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Data: 30/09/2006 - Anno: 12 - Numero: 3 - Pagina: 42 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

La monumentalizzazione dell’inesistente

Letture: 989               AUTORE: Francesca Viscone (Altri articoli dell'autore)        

A Filadelfia, dove vivo, esiste un monumento ai caduti a mare. Questo, che è peraltro un paese di montagna, di soldati periti in acqua non ne ha mai avuto nemmeno uno. Abbiamo anche un normale monumento ai caduti, ma nessuno mi aveva mai spiegato che fosse dedicato solo ai caduti a terra. Ogni anno celebriamo due diverse feste della vittoria, per guerre che abbiamo regolarmente perso, in due quartieri diversi dello stesso paese, nella stessa giornata. La banda suona due volte. Ci sono due sfilate, due discorsi ufficiali, uno per celebrare una festa nazionale, un altro per omaggiare gli eroi che non abbiamo. In compenso, ignoriamo la giovane donna colpita da raffiche di mitragliatrice alla fine della seconda guerra mondiale, mentre prendeva l’acqua alla fontana Ficarazza. Nè una targa, nè fiori. Eppure, su una parete sono ancora visibili le tracce lasciate dai proiettili. La città di Mainz, invece, alla fine della prima guerra mondiale inserì nell’asfalto di una strada una lapide in memoria di una giovane madre che, uscita per comprare il latte per i suoi bambini, fu sorpresa dai bombardamenti e uccisa. Questa storia è nota in tutto il mondo e la scrittrice Anna Seghers descrisse quella lastra di marmo sull’asfalto come uno dei ricordi più cari della sua città natale. Nell’area archeologica di Castelmonardo, paese distrutto dal terremoto del 1783, i contadini salgono con le ruspe, aprono nuove strade, incuranti di distruggere così i ruderi. Chi avrebbe potuto impedire questa barbarie (che per me equivale alla distruzione delle statue di Budda da parte dei talebani) non lo ha fatto. E, anzichè provvedere alla tutela del territorio, impedendo che fatti simili si ripetano, va in cerca di finanziamenti e fondi per pulire il sito. Come se, per un intervento ordinario, ci fosse bisogno di misure straordinarie. Ignoriamo la storia e l’identità dei nostri luoghi, il più delle volte mortificandoli. Incapaci di vedere e di valorizzare ciò che abbiamo, lo distruggiamo pure. In compenso inventiamo quello che non c’è e pretendiamo di spacciarlo per vero. Vendiamo patacche. Tutto qui. C’è dell’eroismo in questo? Qualcosa che meriti di essere ricordato come modello positivo? Ho preso le mosse da un caso non isolato e distante da quello di Badolato solo per sottolineare che esiste una tendenza alla rimozione dell’identità reale, scomoda, non sempre visibile al primo sguardo. `E9 come se la gente, e le nostre amministrazioni al seguito, convinte che qui non ci sia nulla, facessero a gara a inventare il bello che non c’è, mentre un’altra gara si corre altrove, nel tentativo di distruggere l’esistente, di cui non si comprende il senso. Le vicende di Badolato di questi ultimi decenni mi sembrano ancora più significative, poichè rischiano di diventare storia di provocazioni, burle, bluff, progetti falliti e realtà virtuali. Ho un ricordo ancora nitido dei giovani che lanciarono in tv la provocazione “Badolato paese in vendita” a cui dedichiamo un intero numero de la radice. Mi tornò in mente, allora, il senso dell’umorismo e il gusto per lo sfottò tipico dei paesani. Poi, la faccenda per me si chiuse: era chiaramente una burla. A questa ne seguirono altre: circolavano voci di potenti personaggi che volevano acquistare il paese in blocco. Si sentirono i nomi di Berlusconi, di Geddafi. Ma fu davvero soltanto una provocazione? Non sembrerebbe, se è vero che il paese stesso discusse e si divise tra favorevoli e contrari. Contrari a che cosa? Alla provocazione o alla vendita? Badolato fu conosciuto e ricordato in tutta Italia come “paese in vendita”, finchè un altro evento importante non creò un’immagine ancora più forte. Dal 1998 divenne il paese dei kurdi. Anche questa poteva essere una provocazione positiva e, in un certo senso, lo fu. Possiamo giudicare la storia di un intero borgo sulla base di una serie ventennale di provocazioni e sulla base dell’immagine che la stampa ha colto, costruito e diffuso? I mass media hanno dimostrato di avere raramente la capacità di approfondire la conoscenza dei fenomeni e molto più spesso quella di creare mondi virtuali, paralleli e per certi versi opposti a quelli reali. Anzichè farci comprendere meglio il mondo in cui viviamo, essi hanno finito con il crearne un altro, solo apparentemente migliore. La nostra vita ideale scorre veloce e carica di messaggi subliminali sul piccolo schermo, centinaia di volte, ogni giorno. Storielle di trenta secondi racchiudono la quintessenza della nostra felicità: il mercato universale. Tutto si può vendere e tutto si può comprare, ognuno di noi può essere eroe per un giorno. Naturalmente lasciando a chi di dovere il compito di amministrare, gestire, organizzare, cambiare in meglio o in peggio la cosa pubblica, che ormai appartiene sempre più a pochi. Persino il paese dei kurdi non fu solo un progetto in parte realizzato e in parte fallito tra mille difficoltà. Fu anche il prodotto di una campagna mass mediatica incapace di cogliere la complessità dei fatti, la discrasia tra intenzioni e realtà, tra speranze e disillusioni. Divenne un luogo comune, uno stereotipo, che oggettivamente escludeva la comprensione delle più diverse sfaccettature e persino i mille problemi che kurdi, organizzatori, amministratori e la gente del posto dovettero affrontare. Naturalmente, il fallimento del progetto non è mai stato preso in considerazione dai mass media: troppo faticoso indagare, spiegare, chiedere, interpretare. Meglio continuare a diffondere favole. Ma torniamo alle tante provocazioni che sono sorte intorno a Badolato. In questi ultimi anni l’attività creativa di quelli che allora (siamo nel 1986) erano giovani provocatori, sembra essersi fatta più intensa. Non le ricordo tutte, ma proverò a raccontarne alcune: il cimitero online (mentre quello vero va in rovina, qualcuno pensa già a sostituirlo con preghiere ai morti recitate davanti a un monitor), l’Università dei popoli (una bella biblioteca privata; in realtà nel paese non c’è nemmeno una scuola superiore), Badolato patrimonio dell’Unesco (in un primo tempo scrissero che lo era, poi si scoprì si trattava solo di una proposta). Altre? `E9 di questi giorni l’idea di promuovere i luoghi del sonno. Ma questa è la realtà, non una provocazione... Tanto per sottolineare ancora quale immagine di Badolato è stata recepita dai mass media: ci fu persino un servizio televisivo sull’inaugurazione dell’Università dei popoli. Mostrarono immagini di repertorio: il paese di giorno, il paese di notte, i vicoli dolcemente illuminati, le strade vuote. Niente di strano: al carnevale di Filadelfia fu dedicata una trasmissione di diversi minuti. Nessuno si accorse che le strade erano vuote e che non c’erano carri: la nebbia era fittissima e non si vedeva a un palmo dal naso. Il giornalista, che voleva filmare quello che non avevamo - i carri di carnevale - finì con il diffondere l’unica vera immagine-metafora del paese: u’ camulusu, la nebbia, appunto. I gesti eclatanti di Mimmo Lanciano hanno sempre trovato spazio sui giornali locali e non. E di seguaci ne ha avuti molti, dentro e fuori paese. Consideriamolo quindi espressione di un sentire comune. Vogliamo riconoscergli il merito di aver interpretato i sogni segreti, le fantasie, le ambizioni di un paese che si è visto perso, che rischiava di diventare deserto e alla fine si è inventato una nuova carta di identità, come se ciò bastasse per trasformarlo in un nuovo mondo? Quando avete invitato la gente a venire a Badolato, richiedenti asilo e compratori di case, avete assunto nei confronti di queste persone degli impegni. Bisognava garantire qualcosa in più di un posto dove pernottare: servizi, qualità della vita, abitabilità. Mi chiedo se tutto ciò sia stato fatto. Mi chiedo se Badolato sia veramente il mondo ideale di cui da anni ormai leggiamo sui giornali. `E9 esistita davvero questa simbiosi perfetta tra amministratori lungimiranti e abitanti amanti del multiculturalismo? Credo che questa sia stata la più grande operazione di marketing che sia mai stata realizzata per un paese così piccolo. Ho scritto Le porte del silenzio anche perchè ho creduto in quel progetto fantastico, così come ci hanno creduto le persone che in quel lavoro mi sono state accanto, prima di tutto Renate Siebert, che ne ha scritto la postfazione. Oggi provo solo delusione e amarezza. Non voglio discutere delle ragioni che portarono al fallimento di quel progetto, ma è un dato di fatto che questo fallimento non è stato sufficientemente analizzato e discusso in pubblico. Sono convinta che si dovrebbe ripartire proprio da questo: da una riflessione sul vecchio e sul nuovo. Senza un’analisi delle cause e degli effetti non si può lavorare con generosità e onestà. Qualità che riconosco alla gente di Badolato. Il rischio, altrimenti, è quello di rifare sempre gli stessi errori. Sempre che gli errori non siano funzionali al sistema. Mi chiedo, inoltre, chi abbia tratto beneficio dalla provocazione del paese in vendita? Nessuno può più pensare di cambiare il destino di questa terra solo perchè ha venduto o fittato degli immobili. Questo è business, non politica. Non è nemmeno cultura, se proprio vogliamo dirlo. Perchè in tutti questi anni non è stato aperto un museo? Perchè le chiese continuano a rimanere chiuse? Perchè non esiste una sola guida turistica accreditata? Che ha da offrire Badolato a quelle persone che, sull’onda di una gigantesca campagna stampa, vi si sono trasferite? Non vi sentite responsabili nei loro confronti? C’è da sempre un’incongruenza in questa regione, come già scrisse Placanica: lo scarto tra il vissuto e il sognato. `E9 come se con gli anni i paesi avessero prodotto un loro doppio, un’immagine idealizzata che non trova riscontro nella realtà. C’è una schizofrenia di fatto che si diffonde a macchia d’olio, come un contagio maligno. La fuga dalla realtà diventa l’unico modo per sopravvivere senza essere costretti alla fatica di cambiarla. Ma è solo un modo per non evolversi, una panacea momentanea: non risolve il male di vivere qui, in uno stato diffuso di impotenza civile. Continuiamo a mandare via i nostri giovani. Persino Lanciano è stato costretto ad emigrare. E adesso si vendica così: vi ricorda che esiste, sommergendovi di comunicati stampa. Non vuole essere dimenticato: è un pezzo di Badolato che vuole sopravvivere all’assenza, che continua a chiamare dall’aldilà in cui continuiamo a mandare tutto: intelligenze e risorse. Cultura e ambiente. Una società che si impone di non crescere, di non valorizzate le idee, le menti, i talenti che pur ci sono e che, quotidianamente, subiscono una sconfitta epocale, è una società profondamente malata. Inutile farsi illusioni: di questi mali si muore. Nessuno creda che qui le cose accadano o non accadano per incapacità o per caso. `E9 una scelta precisa il disagio in cui viviamo. La monumentalizzazione dell’inesistente, sia se fatta in buona fede sia se compiuta in maniera truffaldina, non è altro che l’espressione di una perdita di contatto con la realtà, espressione di un diffuso malessere sociale. La democrazia, questa sì una grande invenzione, sta nella capacità dei singoli di non avere padroni e, soprattutto, di “immischiarsi” nell’amministrazione della cosa pubblica. Bisogna saper promuovere un cambiamento nel corso delle cose, un cambiamento che avvenga alla radice, in profondità. Altrimenti, è meglio tacere. Meglio non essere complici. Il travestimento della realtà spinge alla creazione di un mondo attraente ma inesistente. Vuol dire che la democrazia è morta e che noi siamo diventati epigoni. Francesca Viscone * Scrittrice
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