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“Estinti a Casa”
Autore:Vincenzo Piperissa     Data: 30/06/2005  
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Data: 31/12/2005 - Anno: 11 - Numero: 4 - Pagina: 34 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

PEOSIE

Letture: 144               AUTORE: REDAZIONE (Altri articoli dell'autore)        

(Siamo o non siamo un popolo di navigatori di santi e di poeti?! La domanda, com’è formulata, non ammetterebbe che risposta positiva. In realtà non siamo più navigatori, perché il mondo è cambiato: aumentano soltanto i navigatori a perditempo e quelli in internet. Santi? Manco a parlarne! Stiamo diventando un bell’angolo d’inferno, nonostante abbia sede qui da noi il Vicario di Cristo e innumerevoli si sprechino gl’insegnamenti e gli ammonimenti di un esercito di predicatori. Poeti sì! Lo siamo ancora. E forse lo saremo sempre. Non per nulla siamo un popolo del Sud! E lo saremo, probabilmente, sino alla fine dei secoli.
Sono poeti anche tantissimi nostri lettori, nonché amici, ed in qualche modo collaboratori perché ci partecipano le loro composizioni poetiche, appunto. Tanto da essere piacevolmente costretti ad assegnare uno spazio aggiuntivo -rispetto all’abituale pagina tre- per dare, ove possibile, doverosa ospitalità.
Questa volta abbiamo il piacere di porgere all’attenzione dei nostri lettori i versi di sei nostri amici, e lettori anche loro, certi che si sapranno cogliere messaggi sicuramente positivi in non disprezzabili espressioni poetiche.)

RISVEGLIO NOVEMBRINO A BADOLATO

Non sorto ancora il sole Immortali Dei vollero
su spiaggia del greco mar far sortir da quelle scaglie
tuffai, festose grida di gabbiano
in bollente acqua cinguettii d’uccelli,
pietre nere vetrose (1), squittir di delfini e grilli
sottratte a bianca cava gemiti d’amor di donna
nell’eolana isola giocar di bimbi.
ove un tempo vulcano
colava. Anima mia diventò felice.

(1) ossidiana di Lipari
Giovanni Balletta

NATALE ’90

Muoiono i grandi, muoiono i piccoli… Oggi non tanto si pensa al Natale
Tutto scompare su questo pianeta! come si usava fare una volta…
E noi vaghiamo incerti nei vicoli Ognun gareggia per fare del male:
senza guardare la stella cometa. è meglio che prenda d’adesso una svolta!

Gli uomini un tempo eran più buoni, Chi ruba ed uccide lo fa per denaro,
tutti raccolti intorno al camino credendo di essere sempre più forte,
ed ascoltavan lieti quei suoni ma quando s’accorge gli costerà caro:
che le zampogne intonavan vicino. è tardi ormai… lo aspetta la morte!

Sognavano il presepe coi pastori, Bambini, è questo il vostro momento:
la neve, il freddo, il caro Bambinello andate voi tutti festanti alla grotta…
e si sentiva batter nei lor cuori Ognuno sarà più felice e contento:
un fremito di gioia: ch’era bello! spegnete per sempre la terra che scotta!

Rocco Iannone
CAMPANE A SERA
Campane a sera, come parla al cuore
la vostra voce dolce e melodiosa
nel silenzio divino del chiarore
del vespro, quasi alba radiosa.

Viene col vento dai miei monti in fiore
da una chiesa lontana, silenziosa
tra le querce, nel nitido splendore
delle nubi dal sol fatte di rosa.
Che dice? Passa lieve sulle piante
e tutte invade di malinconia
l’anime stanche di dolore affrante.

Tace ogni cosa: languida armonia
è l’Angelus ch’eleva a sfere sante
con l’umile preghiera: Ave Maria.

Francesco Servello
BADOLATO BADò E SPERANZINA

C’è un paese in cima al colle passò un giorno da Badò:
che la gente un dì lasciò: del paese senza gente
se ne andò tutta in marina si commosse e innamorò.
e più su non ritornò. Col potere intermittente
E il paese senza gente chiese aiuto alla sua gente.
sembra un vecchio monumento Agli… spifferi.
senza chiacchiere Alle… chiacchiere.
senza… regole Alle… regole.
senza rondini. Alle… rondini.

Badoò…O paese di sogno che la gente lasciò. Badò… grande accento fatato dipinse sull’ò.
Badò case senza lettini né cucine e comò. Badò… letti sedie e camini e cucine portò.
Ma nessuno ti bada, Speranzina sorridente
sei una vecchia contrada. mise insieme tanta gente.

Fata bella speranzina Badò… Badò… Badolato… Badò… Badò.
Badò… Badò… Badolato… Badò… Badò.

Raffaele Talarico

LA RUGA

PREMESSA DELL’AUTORE. La chirurgia plastica. A proposito delle continue dispute che un po’ abbondantemente ci propina la televisione in materia di chirurgia plastica, l’estro poetico mi ha ispirato la poesia che segue.
Attese le pari opportunità, attesa la parità tra i sessi e quant’altro ancora atteso a favore della donna, una cosa è certa: la Natura ha concesso un dono meraviglioso alla donna e ad essa soltanto: la capacità di procreare.
Al bando le “pupatole” e le “barby” che vediamo in televisione o per strada: seni gonfi, labbra tumefatte, fianchi ridotti, cosce sfilate! Quelle non sono donne (è tutto artificiale), non sono fidanzate (un bacio farebbe scoppiare le labbra), non sono mogli (un amplesso provocherebbe lo sbriciolamento del corpo) e, quello che è peggio, non saranno mai MAMME!
Ecco perché mi rivolgo a quelle donne che si dedicano al lavoro e poi alla famiglia e poi ancora alla casa e a loro dedico questa poesia.

A pie’ degli occhi
un esile segno del tempo,
che ricorda i rintocchi
degli anni passati,
è apparso stamani
e disperata con mani
tremanti e con morsi
di rabbia ti schermisci.
Non capisci
e non ti dai pace
e già pensi al chirurgo capace.

In quella ruga che nasce
v’è scolpita

la vita:
i figli generati e cresciuti
le angosce, le fatiche,
le ore di gioia e i minuti,
la casa, le amiche,
gli svaghi e i pensieri
di oggi e di ieri.
C’è la mamma e la sposa
che mai riposa
e che non cerca una fuga.
Donna
conserva con cura
la tua magica ruga.

Giuseppe Trimarchi

DORMI, ANGELA.
(parole e musica)

Dormi, Angela, bambina curda,
dormi serena nella culla.
Sei giunta in terra di Calabria,
non devi più temere nulla.
Se i marosi avanzeranno,
la nave non affonderanno,
se infurierà il maestrale,
non ti potrà fare alcun male.
C’è un paese che ti aspetta,
e tu vedrai quanto è bello.
La tue bambole riavrai
e a giocare tornerai.
La pace non è un’illusione,
tu stessa un giorno lo dirai,
al cuore di molte persone
con la tua voce parlerai.
(Versione dialettale andreolese)
Dorma, àngela, figghjòla curda,
dorma tranquìlla nte ’sa culla.
Mo c’arrivàsti a ra Calàbria
’on hai cchjù u ti spagni ’e nenta.
Si avànzanu i cavaddùni,
’on ponnu affundàra a navi,
e quandu s’arza u vientu ’e mara,
a tia cchjù nenta ti po’ fara.
C’è Badulàtu chi t’aspètta,
e ’su pajsi ’on è luntànu.
Dda truovi i bàmbuli cchjù belli
e pua jocàra quantu vua.
A paci ’on esta n’illusiòni,
nu juornu a tutti lu pua dira.
(Ripetere ultimo e penultimo verso)


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