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Data: 31/12/2004 - Anno: 10 - Numero: 4 - Pagina: 6 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

MARE NOSTRUM

Letture: 1503               AUTORE: Ulderico Nisticò (Altri articoli dell'autore)        

Il Mare Nostrum dei Romani, il Mediterraneo, e, per noi, lo Ionio, non fu per un bel po’ di secoli tanto nostro: alla caduta dell’Impero, lo dominarono i Vandali dall’Africa; vennero poi i Saraceni, e, sia pure dopo una lunga tregua, i Turchi. Le coste ioniche, già progressivamente abbandonate, divennero quasi deserte con le incursioni arabe; e ci si mise anche la malaria. Sorsero poi, per volontà di Niceforo II Foca (961-9) i kastellia (diminutivo di kastron), che sono i nostri paesi interni, borghi fortificati dalla natura e dal fegataccio e caratteraccio degli abitanti, posti sui 400 mt slm, tutti ben visibili e raggiungibili dal borgo vicino. Una rete di difesa che resse abbastanza bene ad ogni minaccia dal mare, però a patto di tenersene lontani. Fino al XVIII secolo, il Golfo di Squillace e le sue propaggini meridionali e settentrionali erano quasi prive di insediamenti costieri. Alcuni coraggiosi abitavano la Marina di Siderno e Roccella, e c’era un piccolo villaggio detto S. Maria di Poliporto, che oggi è Soverato; e la Marina di Catanzaro. Il resto, solo grandi o piccole fortezze, e torri di avvistamento: il robusto maniero di Roccella, le torri cavallare di S. Fili, Castellona, S. Antonio, Badulato, Caminise, Ravaschiera, Galilea, Poliporto, Torrazzo, Lucifero, e i castelli di Squillace, Catanzaro, Simeri, Belcastro, Castella, Crotone... Non c’era proprio il vuoto: qua e là, masserie fortezze come il Felluso di Davoli, la Ravaschiera o il Cece di Montauro attestano che nuclei di contadini accettavano il rischio della malaria e dei Turchi per poter beneficiare della buona terra di pianura. Era a loro vantaggio che le torri ospitavano i cavallari pronti ad avvertirli di una minaccia di pirati. Intanto questa andava diminuendo anche per la migliorata difesa navale del Regno dopo l’avvento dei Borbone (1734). Il Meridione vedeva crescere popolazione ed economia, e si intensificavano i traffici marittimi. Alla vigilia del crollo, il Regno delle Due Sicilie annoverava la terza flotta mercantile d’Europa. Si resero necessari attracchi e porticcioli. Le prime bonifiche borboniche sortivano l’effetto di imbrigliare i torrenti, e questi cominciavano a crearsi delle sponde e brevi pianure. C’era dunque terra da occupare e coltivare, ottima soprattutto per gli agrumeti, che, con voce di origine araba, si dissero Barchi. La Calabria si copriva intanto di ulivi, produttori di un olio non ricercato dai cuochi (il nostro condimento tradizionale è il grasso di maiale), ma dalla nascente industria, che lo usava come oggi il petrolio. La qualità, non contava; ma si mirava al massimo di quantità, e ogni angolo libero andava bene. I Calabresi non abbiamo mai amato il commercio. Ad esercitarlo vennero dunque forestieri, soprattutto gli “Amalfitani”, detti anche Salernitani e Lombardi; e poi i Siciliani, i Reggini, i Tarantini. Ecco sorgere, quasi all’improvviso verso il 1880, un piccolo borgo ricchissimo, volutamente piccolo, e tale rimase fino a dissennata espansione speculativa che lo snaturò e ne fece un dormitorio: Soverato, primo insediamento costiero a prendere coscienza della nuova realtà e a dichiararsi di mare, con il trasferimento della sede municipale. Con tutto questo, il trasferimento cospicuo degli abitati nelle Marine si deve considerare un fenomeno molto recente. Ancora a memoria di chi scrive, si attraversava la gloriosa 106 senza incontrare per chilometri anima viva, e tanto meno case. Furono eventi tragici ad accelerare il popolamento delle coste. Nel 1947, il terremoto con epicentro ad Isca; nel 1951, le devastanti piogge che causarono distruzione di borghi e campi. Vennero costruite abitazioni “popolari”, attorno alle quali sorsero altre case, altri edifici, scuole, chiese: le Marine di Caulonia, Monasterace, Guardavalle, S. Caterina, Badolato, Isca, S. Andrea, S. Sostene, Davoli, Montepaone e Montauro, Squillace; e intanto la zona turistica di Stalettì, Copanello. È la situazione dei giorni nostri. Ora lo storico lascia il posto al politologo e sociologo, e alla domanda: “Fu ben fatto?” La risposta è un no grosso quanto una montagna. I nuovi centri, detto in genere, sono stati messi assieme a caso e dal caso, senza l’ombra di un pensiero urbanistico, senza aver mai sentito nominare un Piano Regolatore (idem, quasi sempre, per un tal Bucalossi!), e, manco a dirlo, senza il benché minimo gusto estetico. Uno scempio: con tutta la pianura che c’è tra i territori costieri di Satriano, Davoli e S. Sostene, o Montepaone, potevano sorgere delle vere città, con larghe strade e piazze, con spazi e luoghi di aggregazione, invece di casacce ammucchiate, e in alcuni tratti così vicine che non ci passa un autoveicolo: alla caccia dell’ultimo metro quadro da sfruttare per rabbia canina di soldi. Certo, tutti i sindaci e le amministrazioni di tutte le Marine in tutti questi cinquant’anni meriterebbero, chi più chi meno, la fucilazione con resurrezione obbligatoria e rifucilazione ogni giorno, però alla fine non fu colpa loro e nemmeno dei loro elettori, tutti per formazione e natura impari al compito. Doveva intervenire una classe politica di più alto livello, autorevole e pensosa: ma era quella della Prima Repubblica, ominicchi peggio dei quali sono solo quelli della Seconda. E così si è persa un’occasione storica di reale progresso sociale e di uso nobile e intelligente del territorio. Fortuna che, dopo l’ubriacatura degli anni 1960-80, l’esodo al mare si è placato, e la gente sta tornando a vivere nei paesi collinari. I quali, al confronto delle moderne Marine e fatte le proporzioni dei tempi diversi, sono dei capolavori di urbanistica e architettura, con l’avvertenza che le Marine le hanno “progettate” ingegneri con laurea, e i borghi antichi dei capimastri analfabeti. Secondo voi, chi erano meglio?

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