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Autore:Vincenzo Squillacioti     Data: 30/12/2020  
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Data: 30/04/2008 - Anno: 14 - Numero: 1 - Pagina: 30 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

MIO PADRE

Letture: 774               AUTORE: Caterina Guarna (Altri articoli dell'autore)        

(Un contributo, quello che segue, che unemblematica testimonianza di quanto saldo e tenace sia talvolta lattaccamento alle proprie radici. Ed anche un esempio della solidit e della saggezza dei nostri padri, degni abitatori di questa nobile terra di Calabria.)

MIO PADRE

Voglio scrivere di mio padre, a trentanni dalla sua morte, prima che la memoria di quanti sono della sua generazione e lo hanno conosciuto si affievolisca.
Si chiamava Francesco, Ciccio per gli amici del paese, Franco per la moglie e la famiglia.
Nacque nel 1915, lanno della tragedia della prima guerra mondiale, che trascin suo padre Giuseppe nel suo vortice, come tanti altri, restituendolo poi, per sua fortuna o per intercessione della Madonna del Carmelo, come lui amava dire, ai suoi cari.
Era il secondo maschio di una famiglia numerosa, composta di un altro fratello, morto poi nella seconda guerra nel 1943, e di sei sorelle. Le condizioni economiche della famiglia, il padre essendo bottaio, dei Varihr1ari e contadino al tempo stesso, con una piccola propriet nella localit di Fangemi, non gli permisero di studiare oltre la quinta elementare, poich dovette aiutare subito il padre in bottega e anche, come spesso egli ricordava, nella costruzione della casa, in piazza Santa Barbara; eppure era, a detta del maestro Cosenza, grande educatore di generazioni di badolatesi, di intelligenza vivissima e con una spiccata predisposizione agli studi. Nei suoi ricordi pi cari che mi restano, le lettere che scrisse a mia madre negli anni in cui dovette stare lontano dalla famiglia, si notano una grafia chiara e una correttezza ortografica e sintattica che oggi farebbero invidia a molti dei nostri neolaureati.
Nella piccola bottega, allora situata nel vicolo Santa Barbara, preparava, insieme al fratello, le doghe, che poi il padre usava per fare botti e barili.
Lorizzonte del paese e quel lavoro erano per lui per troppo limitati, cos, sullesempio dello zio, Rosario De Rosi, tent con successo di entrare nella Polizia Stradale e la sua prima destinazione fu Reggio Calabria, dove condusse con s per farle studiare due delle sorelle. Lo scoppio della guerra, nel 1940, interruppe per i suoi progetti: fu inviato al fronte greco-albanese, e dei due anni trascorsi l raccontava episodi che a noi sembravano romanzeschi, ma che testimoniavano anche di rapporti amichevoli con la popolazione locale. Fu rimpatriato nel 42 in quanto, in seguito alla morte del fratello, anchegli chiamato alle armi, era rimasto lunico figlio maschio a sostegno dei genitori gi anziani. Spos mia madre nel 1943, ancora in piena guerra, e dopo un breve congedo per mettere su casa a Catanzaro, dove mia madre lavorava in Prefettura, fu subito rimandato in servizio, come milite della polizia stradale. Anche dopo la nascita dei primi due figli rimase lontano da casa per altri due anni, poich a Roma seguiva il corso per entrare nella Polizia di Stato. Le lettere che quasi quotidianamente scriveva testimoniano la sua sollecitudine e il suo affetto per la famiglia e non dimenticava mai di ricordare i genitori e le sorelle rimaste al paese, tranne lultima, Angelina, che egli aveva voluto che si trasferisse in citt, per prendere il diploma di maestra.
Tornato a casa, trov finalmente lavoro stabile nella Questura di Catanzaro, dove fu promosso via via fino allultimo grado che il suo livello di studi gli permetteva, quello di maresciallo. Nei miei ricordi di bambina e poi di adolescente, lo rivedo prodigarsi sempre per quei paesani che approdavano in citt, soprattutto negli anni amari del dopoguerra e poi del post-alluvione, per procurarsi il passaporto necessario allespatrio, al duro cammino dellemigrazione. E spesso tornava al paese per la vendemmia e le feste tradizionali, a confortare i genitori, a salutare gli amici, e non si sottraeva ai numerosi incontri con i compaesani che avevano qualcosa da chiedergli, sempre prodigo di consigli e sempre disponibile. Anche dopo che per seguire noi figli approdati in Toscana si era fatto trasferire a Firenze, il suo pensiero era sempre l, al paese natio, dove tornava appena possibile, per stare vicino alla madre e alle sorelle. Ed era alla vigilia di uno dei suoi tanti viaggi che allimprovviso la morte lo colse, a soli 63 anni.
Tornando in paese, spesso mi capitato di incontrare persone, a me sconosciute, che lo ricordavano con riconoscenza ed affetto per qualche piccolo favore ricevuto, per il suo sorriso sempre gioviale, per la sua rettitudine.
Il suo attaccamento alle radici si trasmesso ai figli, soprattutto a me, e mi ha spinto a tornare regolarmente a Badolato, e a prendervi casa: penso che sia il modo migliore per onorarne la memoria.



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