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Data: 31/12/2009 - Anno: 15 - Numero: 3 - Pagina: 9 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

UN BUCO NERO DELLA NOSTRA STORIA

Letture: 1077               AUTORE: Ulderico Nisticò (Altri articoli dell'autore)        

I buchi neri della storia sono non esattamente quelli di cui si sa poco, bensì quelli di cui nessuno si sforza di sapere. Nella storia calabrese, e in quella del nostro territorio, i due neri buchi più neri sono il periodo romano (III sec. a. C. - VI d. C.), e quello bizantino (VI - XI, politicamente parlando). Di quest’ultimo, a dire il vero, si parla, ogni tanto: ma solo per dire che erano tutti, proprio tutti monaci “basiliani”! Abbiamo detto, su queste pagine, e altro diremo. Oggi parliamo del periodo romano. Di questo è costume o non parlare, o ripetere a pappagallo le lezioncine del positivismo tedesco dell’Ottocento, animato da odio protestante per l’Urbe. Loss von Rom, ordinò Lutero: via da Roma! Con la guerra di Pirro (280-75), i Romani sottomettono il Meridione, attraverso dei patti di alleanza con le popolazioni italiche e le superstiti città greche, e deducendo colonie. Con la Seconda guerra punica (219-202) i Bruzi, passati ad Annibale, vengono prima sterminati da lui stesso per non averlo voluto seguire in Africa, poi ridotti dai Romani in uno stato di schiavitù. Vengono in seguito dedotte colonie a Besidia (Bisignano?), Cosa (Cassano?), Crotone, Mamerto (Martirano?), Petelia (Strongoli), Reggio, Scolacio, Tempsa (Amantea), Turi Copia (Cassano - Sibari), Vibo Valentia. Scolacio è l’antica Scillezio, trasferita ad opera di Dionisio il Vecchio dall’egemonia di Crotone al territorio di Locri; poi, come rivela l’archeologia, occupata dai Bruzi. Per volontà di Caio Gracco, vi giunge la Colonia Minervia Scolacium; l’imperatore Nerva (96-8 d. C.) la rifondò come Colonia Minervia Nervia Augusta Scolacium; Antonino Pio (138-61) le concesse un acquedotto. Vi nacque Cassiodoro; e ancora nel IX secolo la abitavano i Bizantini, chiamandola Fortezza, che i Normanni resero Rochelle, in testi greci Ronkella, e Roccelletta. Gli abitanti di Scolacio vivevano prevalentemente in campagna, recandosi ogni otto giorni in città per affari, tribunali, teatro, svaghi. Il territorio da loro occupato era vasto, e comprendeva sobborghi come quello che abbiamo proposto di chiamare Tale (Valle dell’Alessi), Poliporto (Soverato), Sanagasi (Isca), e quelle colline su cui, dice Cassiodoro, la città si estendeva come un grappolo d’uva. Da Scolacio muoveva una strada che, inerpicandosi dove ora è Stalettì, giungeva al Monte Cucco e a Vibo. In agro di Olivadi si indica ancora un sentiero che porta il nome indicatore di Vèteru. L’antica strada costiera, il dromos dei Greci, era una via consolare, che si vuole l’Aquilia - Traianea. A nord di Scolacio sorgeva Castra Hannibalis, formatasi attorno agli ultimi accampamenti del cartaginese in Italia. Numerosi sono i ritrovamenti romani negli agri di Simeri C., Sellia M., Cropani, Botricello... A sud, poco rimaneva di Caulonia. Ma Plinio parla di un Consolinum castrum, che forse è Stilo. E negli itinerari si fa cenno a Subsicivio e Mistie, tra le oggidì Monasterace e Gioiosa. Nei lunghi secoli della romanità, non succede quasi mai nulla. Qualche agitazione è ricordata durante la Guerra sociale (98 a. C.). E Spartaco, il gladiatore ribelle, nel 71 si spinse fino a Reggio: Crasso, per impedirgli il passo, scavò una trincea dallo Ionio al Tirreno, che tuttavia gli schiavi superarono d’impeto. Per il resto, una lunghissima e pacifica prosperità. A qualcuno piacerà questa notizia così politicamente corretta; a chi scrive, certamente no, e perché è personalmente un uomo attivo; e perché ben convinto che troppa pace non fa bene ai popoli, li addormenta e li ricaccia fuori dalla storia. E infatti, nessuna memoria è rimasta di quei secoli troppo quieti. Solo un Tito Volturcio di Crotone ebbene un po’ di spazio nelle cronache: congiurò con Catilina (63 a. C.), lo arrestarono subito e cantò come un uccellino. Ne parlano Cicerone, Sallustio e Plutarco. Tutti gli altri vissero in tranquilla oscurità; e solo di alcuni si sono conservati i nomi, per null’altro che per trovarsi su lapidi funebri. I luoghi abitati mostrano ricchezza e funzionalità. In agro di Badolato si notano i resti di un acquedotto. Il territorio commerciava in derrate alimentari, legname, bestiame, pece. Dai porticcioli costieri le merci venivano avviate a Scolacio per mare. Non mancava l’artigianato: laterizi, vasellame, legno; e gli Aureli di Scolacio, la famiglia di Cassiodoro, allevavano in vivai i pesci destinati alla conservazione e alla salsa detta garum. Ci fu cultura, se Scolacio conserva un teatro di ben quattromila posti. Il latino del Bruzio ci è attestato dal senatusconsultum de Bacchanalibus, del 186 a. C., ritrovato a Tiriolo nel 1640, in una lingua molto arcaica e forse regionale. Del latino resta molto nel dialetto, per quanto questo sia sostanzialmente l’italiano medioevale con molto greco bizantino: ma parole come àgunu, dìssamu, dòmitu, esta, fàscinu, hiumara, iencu, iuncu, iussu, iusu, jia, jìditu, prèviti, prevostu, testu, vèrtula, vèsparu... e toponimi prediali come Galliano, Gimigliano, Pràtora, Settingiano, Satriano (praedium Satrianum, podere di un Satrio) attestano una genuina continuità latina.
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