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Data: 31/12/2007 - Anno: 13 - Numero: 4 - Pagina: 16 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

PALADINI IN CALABRIA

Letture: 1055               AUTORE: Ulderico Nisticò (Altri articoli dell'autore)        

I miti popolari sono tutti veri, a patto di non prenderli alla lettera come nei verbali di polizia e nelle ingenuità degli intellettuali; i cui miti sono in genere falsi, come, per esempio, lo sbarco di Ulisse! Il mito medioevale per eccellenza, quanto meno presso il popolo, è quello di Orlando e dei Paladini, nato in Francia, ma, con l'Impero di Carlo Magno, divenuto componente universale dell'immaginario. Parafrasando il Vico a proposito di Ercole, ogni popolo ebbe il suo Orlando, e anche il popolo calabrese. La Chançon d'Aspremont, un testo poetico in francese antico che si vuole datato ai tempi della Terza Crociata (1191) porta Carlo e Orlando in Calabria, a difendere, contro il re saraceno Agolante, la città di Risa (o Rissa), che è comunemente identificata con Reggio. Come in tutti i poemi cavallereschi, alla guerra propriamente detta si mescolano vicende e avventure, con qualche spazio per l'amore. Qua e là, in Calabria, restano tracce di questo passaggio di Carlo e dei suoi eroi. Ahimè, dimenticavo che qui si piglia tutto parola per parola, e, a scanso di equivoci, ribadisco: Carlo Magno qui non è mai venuto, né alcuno dei suoi; vero però che, tra l'855 e l'875, il sovrano carolingio Ludovico II attaccò i domini arabi nell'Italia meridionale. Potrebbe essere questo il fondamento storico: ma quel che conta è che i poeti, e, attraverso di loro, il popolo, abbiano creduto ad una presenza in Calabria dell'Imperatore. Ed ecco ad Amantea si mostra una Pietra di Orlando, tagliata a filo dalla spada dell'eroe. E la città di Barbaro, oggi ruderi in agro di Zagarise e tra questa e Sersale, e che è attestata tra il XIII e il XV secolo, è stata distrutta da Orlando con la catapulta. Una Pietra Paladina si trova in agro di Dinami. Anche nel Golfo di Squillace c'è una Paladina, il monte che separa Stalettì da Montauro e Palermiti. Vero che un tale etimo può riportare, come spesso accade, a Palatia, cioè edifici di età romana; ma proprio l'interpretazione medioevale di un tal nome avvalorerebbe la presenza del mito di Carlo Magno e dei Paladini. Il fiumiciattolo che alla foce si chiama Soverato, ha nome di Beltrame, e questo si trova in tutta l'epica carolingia. Ne parla Luigi Pulci nel XIX del Morgante; Matteo Maria Boiardo nel III dell'Orlando Innamorato; Ludovico Ariosto nel XXXIII dell'Orlando Furioso. Il nome non è raro: di un Beltramo di Rossiglione leggiamo nel Decamerone, III - 9, di Giovanni Boccaccio; e Beltramo è uno dei protagonisti di Tutto bene quel che finisce bene di William Shakespeare; ed è attestato in particolare in Liguria; non comune in questa forma, è connesso alla radice germanica da cui il più noto Bertrardo; lo portò il celebre poeta provenzale Beltram de Born, del XII secolo, che Dante colloca tra i seminatori di scandalo e scisma orribilmente puniti: amava infatti provocare con i suoi versi le guerre e in particolare le guerre civili, e convinse il principe Enrico a ribellarsi al padre Enrico II Plantageneto, re d'Inghilterra. In qualche modo, il piccolo fiume che da Tripomelingi scorre fino al Sainaro e al mare, dove lo chiamiamo Soverato, ha l'idronomo da un personaggio, forse un feudatario di origine provenzale o francese; ma potrebbe essere anche una figura mitica cara all'epica popolare. Il Beltramo della Chançon d'Aspremont non sembra però un cavaliere proprio senza macchia e senza paura, ed è protagonista di una fosca storia d'amore. Ruggero di Risa, figlio di Rampaldo, padrino d'armi di Orlando, dopo una triste vicenda con Claudiana, da cui ha Cladinoro, subisce l'assalto di re Agolante e dei suoi figli Almonte, Troiano e Gallicella, donna guerriera. Agolante gli propone di cedere Risa in cambio di un regno in Africa, ma Ruggero rifiuta con sdegno. Gallicella se ne innamora, tuttavia deve combattere contro di lui, che la sconfigge e la sposa. La città è dunque salva; ma Beltramo, fratello di Ruggero, innamorato a sua volta di Gallicella, uccide Rampaldo e il fratello, e apre Risa ai nemici. È dunque necessario l'intervento risolutore di Carlo Magno e Orlando, che liberano la città. L'infelice Gallicella fugge in un bosco, dove dà alla luce Ruggero e Marfisa. Entrambi saranno protagonisti del Furioso, e Ruggero il capostipite mitico degli Estensi. A sua volta, il re Agramante, nemico di Carlo Magno secondo l'Ariosto, è figlio di Troiano. Ce n'è abbastanza per parlare di un mondo carolingio in Calabria e nel Golfo di Squillace, forse portato dai Normanni, forse autonomamente diffuso. La Chançon d'Aspremont aspetta qualche maggiore fortuna di studi e di pubblico.
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