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Data: 31/03/2004 - Anno: 10 - Numero: 1 - Pagina: 31 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

A madònna da rambàhr!i

Letture: 1335               AUTORE: Vincenzo Squillacioti (Altri articoli dell'autore)        

A Rambàhr!i è una località collinare del territorio di Badolato. Poco distante dal vecchio borgo, non ha mai avuto una Madonna e neanche una chiesa, se pur minuscola e di campagna. Ha, invece, un mulino ad acqua, un tempo funzionante, e quindi mezzo di lavoro per almeno una famiglia, e meta di centinaia di badolatesi che colà si recavano per macinarvi grano, e il granturco per farvi la pizzàta, ed anche altro, talvolta. La proprietà era di don Antonio Caporale, noto borghese di Badolato, a lungo amministratore del barone Paparo. Ma il gestore del mulino, l’affittuario, era Nicola Menniti, detto, appunto, u mulinàru, mugnaio, grande lavoratore efficacemente aiutato dai figli, Giuseppe specialmente, il primogenito, e Raffaele, e Andrea, e Angelo. Quanto stiamo raccontando avvenne nella seconda metà degli anni Quaranta, probabilmente nel 1947, un periodo storico caratterizzato, non solo in Badolato, da problemi, attività, movimenti costituenti una decisa transizione tra un mondo millenario che entrava irrimediabilmente in agonia e un’epoca nuova contraddistinta dall’emigrazione di massa, dalla fatica di risalita dal baratro in cui l’Italia era piombata a causa della seconda guerra mondiale, quindi dall’inizio della ricostruzione, dall’avvio del processo di evoluzione tecnologica e scientifica, dalle lotte di classe, dalla formazione di una nuova coscienza civica e politica. Non c’era ancora televisione, e veramente pochi erano gli apparecchi radio esistenti in paese, nel quale la vita era ancora in larga parte cadenzata dal calendario agricolo, e i luoghi di ritrovo continuavano ad essere, a parte la chiesa e, fatto nuovo, le sedi dei partiti e dei sindacati, le botteghe artigiane e, sovrana, la ruga, dove si spettegolava, si chiacchierava, si cantava, si pregava. Ma la stessa ruga talvolta non bastava, o comunque non era idonea a fare da palcoscenico a giovani vitali e vogliosi di una qualche forma di protagonismo. Ed ecco il ricorso ad altri metodi e forme di aggregazione, quali circoli per borghesi e maestranze privilegiate, farse a Carnevale per giovani in qualche modo alfabetizzati, e feste religiose per l’Italia. I giovani Menniti, che passavano la maggior parte del loro tempo al mulino della Rambàhr!i, nella primavera del 1947, appunto, hanno pensato di creare una nuova festa, che fosse, però, tutta loro, a differenza delle tante altre che erano patrimonio del clero locale e delle confraternite, o, qualcuna, di famiglie private. Né mancava loro la compagnia e la collaborazione a livello “artistico” e di manovalanza, giacché intorno al mulino non gravitavano soltanto le donne del mondo contadino per macinarvi i cereali, ma anche tanti baldi giovani colà si recavano per “prendere” l’acqua necessaria per irrigare, a vicenda, i numerosi orti che esistevano anche in quella periferia del paese, ed arrivavano sino alla località Jardìnu, oggi quasi tutta urbanizzata, ma a quel tempo terreno agricolo. I nostri giovani, aiutati da Totò Fiorenza (cl. 1930) e da Totò Cossari, tanto per citarne alcuni, decisero, quindi, di organizzare una festa, con tanto di processione, in onore della Madonna, che, essendo stata “creata” alla Rambàhr!i, e colà realizzata, fu detta “Madònna da Rambàhr!i”. E così è ricordata da molti ancora oggi, a distanza di quasi sessant’anni. I Menniti, appartenenti alla Confraternita di Santa Caterina, nella quale operano attivamente ancora oggi, sapevano che per fare una Madonna basta un po’ d’argilla, qualche canna e della stoffa più o mena pregiata per vestirla. L’incarico di modellare il viso fu affidato a mastr’Antonio Carella, del quale erano note le capacità artistiche: vi provvide difatti, egregiamente, con un po’ di creta e un po’ di colore. Le mani, essendo anch’esse parti visibili del corpo della statua, furono recuperate in un modo non proprio ortodosso. I vestiti… Erano anni difficili per l’Italia quelli che seguirono alla fine della guerra, perciò il Piano Marshall. E i pacchi postali, che i nostri emigrati, quelli che si trovavano in America (soprattutto nel Nord) durante la guerra, hanno cominciato a mandare con dentro impossibili scarpe, stoffe da confezionare e tanti vestiti, da uomo e da donna, nella quasi totalità arlecchinamente colorati, roba che si rivelava comunque molto utile, non soltanto perché tangibile segno dell’affettuosa vicinanza dei nostri parenti tanto lontani, ma anche per vestirsi, e per vestire la Madonna della Rambàhr!i, grazie alla veste, americana, appunto, prestata da Francesca Epifani in Cossari, detta, vedi caso, l’americàna. La cosa più facile fu, forse, allestire una fanfara: grancassa, tamburino e piatti, suonati dagli stessi fratelli Menniti, operatori musicali da sempre. E anche -sia detto per inciso- grandi ballatori di stendardo, sul palmo della mano, come sui denti. La processione, con alcune persone al seguito, partì quindi dal mulino, scese sulla provinciale ed entrò in paese. A santa Barbara una donna s’inginocchiò al passaggio della statua, e si batté ripetutamente il petto. Fu rigorosamente seguito l’usuale percorso dei santi, e non sono stati pochi i cittadini che, affacciandosi al rumore dei tamburi, hanno aperto il portafogli per porgere le cinque o le dieci lire (Raffaele Menniti, il più dinamico tra i fratelli, ci descrive ancora oggi il tipo della carta moneta dell’epoca che veniva offerta alla Madonna). E ci vengono fatti alcuni nomi di offerenti, che preferiamo lasciare nella penna. Quando la processione fu lì per lasciare via Roma e sbucare nel corso Umberto I, nei pressi della chiesa matrice, Nicola Corea, allora vicesindaco di Badolato nell’Amministrazione comunale guidata dall’avvocato Luigi Tropeano, più tardi senatore della repubblica, si parò davanti per consigliare di fare velocemente retromarcia prima che i carabinieri , a quanto pare già avvisati, arrivassero per procedere a qualche arresto. Aiutandoci alla ricostruzione, alcuni tra i protagonisti hanno avuto modo di dirci che in quegli anni era arciprete don Antonio Peronace, e comandante la stazione dei carabinieri il maresciallo Catanzariti, che tanti ancora oggi ricordano, soprattutto per il suo ampio e deciso modo d’incedere, ma pare proprio che Catanzariti non fosse ancora arrivato a Badolato. I nostri tornarono allora opportunamente indietro a gambe levate, sbucarono in piazza Annunziata e si dileguarono. C’è però chi racconta che da via Dante si buttarono verso Santa Rosa per poi risalire in piazza Santa Barbara. Uno dei protagonisti racconta che sono entrati nella bettola di Staiano per bere gassosa e qualcos’altro con i pochi soldi dei “devoti”. Soldi che, a sentire alcuni di loro, superavano le trecento lire, il che non è poco, per quel particolare periodo storico. Atri ancora parla addirittura di mille lire. “Naturalmente eravamo tutti scalzi” ha concluso uno di questi bravi amici da noi intervistati al solo fine di recuperare un breve segmento della storia della gente di Badolato. Poi le alluvioni del 1951, l’emigrazione di massa, lo spopolamento di Badolato. Un mondo nuovo fatto di altro: il presente. (Si ringraziano per la collaborazione gli amici Raffaele e Giuseppe Menniti, Antonio Fiorenza e Pasquale Rudi.)
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