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Data: 31/12/2017 - Anno: 23 - Numero: 3 - Pagina: 26 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

IL SINDACO ANDREA TALOTTA NEL RICORDO DI UN ATTENTO LETTORE

Letture: 63               AUTORE: Michele Catanzariti (Altri articoli dell'autore)        

Egr. Professore, nel penultimo numero del Suo periodico “La Radice”, leggo che il 10 maggio di quest’anno, l’illustre concittadino di Badolato, nonché l’amato ex Sindaco, P. E. Andrea TALOTTA, purtroppo è scomparso. Nel porgere ai congiunti il mio più sentito cordoglio, non posso esimermi dal dare un piccolo contributo, citando fatti che, mio malgrado, all’età di circa 6 anni, mi videro testimone e che sono rimasti indelebilmente impressi nella mia memoria. Il tempo, come si sa, è tiranno. Chiedo perciò scusa per qualche inevitabile inesattezza. Conoscevo solo di nome l’allora Sindaco Andrea TALOTTA. D’altronde, per me la parola Sindaco, non comprendendone appieno il significato, aveva, allora, un non so che di misterioso. Con Lui, mio padre, Comandante della locale Stazione dei CC, intratteneva ovvi rapporti di Ufficio e spesso, in famiglia, ne sentivo parlare più che bene per la sua umanità e per il suo dinamismo politico volto a migliorare le misere condizioni di vita di gran parte dei concittadini badolatesi (contadini, braccianti, operai) in quei primi anni cinquanta in cui le ferite della guerra e soprattutto i danni dell’alluvione dell’ottobre del ’51 erano ancora ben visibili. Conoscevo meglio, però, il fratello, mi pare si chiamasse Romualdo. Costui camionista, spesse volte, ci offriva volentieri un passaggio quando insieme alla cara Caterina, nostra collaboratrice domestica, ed ai miei fratellini, negli assolati e meravigliosi pomeriggi badolatesi, andavamo o tornavamo a piedi dalla marina. In quanto al Sindaco, il suo attivo impegno politico, se da un lato gli procurò la riconoscenza di gran parte della popolazione badolatese, dall’altro gli causò l’ostilità vigliacca di gente di malaffare che tentò di assassinarlo. Premetto che nel nostro appartamento, si accedeva normalmente dalla piazzetta antistante la chiesa di S. Maria. Esso era adiacente e comunicante con gli uffici della locale Stazione CC, il cui massiccio portone d’ingresso, sfalsato di un piano, però, si trovava in uno slargo posto in fondo ad una viuzza in discesa che costeggiava da un lato il nostro alloggio e la caserma e dall’altro la Chiesa di S. Maria. Normalmente il carabiniere di turno della caserma (piantone) prestava servizio al piano del portone d’ingresso mentre gli uffici si trovavano al piano superiore, adiacenti, come già accennato al nostro appartamento ed a cui si accedeva mediante due scalinate. La prima partendo dal piano terra conduceva ad un terrazzino scoperto protetto da un robusto muro perimetrale. La seconda partendo dal suddetto terrazzo conduceva agli uffici. In uno dei primi giorni di maggio del 1955, già a sera inoltrata, mentre mio padre era ancora intento ad impartire disposizioni a qualche collaboratore subalterno per i servizi notturni di ordine pubblico, ad un certo momento, qualcuno bussò al portone della caserma: una flebile voce chiedeva di poter entrare e di essere aiutato perché ferito. Il piantone, mi pare fosse un certo Peron, veneto, aprì lo spioncino di sicurezza e, resosi probabilmente conto di quello che era successo, non esitò un istante ad aprire. Lanciato l’allarme, mio padre ed altri militari si prodigarono a soccorrere l’uomo vigliaccamente ferito a fucilate alla schiena, se non ricordo male. Io, insieme a mio fratello e mia sorella che per ovvi motivi eravamo tenuti da nostra madre un po’ in disparte dalla tragica scena, di tanto in tanto, soddisfacendo la curiosità di bambini, furtivamente sbirciavamo per vedere cosa stava accadendo. L’uomo era stato adagiato su un tavolo di legno che la mia cara mamma aveva attrezzato, a mo’ di rudimentale tavolo operatorio, con materassino, lenzuola di bucato, bende, cotone, garze e quant’altro occorresse per altri casi simili, allora molto frequenti, già accaduti. Tamponata in qualche modo la grossa ferita con cotone, fu immediatamente chiamato il medico, credo, se non ricordo male, fosse il Dott. Barone, che arrivò subito. Con gran maestria riuscì ad arrestare l’emorragia ma occorreva urgentemente trasportare il ferito in un centro attrezzato per sottoporlo ad intervento chirurgico. Portato a braccia, perciò, venne caricato sulla FIAT Balilla strapuntinata del fidato Cicciu ‘e Lesi e condotto in una clinica, forse a Soverato. Qui un delicato intervento chirurgico gli salvò la vita. Solo in seguito seppi che si trattava del Sindaco di Badolato Andrea TALOTTA. Negli anni successivi sentii, più volte dire da mio padre che, probabilmente, l’attentato era stato organizzato da elementi ostili del suo stesso partito, purtroppo rimasti impuniti. Concludo queste brevi note ringraziandoLa per avermi sollecitato a ricostruire l’evento. Ho accolto di buon grado il Suo invito nonostante qualche incertezza dovuta alla mia tenera età. Michele Catanzariti Cosenza, 20/12/2017 (Siamo noi a dover ringraziare quell’attento bambino di allora, oggi ingegnere a Cosenza, per la disponibilità e il piacere con cui ci partecipa ricordi d’infanzia ben registrati nella sua memoria, che sono per noi “schegge” della nostra microstoria, tanto utili a ricostruire nel modo migliore, forse, segmenti del nostro passato. E siamo lieti che le memorie di quell’infanzia, di cui ci scrive e talvolta ci narra per telefono, siano di segno positivo e anche commoventi. Grazie. – Ndd)
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