti, sempre in dialetto, tratta da La piccina dei fiammiferi (andata perduta). Mi sorprese che non avesse attenzione per il testo, per le espressioni, per l'impianto, per l'argomento, ma solo e soltanto per alcuni vocaboli da me adoperati. Da qualche parte ho un piccolo mucchio di lettere che mi scrisse prima della sua irritazione. Comunque non fu un buon rapporto, non vedevo in lui un letterato, uno scrittore e nel mio immaginario d'allora contavano soltanto i poeti; gli studiosi come lui non capivo neppure perché fossero famosi. La poesia a lui dedicata è nata subito dopo la sua morte. Immagino dei rumori molesti che fanno da sottofondo al ricordo e si accende il desiderio di ridiventare bambino per rivivere la magia di una situazione che comunque mi parve importante: un tedesco che registrava le voci di mia madre, della parlata di Concetta o di Comare Isabella era qualcosa che mi dava "ufficialità". Ebbi la stessa sensazione di esaltazione che provai quando subito dopo una frana orribile la televisione venne a Roseto. Ma erano versi che nascevano da un conflitto, che mi riportavano la figura di un uomo piegato ad ascoltare i contadini infervorati dalla sua presenza. Qualcuno doveva avergli domandato se c'era stato altre volte; altri incrociavano domande sul motivo delle sue domande… e io ancora a rammaricarmi del bene di cui s'era appropriato un estraneo. Dell'ennesimo bene. Adesso capisco l'importanza del suo lavoro, quella di Lausberg e quella di John Trumper. E mi va di dire grazie a Gerhard per avere dato avvio a indagini così vaste contribuendo alla riappropriazione delle nostre radici che sono una ricchezza inestimabile e che forse senza il suo apporto paziente e laborioso sarebbero rimaste a lungo sepolte. Ciao, vecchio Rohlfs, ancora ti vedo seduto al caffè di mio fratello alle prese con parole che volteggiano nell'aria e disegnano la tua voce, la tua cadenza, il tuo amore per la Calabria. www.dantemaffia.com
LO STRANIERO ROHLFS - Dante Maffìa
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