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Data: 31/12/2005 - Anno: 11 - Numero: 4 - Pagina: 8 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

CONDANNA A MORTE di TOMMASO SIGILL

Letture: 600               AUTORE: Marziale Mirarchi (Altri articoli dell'autore)        

CONDANNA A MORTE di TOMMASO SIGILL
PER AVER ASSASSINATO IL SUOCERO ANTONIO NAIMO
IN BADOLATO IL 26 GIUGNO 1839

Antonio Naimo ed il genero, Tommaso Sigill fu Nicola di anni 47, erano entrambi eremiti del Santuario sotto il titolo della Beata Vergine dellImmacolata fuori il Comune di Badolato. Bench abitassero insieme in quelleremo, erano divisi dinteressi; e ciascuno faceva sue lelemosine che raccoglieva dalla piet de fedeli. Il Naimo, perch di buone maniere e faticatore, veniva generalmente amato e ritraeva nella questua maggiori profitti del Sigill, uomo poltrone e di cattivi modi. Ci non ostante, sospinto costui da s ingiusta cagione ed invaso da rea invidia, odiava suo suocero e lo minacciava di morte.
Dopo le ore 2,30 del 26 giugno 1839 il Naimo -rientrato molto tardi in chiesa dopo una faticosa giornata trascorsa peregrinando di aia in aia per la questua del frumento nelle campagne- ha mangiato la polenta di orzo che si era preparato qualche minuto prima e ha subito avvertito coliche addominali e diffusi malori in tutte le parti del corpo.
Verso le ore quattro di quella stessa mattina, mentre Pasquale Naimo riposava nella propria casa in Badolato, fu chiamato da suo padre Antonio il quale era angustiatissimo e manifestogli che stava morendo, perch suo genero Sigill laveva avvelenato. Accusava acerbi dolori viscerali e tra gli spasimi narrogli che aveva pensato di prepararsi per cibo un poco di polenta di farina dorzo; che alloggetto aveva posto sul fuoco una stoviglia con dellacqua per farla bollire e si era allontanato un poco per prendere della legna nel basso delledificio, lasciando il Sigill nella cucina; che allora il medesimo dov mettere il veleno, giacch, preparata la polenta, nel mangiarla, si accorse che era amara ed immediatamente incominci a sentire de dolori viscerali.
Dopo il racconto del padre, di cui ha intuito le gravi condizioni di salute, Pasquale corse dal farmacista e dal medico. Questi gli consigli di abbeverare il paziente con acqua, albume di uova e olio comune per stimolare il vomito. Antonio Naimo, dopo la bevanda prescritta dal medico, fece registrare un passeggero miglioramento e riacquist persino la lucidit di consigliare al figlio il recupero del piatto contenente il cibo residuo lasciato sulla finestra della camera del romitorio.
Ma, al far del giorno di quel 26 giugno, luomo cess di vivere. Quella stessa mattina, Pasquale Naimo, accompagnato dai testimoni Domenico Gallello e Francesco Menniti (coi quali, su consiglio del parroco don Gregorio Giannini, lo aveva recuperato nel romitorio), ha consegnato al giudice locale il piatto con la polenta dorzo mista a cipolle. Lesame chimico ha confermato la presenza di ossido arsenioso nel cibo e lautopsia sul cadavere, eseguita il 27 giugno, ha inequivocabilmente accertato che la causa della morte stato lavvelenamento con arsenico. Tutti gli indizi di colpevolezza sullomicidio, comprovati da attendibili testimonianze, si appuntarono sul genero della vittima, Tommaso Sigill, che stato tratto in arresto e rinviato a giudizio per omicidio volontario qualificato per veneficio. Durante il dibattimento processuale i testi Pietro Piroso, Caterina Valente, Maria Piperissa, Pasquale Spasaro, Domenico Gallelli cipollaro con la moglie Patrizia Leuzzi, e, persino, don Pietro Bressi, cappellano della Congregazione dellImmacolata, hanno tutti dichiarato di aver, in precedenza, assistito a diversi litigi durante i quali il Sigill ha insultato il suocero, minacciandolo di morte. I testimoni Vincenzo Battaglia e Vincenzo Naimo hanno dichiarato che, nella notte in cui si verificato lomicidio, scendevano verso le ore 2.30 in Marina dove nel giorno successivo avrebbero dovuto mietere dellorzo. Passando presso il romitorio dellImmacolata, hanno visto acceso il fuoco e sul fuoco un tegame di creta che serviva per cuocere qualche cosa; hanno anche notato Tommaso Sigill, in calzonetti e camicia, piegato verso il fuoco con un picciolo involto di carta tra le mani. Credendo contenesse tabacco da fiuto, Battaglia gli domand una presa ed il Sigill, assai confuso, rispose che non era tabacco e non era roba per lui. In quella stessa giornata, la giovinetta Vittorianna Bressi -dirigendosi in campagna per incontrare la madre- pass davanti alla chiesa dellImmacolata e, esattamente nel luogo sottostante a quello in cui gli eremiti erano soliti accendere il fuoco, ha trovato una carta piegata in cui cera ancora della polvere rossastra e lha subito consegnata alla guardia urbana Nicola Piroso, che piantonava il cadavere nella parte opposta della chiesa. Convocati dagli inquirenti, Naimo e Bressi riconobbero la carta come quella che teneva tra le mani Sigill la notte del delitto. I periti hanno, poi, posto il reperto sui carboni accesi: si sprigion un vapore bianco e si diffuse un acre odore di aglio e da ci hanno dedotto che la polvere era ossido di arsenico. Dagli atti del processo emerge la piena colpevolezza dellimputato con numerosi testimoni che affermano come, quando e dove limputato si procur larsenico e come e quando fece uso del veleno (assai importante, a questo proposito, la confidenza fatta a Vittoria Piperissa dalla mamma dellomicida).
La Gran Corte Criminale di Catanzaro, con sentenza emessa il 25 maggio 1841, ha condannato Tommaso Sigill alla pena di morte col primo grado di pubblico esempio ed alle spese del giudizio.
Nella sentenza riportata la seguente annotazione: A 15 Dicembre 1841. La Suprema Corte di Giustizia ha rigettato il ricorso del condannato, il quale trovossi morto in queste prigioni centrali per cui la esecuzione non potr aver luogo.


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