VITO MAIDA

 SPINE E SPIGHE

poesie

Presentazione di Antonio Barbuto

LA RADICE

Associazione Culturale

Badolato

 

INTRODUZIONE

“Spine e spighe” è un’opera che Vito Maida ha costruito nel corso di tanti anni della sua vita contrassegnata soprattutto da tristezza e dolore. Un’opera che avrebbe dato alle stampe appena si fossero verificate alcune sia pur minime condizioni favorevoli delle quali si era posto in operosa attesa. Ma la morte ha avuto passo più veloce, ed egli se n’è andato, in punta di piedi com’era solito operare in questi ultimi anni. Se, pertanto, si tratta, a stretto rigore, di un’opera postuma, nessuno di noi, congiunti ed amici che in vario modo siamo coinvolti se non impegnati nella sua realizzazione, pensa di dare a questo volume il carattere della commemorazione. Non è questo l’intento. Né sarebbe contento di un’operazione del genere l’amico Vito, che nell’affannoso travaglio della ricerca mirava unicamente alla scoperta di quegli elementi fondanti sui quali non indugiare, ma da cui ripartire per tentare nuove possibili provvisorie conquiste. Si tratta, invece, se vogliamo, di un’opera testamentaria, un’eredità che Vito Maida, presago della fine imminente, volle affidare alle persone a lui più vicine, alle sorelle per prime, alle quali ha lasciato una chiara consegna: sulla raccolta, al centro della scrivania, un biglietto su cui c’era scritto, con decisa grafia, “Soverato - Notte 6-7 Dic. 2004 - Poesie da Salvare - Vito”. E ancora sopra un numero de “La Radice”, aperto alla pagina in cui era pubblicata una delle sue più belle poesie. Da ciò, direttamente e senza alcuna possibilità di fraintendimento, la pubblicazione di questo volume a cura de “La Radice”, associazione culturale di Badolato.

Ammirati dalla fine sensibilità del poeta oltre che dalla pregnanza dei contenuti veicolati dai suoi versi essenziali, già da alcuni anni gli suggerivamo di dare finalmente alle stampe questo volume. E con noi più di un amico che aveva avuto modo di leggerlo. Oggi, chiamati a questo non tanto lieve compito editoriale, e costretti a decidere in suo nome su alcuni delicati particolari, avvertiamo pesantemente la sua mancanza. Ma non possiamo, per ciò, fermarci. Ci è d’aiuto nel lavoro il suo ricordo, e la consapevolezza che, con la sua intelligente apertura al dialogo, avrebbe approvato e condiviso quelle poche modifiche apportate all’impostazione dell’opera, della quale ha lasciato uno schema. Siamo inoltre convinti di non aver errato inserendo nella raccolta alcuni altri suoi componimenti degni di vedere la luce, e comunque in linea con quanto l’intera opera esprime.

Di conforto e di stimolo è per noi stata l’incondizionata fiducia delle sorelle dell’Autore. Così come abbiamo avvertito un sicuro supporto nella vicinanza dei numerosi amici di Vito e nostri, prima fra tutti Francesca Viscone alla quale è stato per noi naturale chiedere la postfazione. Tra gli amici di Vito e nostri anche Antonio Barbuto, docente di Storia della critica letterararia all’Università “La Sapienza” di Roma: la sua risposta, immediata e incondizionata, alla nostra richiesta di scrivere la presentazione del libro di poesie di Vito Maida, ha dato il via definitivo a questo lavoro.

Vincenzo Squillacioti

presidente de “La Radice”

 

“COME UN GRANO

DI GRANO/FUORI SOLCO”

Devo anzitutto esprimere il mio compiacimento per il fatto che i versi di Vito Maida trovano nella humus culturale de “La Radice” la loro naturale collocazione per i temi e i modi che li connotano e perché l’ispirazione di fondo è tutta compresa in quei valori di tradizione, di storia privata degli affetti, di sogni e chimere tipici della nostra vita di meridionali, di silenzi e di parole non dette, di pudori: sostanza profonda di un patrimonio culturale e sentimentale che solo la poesia è delegata a esprimere con “parole acconce”, come indica il titolo indovinatissimo del mannello di versi che finalmente ora possiamo leggere.

Devo ammettere subito che solo recentemente ho saputo dell’attività poetica, segreta e tutelata, di Vito. E precisamente due o tre estati fa, durante una delle rituali riunioni “conviviali” di amici, mi disse sottovoce se poteva venire a trovarmi al Canale kilometrotre per parlarmi di una questione che gli stava a cuore.

Così qualche giorno dopo, venne sul far della sera con un fascicolo di poesie e un ritaglio di giornale (una pagina dello “Specchio” della “Stampa”) che conteneva una segnalazione positiva di Maurizio Cucchi.

Di Vito sapevo che faceva parte del complesso “I figli di Calabria” che negli anni settanta conobbe un certo successo, anche all’estero.

Ma tra noi c’era una certa distanza ”generazionale” accresciuta dalla separatezza dei luoghi delle nostre abituali dimore, nonostante avessimo vissuto vicini di casa a Soverato Superiore (io fino ai vent’anni circa, e lui di dieci meno di me). Ma soprattutto, forse, per la sua naturale ritrosia a manifestare esteriormente quello che aveva dentro: persino nell’allegria delle serate, di cui sopra, Vito si distingueva per le pochissime parole che riusciva a dire in tutto il tempo, come d’altronde nelle manifestazioni della “ruga” a Soverato Superiore dove puntualmente ci ritrovavamo a festeggiare.

Io non so fino a che punto sia corretto riferire queste circostanze, ma il fatto è che mi sono venute alla mente durante la lettura dei versi, per me del tutto nuovi, in quanto, nell’incontro di qualche estate fa, abbiamo parlato soprattutto delle difficoltà di pubblicare libri di poesia con editori decorosi e non alla macchia o tanto meno con operazioni di sciacallaggio che caratterizzano quello che viene comunemente chiamato sottobosco editoriale che invischiano, spesso con successo, i cosiddetti poeti sconosciuti.

Perciò sono felice che i versi di Vito Maida appaiono -purtroppo postumi- sotto il patrocinio di una nobile e meritoria “Associazione Culturale” come quella de “La Radice” governata con passione e intelligenza dal Prof. Vincenzo Squillacioti.

Mi preme aggiungere che non credo alle “prefazioni”, soprattutto nei libri di poesia, perché in fondo possono essere interpretate come una mancanza di rispetto nei confronti dell’intelligenza del lettore, almeno che non si tratti di un saggio critico vero e proprio, di quelli che si presentano ai concorsi universitari.

Qui le due o tre cose che andrò dicendo -e il rimpianto per la gravissima perdita immatura e dolorosa non mi faccia velo all’onesta interpretazione di questo contrappunto poetico- vogliono essere il puro e semplice rendiconto di un esercizio di lettura che senza investire i massimi sistemi delle teorie critiche, documentino quell’idea di lettura che, appresa nei miei anni giovani a Urbino, ha continuato a sostenermi in ogni incontro coi testi.

Allora, senza presumere assunzioni di guida, mi permetto di dichiarare che per me leggere significa anche imparare a guardare le parole con attenzione e chiedersi se un aggettivo, un nome, un verbo non voglia dire di più di quello che sembra a una prima lettura.

La pratica letteraria fondata sul leggere comporta una vera e propria passione conoscitiva dell’altro, ma anche -se non soprattutto- di se stessi, come ammoniva il grande Sainte-Beuve, autore cult del mio apprendistato urbinate.

Infatti, la prima regola del metodo critico è quella di rileggere per far venire fuori anche il silenzio, anche le pause.

Allora, tanto per non andare oltre i limiti convenuti, se il principio e la fine di un romanzo sono sempre sintomatici perché sono delle scelte, altrettanto sintomatico, se non di più, è il titolo di un libro di poesia.

Non occorre citarne di titoli emblematici: al lettore torneranno spontaneamente in mente quei titoli che hanno occupato la sua memoria.

Se per un romanzo è lecito chiedersi “perché comincia così?” “perché finisce così?”, nel caso del titolo di un libro di poesia, non v’ha dubbio che avvertiamo subito una sorta di emozione interna perché quel titolo riassume un universo di sensazioni interne d’una esistenza, una sorta di autoconoscenza di sé, di quel sé che gli inglesi chiamano self, che i tedeschi chiamano selbst, cioè la propria identità (“Quale parte di me/mi mette al foglio/per cercare ogni volta/le parole,/io non lo so;/scrivere è un privilegio,/una fortuna”).

Volevo dire questo: che il titolo “spine e spighe” indica felicemente lo sguardo ingombrante dell’autore, il suo punto di vista nei confronti d’una esistenza percepita come marginalità, dolore, con qualche a malapena indizio di speranza, trasformato in parola con le profondissime ombre che si portava in sé.

E vale la pena notare che il primo elemento è in negativo, come a connotare in prima istanza la parte destinata a recitare un ruolo fondante di primissima evidenza.

A mano a mano che si procede nella lettura, si può verificare un fatto di grande rilievo: non si tratta di una raccolta di poesie varie, ma di un libro di poesia costruito secondo sezioni evidenziate che risultano le microstrutture delegate a contenere il continuum d’un discorso di vita che stabilisce entro confini ben determinati che sono i segnali d’una vicenda umana esplicitata nella consapevolezza d’una solitudine senza scampo (“Così solo una domenica al Gemelli”); dell’alfabeto d’un figlio (“mio padre disfatto a Cefalonia”) che segna ineluttabilmente la sua vita allorquando si ritrova anche senza madre; l’amore taciuto o rinviato; il senso dell’appartenenza ai luoghi così vivo e pudico (Il Lungomare), a una cultura di antiche radici (”luce greca”, “grammatica latina”); del viaggio (Arrivi notturni) col suo “pacco di parole per nessuno” che identifica la parte migliore di sé nelle “parole dei poeti”; e su tutto il senso irridemibile della povertà (“Nessuno sfuggiva all’economo salesiano”) e della sua catastrofe personale di perdente (“Questa guerra col mio cuore/non cercata,/non voluta,/infine, come altre, necessaria,/è, come altre, felicemente persa”) gridata in chiusura nel suo dialetto (“Ah comu mi doli chista vita/mò chi janca diventàu l’ammendulàra”).

Come i sommi modelli -si parva licet magnis- di Leopardi, Baudelaire e Pavese, le sezioni comprendono poesie organizzate e destinate a riempire di volta in volta le caselle vuote della macrostruttura che sostiene l’idea poematica del libro. Infatti Vito Maida ha concepito e costruito pezzo per pezzo il libro della sua vita e per questo è auctor unius libri: non solo e non tanto perché la morte lo ha vinto, ma soprattutto -e io voglio credere che solo- perché questo libro di poesia è il testamento di tutte le volontà umane sentimentali culturali che la sua vita non ha realizzato se non nella cifra trattenuta e pudica della parola poetica, nell’esercizio assoluto della parola che è sempre e comunque un atto di comunicazione, di quella comunicazione che il suo stato di orfanezza, di “meridionale povero e scrittore”, tratteneva a tal punto che sono più raccontabili i suoi silenzi che le sue parole. Ma per quelle poche parole che ha trascelto e che è venuto scrivendo di nascosto, con ostinazione e il puntiglio del povero che mette da parte le briciole, è difficile sfuggire alla tentazione di stupirsi.

Le ha sottoposte Vito -le sue parole- alla tenace e sottile pervicacia della frequentazione della rima, di alcune soluzioni retoriche di grande sapienza come l’inversione, di ardite metafore nella ricerca della parola assoluta e totale capace, almeno essa, a rompere il cerchio di solitudine che lo stringeva millimetro dopo millimetro (“amo la notte/che mi sottrae”) a segnare “li riguardi” del sé con tutta la nostalgia dell’altrove che si percepisce nell’uso di una sceltissima parole all’altezza del compito non facile, al quale è stata convocata, delle responsabilità di grammatizzare il destino secondo l’epigrafe che con grande lucidità e finezza poetica Vito ha scritto anche per quelli che si sentono della stessa razza: “come un grano di grano/fuori solco”.

Antonio Barbuto

 

 

 

 

“Spine e spighe”

SPINE E SPIGHE

“Attenti alle spine nascoste tra le spighe!”

Era il richiamo di quelli di Cutro

per noi stranieri, di fuori Marchesato.

Ma nessuno guardava il suo sangue colare

e nessuno era triste in quel regno del pane

se non quella volta, già notte, a San Mauro,

quando tanti cantarono il grano e la colpa,

la nostra grandissima colpa,

di avergli, al mattino, tagliato la testa.

 

LA CASA IN ALTO

La casa è in alto,

sull’incerto confine dei paesi,

con i copertoni e le brande sfondate,

i capelli arruffati di lui,

la tuta sporca di lei,

il cerchio marcio delle mele cotogne

accanto allo stazzo vuoto.

“È rimasto solamente col bastone”,

dicono qui di Franco, del pastore,

uno che ha perso il gregge e un maremmano

nei primi giorni del virus assassino.

 

LA SAGGEZZA

La saggezza, tu mi dici,

è quel tempo che redimi

lavorando i minuti.

Ma qui c’è un’altra estate

senza estate, Andrea,

e i minuti

sono i chiodi del niente.

 

DA QUESTE CASE

Passano anche da queste case

i nuovi barbari giorni,

le perfide notti televisive,

ma qui una bianca luce certosina

ancora asciuga

gialle coperte di mais

sui marciapiedi

e ancora la vita scorre semplice

dietro vecchi ricami alle finestre.

Cerco qualcuno che mi guardi

le tegole sul tetto

e, prima del gelo,

mi distilli il cuore.

 

GLI ARGOMENTI VOLANO

In un’ora gli argomenti volano

e Andrea li ribadisce alla sua Singer

parlando sui punti e sulle asole

della vita, della morte e dei doveri dell’uomo.

Ma non condivido

la colpa universale,

dire che l’uomo è sola causa del dolore,

non il Caso, non il Sommo Autore.

Per il resto,

i vigili non vigilano,

le tasse opprimono, il tempo è cambiato

e c’è sempre qualcuno

che evoca quell’ombra

per dire che la vigna in ogni tempo

è solo la paura che la guarda.

 

I TIRRENI

I Tirreni hanno verdi finestre

obbligate al tramonto,

quelle antiche consuetudini

al morire dei soli

che noi Jonici non abbiamo.

Noi, che abbiamo visto rare albe,

abbiamo stupore di nascite

e silenzi da primo giorno,

quell’essere sorpresi da chi parte

e da chi torna.

 

A SETTEMBRE

A Settembre restano

pochi fichi da raccogliere

e molte ore da fare in solitudine.

Sono passati i giorni,

una stagione,

e nessuno viene più nell’orto del vicino

dove l’uva è matura,

le pannocchie sono alte

e le zucche sono sparse sul sentiero

come lettere gialle

non spedite.

 

 

LE NEBBIE DEL NORD

Sì, amo le nebbie del Nord,

l’umida pace nelle vie,

le biciclette nere alla stazione,

le voci perse in lontananza.

Qui un sole altissimo

e spietato

c’insegue tutti

con canini di luce.

 

C’È SEMPRE QUALCUNO

C’è sempre qualcuno

che ruba i silenzi

e che sposta i confini

per rendere obliquo il tuo cuore:

rimani nel tuo,

di’ subito no.

 

VENTO DI MARZO

Vento di marzo,

attraversami,

pittura di fresco mattino

il mio fiato.

 

LA MIA SPINA

Segui il filo delle mie parole,

scoprine il senso, il buio e la ragione,

poi non lasciarmi solo, contadina,

innesta sul tuo cuore

la mia spina.

 

LAVAMI GLI OCCHI

Lavami gli occhi coi fiori di sambuco,

acqua di maggio e donna clementissima,

eterna madre di sguardi e di saggezza.

 

SENZA CARRELLO

Li vedi senza carrello nei supermercati

a esaminare sognanti

tutto quello che toccano

e a pagare in fretta

qualcosa d’altro.

Li ritrovi dovunque a fine estate,

come vecchi Danesi fuori tempo,

o, più tardi, a Novembre,

nei muti mercatini d’autunno,

a misurare col braccio la vita

a pantaloni d’inverno.

 

ETERNO UN MINUTO

Se vuoi rendere eterno un minuto

non macchiare la tua mente di futuro,

cancella il tuo passato,

respira tutto il presente che puoi

e avvolgiti nella sua pelle

come un gatto nella coda circoscritto.

Quando eri felice,

semplicemente eri nell’essere,

l’ulivo accanto alla tua casa

questo ti dice,

è.

 

OGGI PER ME

Vero dio e vero uomo

oggi è per me

quest’imperfetto amico

che mi ascolta

e che cerca parole

non sapendo che dire

e mi sfiora la mano

non sapendo che fare.

 

IL BAMBINO

 

 

Il bambino che tieni tra le braccia

non è il tuo trofeo

ma un silenzio di piccoli pianti,

un rumore di ciglia e sorrisi.

Impara, ti prego, al più presto,

l’alfabeto di un figlio.

 

IO CHE UNA VIRGOLA COLGO

Io che una virgola colgo

tra le spine

non ascolto più una mia parola

senza un salto di corda,

e mi spavento

di un così lungo stare,

abbandonato dal senso,

come un grano di grano

fuori solco.

 

DEL PANE E DELLE OLIVE

Mi piace ascoltare Nando

lontano dalla guerra

quand’ero cielo in cielo

e lui già uomo in terra.

Mi piace il tango che gira

sul suo viso

quando parla di sé, di rose e di balconi

e delle pene dell’amor reciso.

Mi piace ascoltare Nando quando c’ero

perché dice del pane e delle olive

e delle rughe (*) che ancora erano vive

quando apparve nei bar, incorniciata,

la Flotta Lauro in rotta per le Americhe

e per le porte delle nostre case.

 

(*) Piccoli quartieri nei paesi calabresi.

AMO LA NOTTE

Il giorno mi divide,

mi aggiunge,

mi moltiplica,

amo la notte,

che mi sottrae.

 

DICONO

Dicono: “… da questo male un bene nascerà”.

Ma chi conosce il futuro d’ogni lacrima,

chi pensa al bene che lo colpirà?

 

 

“Nel viaggio”

 

 

NEL VIAGGIO

Nel viaggio si consuma l’incertezza

e più della partenza e dell’arrivo

conta la strada

e un pezzo di specchio per tornare.

 

ARRIVI NOTTURNI

Quegli arrivi notturni a Metaponto

sui treni di fumo

e Potenza era ancora lontana,

sulle panchine fredde,

dai fichi dell’estate

dai biscotti all’anice

dai panni nuovi

con matricola rossa.

Poi all’alba partivamo,

reduci e smarriti,

come i nostri padri sconfitti.

Ricordo una sera in camerata:

Francesco mi parlò del fronte russo,

io dissi di mio padre a Salonicco.

 

QUANDO TORNAVO A CASA

Quando tornavo a casa per Natale

(quasi correvo sui treni dei ritorni)

lasciavo tanta gioia sui binari

da non averne più negli altri giorni.

 

LA POLVERE ROSSA

Nessuno sfuggiva all’economo salesiano,

le sue rette colpivano le nostre vite

con indifferente certezza.

Così migrammo al “Principe”, a Potenza,

orfani nelle camerate, nei refettori, nei cortili,

noi Calabresi dallo sguardo scuro,

due o tre fichi al caldo nelle tasche

e un fuoco di polvere rossa

sparso sui ceci e sulla nostalgia.

 

È INUTILE

È inutile che spargi la nostalgia del tuo cuore

tanto sarai ancora tu

a partire per il Nord

e a cercare, inchiodata a qualche muro,

la parola “accettazione”.

 

 

 

UNA DOMENICA AL GEMELLI

Così solo una domenica al Gemelli,

e prima ancora di qualunque Messa,

sono qui a raccogliermi le voci,

quella immaginata di mio padre in guerra

e quella forte di mia madre dal terrazzo

a ricordarmi il cielo sui capelli

e la grazia dell’anima.

 

SALA INTENSIVA

In quella sala del perfetto vivere

dove si perde il giro delle ore

ogni attimo del cuore è segnalato,

trascritto, giudicato,

e se alla fine ti dicono “salvato”

tu non dire del mare e dei poeti

o di quel tempio nel cielo ad Agrigento.

 

 

QUESTA GUERRA

Questa guerra col mio cuore

non cercata,

non voluta,

infine, come altre, necessaria,

è, come altre, felicemente persa,

e già è il tempo delle erbe tenere

delle pietre da girare sulla cenere.

 

SOLO ORA

Solo ora, col cuore in extrasistole,

tutto il mio ego è qui, sotto lo specchio,

arrotolato come un vecchio dentifricio.

So già, da troppe volte so,

che al primo raggiunto equilibrio

ritornerà serpente.

 

QUELLO CHE ACCADE

Quello che accade

ha la stessa necessaria precisione

di quello che non accade.

La piccola pietra maligna

che cercava il mio parabrezza

ieri sera, sulla strada per Reggio,

lo cercava in realtà

dall’infinito.

 

 

LE REGOLE

Ma Dio non guarirà col nostro pianto,

le sue regole non cambiano,

tout va.

 

TUTTO MUORE

Tutto muore,

animali segreti,

alberi lontani,

invisibili esseri,

tutti rientrano, ad ad uno,

in dimore di vento e di silenzio,

restiamo solo noi a far rumore,

a voler guarire,

a disturbare inutilmente Dio.

 

DIO DELL’UNIVERSO

Ti ho relegato nell’angolo più oscuro

della mia triste baracca, Dio dell’Universo,

e non un lamento ho udito:

la Tua fiducia mi sconvolge.

Eppure tante volte Ti ho chiuso

e sono uscito con speranza,

e tante volte Tu m’hai visto ritornare

ancora più solo, senza una sola pietra…

Sì, per la Casa che Ti promisi un giorno

e che ormai dispero di poterTi edificare.

 

 

 

QUEST’ULIVO

Quest’ulivo alla mia fronte,

che dico mio,

fu d’altre mani,

d’altro parlare.

Quante ancora saranno, Signore,

le sue stagioni del dare?

 

NEI LUOGHI SANTI

Nei Luoghi Santi dove ti ho cercato

ho visto gente piccola, altrimenti fraterna,

nascondersi nell’oro e nell’incenso

e in ogni labbro dell’antica liturgia.

Ma tu eri via, altrove,

tu eri un qualunque dolore.

 

NOTTURNO

Notturno mistero la stella

sull’orlo dei pini,

il sole che lascia

cuscini di nebbia

e s’arrossa su altari silani.

 

QUANDO L’ONDA

Quando l’onda ritornerà

il vento non avrà più ali,

né parole.

Consumeremo quel giorno di Settembre

con la tristezza appesa agli orizzonti

dietro i vetri di sempre.

 

 

“Appartenenze”

 

 

APPARTENENZE

Misteriose appartenenze

ci sostengono

nelle notti d’insonnia.

Siamo i persi pastori d’Aspromonte,

le fiumare d’inverno,

la terra inquieta,

tutti i versi di Ibico Reggino,

un’icona d’Oriente, il gelsomino,

Cassiodoro che scrive nel Vivarium,

Gioacchino e lo Spirito di Dio,

Campanella nel sole d’Utopia,

siamo il cielo e le olive di una sera,

un richiamo nell’ombra,

le voci che partirono,

nostra madre e noi nelle sue braccia:

“Oh vieni sonno, vieni, e non tardare.”

 

 

NUOVO VASO LOCRESE

Stasera colmo di vino

conoscerai la tua famiglia

nuovo vaso locrese.

Cuore di tante notti

specchio di tanti volti

caldo di tante mani

finirai colmo di terra e di radici

da qualche parte disperso.

 

LE DONNE DI BAGNARA

Le donne di Bagnara

hanno mani tenaci sui giorni

e lame d’argento negli occhi

quando tagliano al sole le spadole

sui loro banchetti di strada.

 

 

DOPPIE E TRIPLE LETTERE

Queste doppie e triple lettere

che mi scoppiano in bocca,

che mi fanno riconoscere

e riconosco all’ascolto,

sono quanto d’incancellabile rimane,

la memoria dentale

di una punta di zucchero e sale,

sul pane.

 

IL LUNGOMARE

Il lungomare è così com’è

un lungomare al Sud,

il venti Ottobre.

Ma la sera è una brutta sera

e forse, poi, qualcuno verrà, come me,

a pensarsi la vita.

Intanto mi chiedo

se è un cane reale o pensato

quel cane piagato

che passa indeciso,

mi guarda, ritorna

e mi lecca improvviso

la mano.

Di certo è che fuggo il suo fiato

e come un qualunque Pilato

mi insabbio veloce le dita.

 

QUESTI ASPRI BASTIONI

(LE CASTELLA)

Questi aspri bastioni

non cedono al ricordo

di chi passa

neanche un pezzo

di calce spinata.

Così imponenti erano quel giorno,

così indifesi,

quando da ogni mare apparve all’orizzonte

la smisurata falce saracena.

Dicono che il sangue cristiano

per continui giorni fu lavato e benedetto

e l’altro dov’era fu lasciato

come un rosso granato di nessuno.

 

I BANDIERA

Qui sulla pietraia

Tesei, Miller,

il loro cuore spaccato.

Lontano è sera

e verso San Giovanni

le baionette vanno coi Bandiera

e con la luna.

 

LUCE GRECA

Anche qui la solitudine, il vento

e il buio intorno,

poi, su un rigo di Omero o di Platone,

i ceri accesi dell’Ortodossia,

la luce greca di chi vive in questa terra,

testimone inatteso,

un altro Monte.

 

INCIDI IL TRONCO

“Incidi il tronco delle more rosse

e spalma con quel latte le ferite.”

Boscaiolo di padre in figlio,

affumicatore di castagne da baratto,

muratore e pastore d’occasione,

scienziato pratico per detti tramandati,

cantore in chiesa dell’Antifona in latino,

Andrea sa tutto del legno e dell’accetta

dice che un albero si taglia quando è morbido

prima che il sole sfiori le sue braccia.

 

 

L’ACQUA LIBERATA

L’acqua liberata sul campo

sembrava una biscia d’argento,

qualcuno accorreva con la zappa

qua e là sui canali precari

mantenendo l’equità.

 

 

 

LE GUERRE DELLE DONNE

Le antiche guerre delle donne nei paesi

finivano tutte coi lampi sulle bocche:

“Che tu possa bruciare

su canne verdi!”

“Che il vento di Marzo

ti voli via!”

Poi, coi giorni, nessuna bruciava in quel modo,

nessuna volava nel vento,

morivano tutte in silenzio,

dello stesso vano, cristiano scontento.

 

 

L’ARTIGIANO

A differenza dei miei dispersi amici

io non ho avuto paura della vita.

Sono rimasto,

e qui ho fatto, ogni mattina, l’artigiano,

il gioco di mio padre e del destino:

solo ai pedali di un tornio bizantino

ho lavorato il legno e la mia mente.

 

 

QUANDO SI CONSUMERÀ LA NOTTE

Quando sarà giorno a Le Castella

e aprirò le finestre d’Oriente

inseguiti dal sole passeranno

pitagorici volti e navi di Bisanzio

barbe turchesche ed elmi di Cartagine.

 

 

L’ONDA

L’onda è già

sul gradino di Settembre

e batte indifferente su le pietre

ai margini degli anni

e delle storie.

Avevamo panni nel ’50,

profumati d’America.

 

CANDELE BIZANTINE

All’ombra di un monaco d’Oriente

la Calabria è un salmo d’Occidente,

l’evidenza del cielo e della terra

qui nominati dai suoi avi instancabili.

Fummo terra di silenziosi abbracci

e di lunghissimi giorni fraterni.

Di brune candele bizantine,

accese sui libri nelle notti di veglia,

e di forte incenso,

ancora profumano

le pietre intorno a le nostre vite.

Qui insieme percorrono

i comuni sentieri

del loro viso

un ragazzo d’Atene

e una donna d’Aspromonte,

millenaria icona sola

che accoglie viandanti,

dannati o santi,

col pane secco

e una calda ricotta nelle mani.

 

 

“Le croci”

 

 

LE CROCI CHE LA CHIESA COMANDA

Mia madre ha sempre abbracciato

le croci che la chiesa comanda,

così quel giorno non capiva il senso,

e ancora non sa cosa rispose sul sagrato,

quando don Ezio le chiese di scegliere,

per mio padre disfatto a Cefalonia,

tra un Cristo di legno a lire una

e un Cristo d’argento a lire cinque.

 

 

SE NE SONO ANDATI

Se ne sono andati.

Alcuni con passo leggero,

altri come vacche da giogo

punte a sangue sul sentiero.

Ma tutti speravano di tornare,

e forse ancora,

dove più nessuno c’è ora

col filo di quei giorni,

se non qualche madre

che sola resiste

ai suoi figli dispersi,

voci dal mondo

che a volte la chiamano mother.

 

CARO SPOSO

“Caro sposo, diletto amato mio,

si dice che c’è guerra e se ritorni

ti partono diretto per il fronte,

così, rimani, e non pensare a niente,

e sono la tua sposa, tua per sempre.”

Così mio nonno dall’America è tornato

solo per togliersi la spina del sospetto

e poi morire dell’amor verificato

sulle montagne intorno a Caporetto.

 

CHIUSA IN CASA

Chiusa in casa

mia madre

tagliava e cuciva camicie:

le cose imparate nel giovane sogno

divennero pane, formaggio ed alici.

Mio padre era morto da un anno.

Noi tre portavamo più avanti

una guerra finita.

 

 

È DOMENICA

È domenica

e scendo queste scale,

e come un cane fiuto a queste porte

il solito, indistinto cucinìo condominiale.

Porto con me, ancora non so dove,

un giorno rosso della settimana,

forse un Natale,

con mia madre che gira il suo ragù

e le campane così forti e vive

che ogni casa sembrava un campanile.

 

ADDORMENTATA

Addormentata all’ombra d’un olivo

il vento invano la chiama

con voce di mare.

Dove sono, ora, i tuoi capelli ricci,

in quale sogno, mamma, le tue mani,

con chi parli di questa e d’altra vita

e stringi piano un’oliva tra le dita?

 

ORA CHE NELLE SCALE

Ora che nelle scale

è ritornato il condominio

ti ricordo mia madre,

l’antica donna che bussava per prima,

che ricordava nomi e compleanni

e sorprendeva coi fiori:

voglio crederla felice in altra ruga! (*)

(*) Qui si allude a una “ruga” celeste.

 

 

 

C’È UN GIRO TONDO

C’è un giro tondo

sui carciofi di campo

che fa di cento spine

una corona.

A ogni stagione

mia madre percorre quel giro

e di rado si punge le dita

quando taglia alla base le spine

e poi salva dal nero imminente

le bianche corone

in un secchio di acqua e limone.

 

 

LA STAGIONE DEL FICO

“La stagione del fico è lunga e generosa”

diceva mia madre cogliendo,

ancora a Novembre,

quel cibo d’estate,

viatico dolce all’inverno,

con noi tutto l’anno,

quasi eterno.

 

GRAMMATICA LATINA

Ho comprato al mercatino

una grammatica latina,

uno di quei libri dal destino errante

con dediche e nomi

graffiti in terza pagina

e trepidi ricordi inquisitori.

Confesso, era tanta la paura salesiana,

che ho detto rosa rosae

anche a mia madre,

povera mamma col pensiero altrove

e il libro aperto

alla mia declinazione.

 

AL RITORNO

Al ritorno il sole era ancora rosso.

Mia madre lo portava in equilibrio

sulla cesta dei fichi

come il cerchio dei Santi.

 

FINO A IERI

Fino a ieri poggiavo alla tua fronte

la mia solitudine.

Ora cammino nelle stanze

dove tu non sei

col tuo cerchio a ricamare,

a separare i giorni dalle notti,

a scrivermi i doveri

sul cuscino.

 

 

LETTERA A CATERINA

Caterina,

da ieri non ci riconosci più

e pieghi il capo alle domande di tua figlia

con un unico sì per ogni cosa.

Dove sei Caterina, dove siamo noi

che ti stiamo guardando

mentre raccogli olive sul tuo letto,

e non è la stagione,

non è il momento,

ma solo il tempo delle nostre lacrime?

 

MARIA

Maria è seduta alla sua porta

e prepara a mazzetti da seccare

la camomilla di maggio che ha raccolto.

La piazzetta è deserta la mattina,

bambini d’altre sono a scuola,

mariti d’altri lavorano ai cantieri.

Maria ascolta sua madre che sospira

e poi guarda l’asciutta fontana.

 

FRANCESCA

Stanca di gesti e di parole vane

Francesca si è rimessa al suo telaio,

così ha qualcosa tra i pensieri e il cuore

e tesse con le mani il suo dolore.

 

L’ULIVO TAGLIATO

L’ulivo tagliato mostra solidi anelli

da contare.

Conto quelli di mio padre,

il suo palmo di vita

irregolare.

 

L’AMMENDULÀRA (*)

Ah comu mi doli chista vita

mò chi janca diventàu l’ammendulàra

e mama cchiù non torna da hiumàra,

chi sentu u cori chi prima non sentia

e sulu supa a st’uri su jettàtu

comu nu centupèdi mbulicàtu.

(*) Il mandorlo.

 

 

I NOSTRI GIORNI ASSOLATI E CALDI

Ancora non capisco il senso di questo abbandono. È davvero così definitivo?

Sorpresa. Incredulità.

Poi la calma del ricordo. Un sms arrivò un giorno, discreto come sempre. Un saluto, mi diceva, "solo per non perdersi". E la mia risposta tranquilla: "Gli amici non si perdono mai". Né il tempo, né le distanze cancellano le persone che ami. Sguardi che si incontrano per caso e restano intrecciati per sempre, nella condivisione di valori silenziosi e minimi, essenziali. O di altre amicizie, altri sguardi, altre storie.

Scrivere di Vito vuol dire riattraversare giorni assolati e caldi, quando l’aria si faceva più tenera intorno alle sue parole. Semplici. Ed era lui, così. Semplice. Raccontava, con il sentimento di chi aveva davanti a sé un interlocutore bambino. Campanella. Gioacchino. Pitagora. Ascoltavi. E non potevi fare a meno di dirti che con lui diventava concreta un’idea vaga di questa terra come terra di sognatori e poeti, di filosofi e, soprattutto, di eterni ribelli o eremiti. Atmananda, a Cerva. Padre Kosmas, nel monastero greco ortodosso di San Giovanni Therestis. Il fascino che queste persone esercitavano su Vito era contagioso, invadente. Filosofi del passato e uomini del presente. Era come se per lui il senso dell’esistenza non fosse altro che la ricerca stessa del suo significato, l’inquieto interrogarsi sull’impercettibilità di Dio.

Vito non amava i rapporti esclusivi: era abituato a condividere le sue amicizie, per cui accadeva spesso che persone che nulla avevano in comune, grazie a lui si incontrassero formando nuovi legami. Era un costruttore di ponti tra universi esistenziali irripetibili, persino inconciliabili, tanto erano diversi. In questi attraversamenti univa. Non solo perché la sua vita era basata su una rara filosofia dell’incontro; sapeva tendere la mano, accogliere, ma anche cedere e rinunciare. Sì, persino rinunciare agli altri, quando questi avevano bisogno di quella quiete o solitudine che lui invece rifuggiva.

Una sola forma di resistenza. La scrittura. E anche questa, attuata con delicatezza. Quelle poesie regalate come petali di fiori freschi, dedicate a cose vere, a sentimenti che non cercavano ostentazione, non volevano essere visti, ma intuiti, riconosciuti. "Sono Vito Maida", mi disse la prima volta, "il poeta". In tempi assai sospetti, in cui il poeta passa per uno che non ha nulla da dire, nulla di utilizzabile s’intende. E lui, invece, era tutto lì, in quell’unica parola, che lo rendeva quasi incredibile, irreale, così diverso da tutti. La poesia come atto di coraggio, di nudità estrema della propria anima. La scrittura come resistenza alla banalità, all’insignificanza di tempi e luoghi assai volgari, fondati su macerie nuove di zecca, su simboli equivoci di presupposte e malcomprese modernità.

Io mi affannavo, mi guardavo intorno alla ricerca di strade nuove. Vito era granitico, fermo e senza tempo: percorreva vie note e lì trovava ciò che per noi invece era già perso.

Uno strano miscuglio di forza e fragilità. Una presenza leggera come un fiocco di neve. Un soffio di vento se lo sarebbe portato via. Anche un soffio leggero. E noi non ci avremmo creduto.

C’era un’attesa, come in tutte le assonanze armoniche, quei suoni che arrivano da atmosfere lontane e rarefatte, e accompagnano l’intuizione di pensieri non detti, le speranze taciute, i sorrisi nascosti per pudore. C’era sempre un’attesa, ogni volta che ci si lasciava. La “prossima volta” saremmo stati insieme più tempo e avremmo fatto cose più belle. Avremmo visto gli amici, avremmo raccolto il sole, avremmo riso, ancora di più. Avremmo parlato e ci saremmo detti tutto, prima o poi, quel tutto che non si dice mai perché nessuno sa cosa sia.

C’era un’attesa. Eppure, come un segno di sospensione, aleggia quasi a mezz’aria, quell’attesa è rimasta, c’è ancora...

Francesca Viscone

 

 

INDICE

 

 

Introduzione pag. 5

Presentazione “ 9

“SPINE E SPIGHE” “ 17

Spine e spighe “ 19

La casa in alto “ 20

La saggezza “ 21

Da queste case “ 22

Gli argomenti volano “ 23

I Tirreni “ 24

A Settembre “ 25

Le nebbie del Nord “ 26

C’è sempre qualcuno “ 27

Vento di marzo “ 28

La mia spina “ 29

Lavami gli occhi “ 30

Senza carrello “ 31

Eterno un minuto “ 32

Oggi per me pag. 33

Il bambino “ 34

Io che una virgola colgo “ 35

Del pane e delle olive “ 36

Amo la notte “ 37

Dicono “ 38

“NEL VIAGGIO” “ 39

Nel viaggio “ 41

Arrivi notturni “ 42

Quando tornavo a casa “ 43

La polvere rossa “ 44

È inutile “ 45

Una domenica al Gemelli “ 46

Sala intensiva “ 47

Questa guerra “ 48

Solo ora “ 49

Quello che accade “ 50

Le regole “ 51

Tutto muore “ 52

Dio dell’universo “ 53

Quest’ulivo “ 54

Nei luoghi santi “ 55

Notturno pag. 56

Quando l’onda “ 57

Quale parte di me “ 58

Un conto più grande “ 59

Un pacco di parole “ 60

Le parole dei poeti “ 61

“APPARTENENZE” “ 63

Appartenenze “ 65

Nuovo vaso locrese “ 66

Le donne di Bagnara “ 67

Doppie e triple lettere “ 68

Il lungomare “ 69

Questi aspri bastioni (Le Castella)“ 70

I Bandiera “ 71

Luce greca “ 72

Incidi il tronco “ 73

L’acqua liberata “ 74

Le guerre delle donne “ 75

L’artigiano “ 76

Quando si consumerà la notte “ 77

L’onda “ 78

Candele bizantine “ 79

“LE CROCI” pag. 81

Le croci che la Chiesa comanda“ 83

Se ne sono andati “ 84

Caro sposo “ 85

Chiusa in casa “ 86

È domenica “ 87

Addormentata “ 88

Ora che nelle scale “ 89

C’è un giro tondo “ 90

La stagione del fico “ 91

Grammatica latina “ 92

Al ritorno “ 93

Fino a ieri “ 94

Lettera a Caterina “ 95

Maria “ 96

Francesca “ 97

L’ulivo tagliato “ 98

L’ammendulàra “ 99

Postfazione “ 101

Finito di stampare nel mese di maggio 2005

presso la Litografia SudGrafica

Marina di Davoli (Cz)