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Data: 30/04/2014 - Anno: 20 - Numero: 1 - Pagina: 29 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

CU' E' DESTINATU U MORA AHRU SCURU A' VOGGHJA U SI FA' MASTRU CANDILARU

Letture: 1562               AUTORE: Giovanna Durante (Altri articoli dell'autore)        

Nella cultura popare calabrese sono sempre esistiti elementi di condizionamento come la sorte, il destino, la fortuna che vanno al di là della comprensione umana e che fanno pervenire a successi ma più spesso ad insuccessi non voluti e non prevedibili dall’uomo. Purtroppo la gente del Sud, duramente provata da calamità naturali e da pesanti ristrettezze economiche, presa da un senso di impotenza e di sfiducia in sé e negli altri, ha rinunciato spesso alla speranza, alla perseveranza, all’intraprendenza e si è abbandonata al fatalismo. Tutto è quindi stabilito dalla forza cieca del destino che traccia il percorso di ciascun uomo, al di là del quale non si può andare! Il profondo sconforto e la conseguente rassegnazione che ha caratterizzato per secoli la vita dei nostri avi hanno causato un grosso freno nello sviluppo, nella crescita sociale e nell’evoluzione della Calabria ed in generale del Sud. Si diceva un tempo: “Cu’ è destinàtu u mora ahr1u scuru a’ vogghja u si fa’ mastru candilàru” (Chi è destinato a morire al buio è inutile che si faccia fabbricante di candele); ed anche: “Cu’ sbenturàtu nescia, peju mora” (Chi nasce sventurato morirà ancor peggio). Questi proverbi esprimono in pieno il senso del concetto precedentemente esposto: non si può cambiare il corso del destino; siamo destinati a soccombere! Si tratta comunque di un periodo storico da noi molto lontano quando i nostri antenati vivevano in un mondo chiuso, dove il prodotto del lavoro, rapportato alle energie profuse era piuttosto scarso e il denaro circolava a fatica. In un clima siffatto non era certo facile pensare ad un miglioramento socio-culturale ed economico della popolazione dei paesi simili al nostro; anzi era già un miracolo poter assicurare a sé ed ai propri familiari il necessario per la sopravvivenza. Anche la mentalità ristretta di quel tempo ha giocato un ruolo decisivo nel modo di pensare e di agire del popolo calabrese e nella conseguente possibilità di sviluppo della nostra terra. Difatti fino ad alcuni decenni fa i figli seguivano automaticamente le orme paterne e spesso, sin dall’adolescenza, erano costretti a dedicarsi allo stesso lavoro dei propri genitori. Non a caso si diceva: “L’arta do tata è menza mparàta” (Il mestiere del papà è già per metà appreso); del resto il padre-padrone di un tempo che dominava l’intera famiglia non avrebbe mai consentito alla propria prole di nutrire aspirazioni che non fossero adeguate al tenore di vita della famiglia d’origine, e quindi alle sue possibilità economiche ed al suo ceto sociale. Perciò quasi tutti i giovani di un tempo, remissivi e condiscendenti per forza di cose, venivano avviati al lavoro dei campi, malgrado le aspettative fossero sempre condizionate dai fenomeni meteorologici che decidevano del raccolto annuale e quindi della possibilità di sostentamento dell’intera famiglia. Neanche l’artigianato locale, legato com’era alle potenzialità della vita contadina, offriva garanzie di guadagni adeguati alle normali esigenze delle famiglie. Di fronte ad eventi che vanificavano il lavoro di un anno, facendo precipitare nella miseria un’intera famiglia, certo si reagiva con tristezza e rabbia, ma anche con rassegnazione e con espressioni del tipo: “U destìnu meu vozza accussì” (Così ha voluto il mio destino), ed anche “Comu vola Ddìu” (Come vuole Dio). Era questo il modo di affidarsi alla volontà divina ma anche di arrendersi accettando passivamente sconfitte e problemi esistenziali di varia entità in nome di un destino potente ed immutabile.
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