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Autore:Vincenzo Squillacioti     Data: 30/12/2020  
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Data: 30/09/2006 - Anno: 12 - Numero: 3 - Pagina: 3 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

DI DUONNU PANTU

Letture: 764               AUTORE: Antonio Barbuto (Altri articoli dell'autore)        

Tra i rigattieri di Porta Portese venditori di libri, solo tre o quattro sintendono della merce che vendono.
Tra questi c Antonio Martino, di Aprigliano, che ho conosciuto grazie a unamicizia comune e quindi per il fatto immediatamente raccontatomi dellessere stato abbandonato da una ragazza di Soverato, di cui non mi dir mai il nome, nemmeno sotto tortura.
Quando mi fermo alla sua bancarella, inevitabilmente mi intrattiene su Duonnu Pantu e stupisce che anchio conosca a memoria alcuni versi e talune circostanze del poeta seicentesco.
E giusto della Raccolta delle poesie calabre con prefazione di Luigi Gallucci, Castrovillari, Tipografia di F. Patitucci, 1896, mi piace riferire ai lettori de La Radice. Libretto che conservo gelosamente insieme a pochi altri di cui varr la pena dare notizie nelle prossime puntate della rubrichetta.
Dal libretto riferir solo di quella sezione in cui sono riprodotte poesie di Duonnu Pantu per i motivi che rapidamente elencher di seguito.
In realt si chiamava Domenico Piro e visse una vita molto breve (1665-1696) e leggendaria che col passar dei secoli divenne mitica: in primis perch i suoi versi sono di una licenziosit estrema e bellissima, e soprattutto perch con lui inizia la vera e propria poesia dialettale calabrese.
Infatti fino allora i poeti dialettali calabresi si erano impegnati a tradurre in vernacolo i pi grandi poeti latini e italiani: Virgilio, Orazio, Dante, Tasso etc.
Nessuno, in Calabria, prima di Piro -osserva Giovanni Patari- aveva saputo creare, quanto e come questo prete, una lirica originale (in Per la Calabria, Guido Mauro editore, Catanzaro, 1934, pag. 128).
Non solo, ma luso del dialetto, grazie alla scelta di determinati contenuti e dellespressione realistica, diventa ideologia in quanto comporta automaticamente una sorta dintesa tra individui appartenenti agli stessi elementi etnici [...] una pi rapida intesa sul piano dei sentimenti, delle intuizioni pratiche (A. Piromalli, La Letteratura calabrese, Napoli, Guda, 1977, pag. 98).
Nel caso specifico di Duonnu Pantu, poi, la licenziosit orgiastica pu ragionevolmente essere letta come manifestazione veemente di antidogmatismo e di affermazione vitale in difesa della libert dellarte e del pensiero.
Detto questo, sospetto che qualche lettore giustamente voglia avere notizie biografiche pi ravvicinate e magari qualche citazione di quei versi che di solito si ripetono tra quelle persone appassionate di letteratura calabrese, e di quella scollacciata in particolar modo, che ben si distinguono dalla supponenza dei facili imbonitori arroganti in libera circolazione, per una loro allegra e ironica frequentazione della poesia di alta caratura.
A beneficio dellaffezionato lettore riassumer, alla maniera praticata per le voci di dizionari biografici e similia, almeno due notizie tratte dalla introduzione del Gallucci.
Si racconta che larcivescovo di quel tempo, Gennaro Sanfelice, esasperato dallinsistenza, nonostante la reiterata ammonizione, di scrivere versi licenziosi, lo mise in prigione. Che poi in una udienza accordatagli si commosse e gli permise di liberarlo. Duonnu Pantu, tornato in cella affisse un cartello sulla porta con scritto Si loca.
Larcivescovo, per tutta risposta, gli intim severo: Vi resterete Voi finch non venga il nuovo inquilino.
Dalla grata della sua cella vide alcuni ragazzi che giocavano sullo spiazzo, li chiam e insegn loro alcuni versi da recitare allarcivescovo appena fosse apparso in pubblico. Eccoli: Bonsegn Bonsegn futtete lossa/ Lu vicariu allu culu e tu alla fissa:/ Vica si nun me cacci de sta fossa/ Iu dicu chai imprenatu la Patissa.
Dopo di che, ritenutolo incorreggibile, larcivescvo lo rimand ad Aprigliano, chiedendogli, nellapprossimarsi della festa dellImmacolata, di scrivere una lode alla Beatissima Vergine.
Rileggendo il componimento finito, Duonnu Pantu saccorge che non aveva dimostrato la verginit della Madonna e non pot contenersi di non chiudere nel modo che segue: E nzinca chi campau la mamma bella/ De cazzu non provau na Tanticchiella.
E qui si pu anche finire.


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