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Data: 31/12/2017 - Anno: 23 - Numero: 3 - Pagina: 7 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

BARBARA FROIO

Letture: 70               AUTORE: Antonio Barbuto (Altri articoli dell'autore)        

Maramenti: il profumo dei ricordi. Il racconto delle ricette suvaratane, 2017. I cinque lettori di questa rubrica ricorderanno certamente che mi sono occupato sempre di quei poeti e scrittori calabresi più rappresentativi, del passato remoto e del novecento, ma passati a miglior vita, come si usa dire, secondo il principio inderogabile annunciato all’inizio della mia collaborazione a “La Radice”. Ho derogato alla inflessibilità dichiarata in pochi casi perché ne è valsa la pena, considerato l’alto spessore artistico e culturale delle opere che analizzavo per i miei lettori. Le poche eccezioni naturalmente indicano anche il tasso del mio gusto, volto alla qualità delle opere e all’assunzione di responsabilità che non può scadere a compromessi. La letteratura calabrese circostante non la conosco, né mi duole più di tanto, visto che ormai a livello nazionale scrivono tutti: cantanti, attori, calciatori, comici di circo. E nel nostro ristretto territorio artigiani d’ogni ordine e grado, scrivono parole messe in fila indiana che chiamano poesie, romanzi, autobiografie. Ma per onestà e per il rispetto che devo ai miei anni passati a studiare, agli inviti di leggere codesta roba che non mancano, rispondo garbatamente: arti cu’ arti e pècuri a lu lupu. Ciò vale soprattutto per quegli ottimi artigiani che “senza studio” pretendono di scrivere e pubblicare, ahiloro, libretti che talvolta trovano anche prefatori strabilianti e logorroici di impudicizie. Et de hoc satis. Nella presente circostanza si tratta invece d’un libro assolutamente di ottima fattura perché l’autrice ha le carte in regola. Maestra elementare per più di quarant’anni, ha realizzato l’idea, coltivata a lungo e con impegno ammirevole, di redigere una serie cospicua di ricette che appartengono alla tradizione del paese natale, Soverato Superiore, e ne fanno una cifra marcata di riconoscimento che va oltre il puro e semplice contenuto. Anch’io vi sono nato e, nella mia giovinezza di studioso, ho dedicato, per forte senso di appartenenza, un saggio sui “soprannomi” che ha avuto il lusinghiero riconoscimento del grande Gerhard Rohlfs citandomi in un suo vocabolario e, nelle lettere, mi chiamava “collaboratore”. Per affettuosi legami di parentela, Barbara mi chiese di leggere il dattiloscritto. Ho accettato con la clausola di declinare qualsiasi impegno se non condividevo le modalità richieste dal decoro della scrittura e dalla qualità del contenuto. L’ho letto verso la fine della mia permanenza estiva a Soverato con molta attenzione, trattandosi di un argomento che esulava dal campo delle mie competenze, e avendo trovato tutti i requisiti che pretendevo, ho accettato di scriverne persino una prefazione, provando un piacere autentico per le ragioni che mi permetto di elencare. Nella chiara e persuasiva Introduzione l’autrice espone i criteri seguiti nel raccontare le ricette: enunciazione degli ingredienti e modalità della preparazione e, molto opportunamente, raccogliendole secondo le stagioni in cui, per tradizione, i piatti vengono confezionati. E qui entra in gioco il garbo di ricostruire, senza enfasi, la ministoria di un paese arroccato nelle sue rughe e nelle sue tradizioni secolari mediante la trasmissione famigliare, nella fattispecie, della mamma dell’autrice, recentemente scomparsa, al cui ricordo è dedicato il libro. Nel racconto non manca una certa vivacità di ricordi di persone della ruga che hanno costituito il fondo sociale colle loro caratteristiche caratteriali, quasi personaggi d’un romanzo corale d’altri tempi. I rituali ripetuti nelle feste religiose, in quelle laiche con ricorrenze goderecce disegnano un panorama circoscritto ma altrettanto vivo che oggi può provocare, inevitabilmente, qualche linea di giustificata nostalgia. Segnali che non mancano in taluni richiami, per esempio al forte senso di condivisione che lega affettuosamente comari e parenti nel rituale rispettato: lo scambiarsi le varie e diverse pietanze a continuare le usanze codificate soprattutto nelle classi povere. Anche l’opportuno uso di alcune parole dialettali, coloriscono efficacemente l’ambiente. Parole trascritte correttamente, grazie all’autorevole aiuto dell’amico Michele De Luca, studioso principe dei dialetti calabresi (aspettiamo la pubblicazione del suo sterminato vocabolario, di seimila e passa pagine) cui l’autrice, per mio suggerimento, si è rivolta. Un libro di ricette che riproduce veramente “il profumo dei ricordi” in chi vi è nato e abitato (chi scrive fino ai vent’anni). Poi “la vie sèpare” e confesso candidamente che a ogni mio ritorno estivo, qualche golosità antica me la concedo, grazie all’amicizia intensa che intrattengo con alcuni parenti (di Soverato Superiore naturalmente): pipi e patàti, malangiàni chjini, un piatto “curmu” di pasta chjina, u morzèddu. Golosità piacevoli che mi riportano anche fisicamente l’odore della mia infanzia lontana vissuta tra “u Strittarèddu” e “u Chjanu”. Un’ultima cosa: mi piace, ma è altrettanto doveroso, sottolineare: la scrittura è sorvegliata e accattivante e documenta la solida preparazione scolastica dell’autrice e la coltivazione culturale attenta e senza sbavature. Come suo compaesano e parente, mi compiaccio vivamente con lei e le auguro che il suo libro abbia il successo editoriale che si merita. Le riproduzioni fotografiche a colori dei piatti e le immagini di luoghi particolari abbelliscono vieppiù il libro che può entrare onorevolmente in ogni biblioteca. Per queste ragioni non mi è dispiaciuto interrompere la lettura dei libri che di solito mi porto da Roma per trascorrere utilmente e piacevolmente le ore roventi pomeridiane, al riparo però nelle stanze fresche della mia casa di campagna che con compiaciuta civetteria chiamo Canale kilometrotre.
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