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Data: 30/06/2005 - Anno: 11 - Numero: 2 - Pagina: 4 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

FIGURE DI QUEL Dì

Letture: 1801               AUTORE: Ulderico Nisticò (Altri articoli dell'autore)        

Un tempo neanche troppo lontano cerano, e qualche traccia ce n ancora, due figure curiose, nei nostri paesi: le monache di casa, e i diaconi selvatici. Chi erano costoro? La monaca di casa non era una vera monaca, e nemmeno stava in convento o in comunit. Si chiamava perci, nelle categorie della Chiesa, virgo in capillis, cio monaca senza tonsura, senza abiti particolari. A volte era una terziaria o domenicana o francescana o di qualche congregazione di suore regolari, ma pi spesso fu solo una zitella che si dedicava a tempo pieno alla cura delle chiese, e a tiranneggiare i nipoti negli intervalli. Non tutte le ragazze si sposavano, ma restavano escluse o quelle troppo malaticce o troppo caratteriali. La sorte di queste zitelle era per alcune profana, per altre sacra, per non poche luna e laltra cosa, per in segreto. Le monache di casa erano ufficialmente tutte illibate e irreprensibili; e, ad onor del vero e loro, molte effettivamente lo erano. Di alcune si raccontavano leggende e pettegolezzi, o si attribuiva loro un burrascoso passato. Il pi delle volte, erano solo ragazze senza occasione di sposarsi allet giusta, che allora era molto bassa. Se benestanti, avrebbero lasciato eredit ai nipoti, e questi si prodigavano per loro, assecondandone anche i capricci. Altre, per vivere, tenevano una scuola di cucito, ricamo, economia domestica: si chiamavano perci mastre, e avevano una piccola corte di discipule. Nel mito calabrese, la maestra pi celebre la Sibilla di Polsi, la discepola la giovane Maria: quando quella, essendo profetessa, sa che la fanciulla sar la Madre di Dio, la odia e cerca di impedirlo; finch, sconfitta, non si rifugia in una grotta, dove attira gli uomini. Anche questa tradizione un segno dellidea ambigua che si aveva di queste monache di casa, un po sacrestane, un po vergini, un po peccatrici, e depositarie di una sapienza che, in una donna, sempre stata temuta. E infatti in dialetto dire di una donna esta na mastra significa che astuta e corruttrice. Persino il rifiuto, volontario o forzato, della maternit e della sessualit pu parere una trasgressione della natura e della condizione femminile: la vergine pu essere consacrata a Dio come allInferno. Pi banali figure erano quelle dei sacrestani o scaccini, i quali erano solo dei salariati delle parrocchie e chiese. Le custodivano, badavano alla pulizia e al minuto mantenimento delle strutture, passavano con il bussolotto per le offerte, accompagnavano i sacerdoti, e, se erano giovani e robusti, li scortavano armati nei viaggi. Non era loro necessaria alcuna consacrazione, n pronunziavano voti, solo, almeno formalmente, erano loro richiesti un comportamento e una moralit consoni alla funzione. In tempi in cui i costumi dei maschi erano volutamente rustici, questi sacrestani erano oggetto di satira. Ma anche di invidia. La loro condizione pareva infatti privilegiata rispetto a quanti dovevano lavorare con pi sudore; e godevano anche di vantaggi, tra cui essere giudicati dal Tribunale Ecclesiastico sia nelle vertenze civili sia in quelle criminali, e di essere esentati, in parte o in toto, dal pagamento degli oneri fiscali, dellambito titolo di persona ecclesiastica, che quasi li equiparava ai sacerdoti e monaci, e li poneva sotto la protezione della Chiesa. Li chiamavano anche diaconi selvatici, o selvaggi. E fu cos che migliaia di persone cercarono di farsi investire del diaconato, e si sottraevano al potere civile, e questo cercava di difendersi e rivendicare le sue prerogative, e si scaten un contenzioso durato secoli. Quante posizioni di certe famiglie di paese, poi nobili e ricche, e magari giacobine e massoniche, hanno origine nei poco magnanimi lombi di qualche vero o falso sacrestano? Cerano poi gli eremiti, ora santi uomini, ora solo strambi e visionari, che vivevano vicino a chiesette di campagna, pregavano e aspettavano offerte dei fedeli. Nella tradizione calabrese non sono avvolti di sacralit: in dialetto, u romitu non un mistico da venerare, ma un saturnino, un asociale, che meglio se ne stia da solo. Se non altro, per, tenevano in ordine quelle belle chiesette che sacralizzavano il paesaggio, e che oggi sono malinconici ruderi.

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