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Data: 31/12/2008 - Anno: 14 - Numero: 3 - Pagina: 6 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

VINCENZO CHIEFARI

Letture: 1932               AUTORE: Antonio Barbuto (Altri articoli dell'autore)        

dedicato a mio zio Ciccio per i suoi primi bellissimi novantanni e perch nella sua scelta, e, per me adolescente, ricca biblioteca ho letto per la prima volta Pecch non mi spusai. Vincenzo Chiefari per quelli di Soverato Superiore fu sempre u segretariu, u cavaleri e per la mia famiglia u compari Vicenzinu: tutti e tre titoli di grande rispetto e deferenza. Infatti laver conseguito il diploma di insegnante elementare e aver insegnato per due anni cede il ruolo a quello di Segretario Comunale che esercit dal 1925 fino al 1960 a Vallefiorita, a Davoli e a Satriano. Era nato il 2 novembre 1898 ed morto l11 ottobre 1973. Io dopo quella lettura adolescenziale di Pecch non mi spusai ho frequentato la produzione poetica di Chiefari di prima mano, come testimoniano le dediche affettuose con cui accompagnava ogni suo nuovo volume -credo di essere lunico a possedere tutti i suoi libretti- e gli sono sempre debitore sia per avermi aiutato a pubblicare qualche poesia su Calabria letteraria, sia in special modo per tutto quel suo darsi da fare a pubblicare un esile mannello di miei versi presso Abramo di Catanzaro, scrivendone la prefazione. Se di quei versi non mi vergogner mai abbastanza, di quella prefazione Gliene sono ancora grato e per sempre. Perch in fondo se sono diventato un homme de lettres lo devo anche a quel garbato incoraggiamento contenuto in quelle righe. E quindi alle esortazioni di poi. Quando ha deciso di congedarsi e tornarsene a Soverato Superiore, le persone giovani con cui si faceva la passeggiata sul far della sera verso a rinara erano: il sottoscritto e Antonino Corasaniti che eravamo, manco a dirlo, amici inseparabili. Devo riferire un episodio di insospettabile educazione sentimentale. Nel 1960 ci sono state le elezioni amministrative e a Soverato cerano tre liste: una di sinistra, quella della DC, e una lista cosiddetta civica. Io ho votato per la lista di sinistra, per ho cancellato due candidati per trasferire i due voti sulla lista civica dove serano presentati Vincenzo Chiefari e il mio compagno di studi Mimmolino Caminiti: da una parte il voto allo schieramento politico professato, dallaltra la fedelt alle persone dellamicizia, alla stima e devozione dellallievo al maestro. Vincenzo Chiefari fu un uomo mite, gentile che traduceva nei tratti la buona educazione della famiglia bene duna volta coniugata alla nobilt della poesia e delleducazione letteraria che professava con grande dignit e decoro. Il suo atteggiamento riservato e distaccato non stato in alcun modo una scelta sprezzante nei confronti degli altri, ma si trattato di una vocazione coltivata e perci razionale: trascorrere il suo tempo libero in conversazioni gradevoli che lo facevano stare a proprio agio e non in difficolt. Se vogliamo, si pu parlare di un attento e disarmato cultore del principio del piacere che a Soverato Superiore fino a cinquantnni fa si poteva conseguire con poco: buona tavola, letture scelte, il continuo esercizio poetico, frequentazione di qualche amico con cui sentirsi in sintonia. E non una contraddizione la sua candidatura alle elezioni di cui sopra: lui non aveva niente del politico secondo vulgata. Ha solo ceduto alle insistenze e a un grano di vanit perch in fondo si aveva bisogno -ma non solo allora- di ottime persone da eleggere allamministrazione delle sorti di una popolazione. E Chiefari era un galantuomo a ventiquattro carati. Perch tutto questo racconto? Per il semplice motivo che la sua poesia riflette fedelmente la sua concezione del mondo con tutte le sfumature e le cose visibili che intrecciano la vita dun uomo. Vincenzo Chiefari ebbe una concezione lirica della vita, cio idillica che propria -possiamo dirlo?- di chi si meraviglia di essere presente l dove la vita sfiora. O pi realisticamente incapacit di vivere pienamente, come gli altri. La disposizione idillica, scrive Croce, appunto questa: il rifuggire dalla pienezza della vita, laborrire il mare con le sue tempeste e tenersi alla terra. Non gi, beninteso, chessa riesca ad escludere del tutto quella lotta da cui rifugge [...] ma ideale di una vita nella quale la lotta e lagitazione siano ridotte al minimo [...] la fatica che fa assaporare la dolcezza del riposo, il dolore senza cui non possibile confortarsi nel superamento del male e trepidare nel ricordo; [...] un mondo, mutevole il meno possibile o il meno rapidamente. Se accettiamo questa interpretazione, allora forse ci rendiamo pienamente conto di tutte le conseguenze comportamentali (sentimentali, ideologiche) che specificano la vita di Vincenzo Chiefari che pu -e deve- essere letta come caratterizzata fortemente, se nel caso di Chiefari si pu adoperare un avverbio cos prepotente, dallindecisione (come incapacit consustanziale di assumere posizioni forti) dal mettersi sempre in un posto dal quale non si pu che sfiorare la vita, una sorta di arrivare sempre fuori tempo massimo, perdere sempre lultimo tramvai, e quindi una specie di condizione dattesa delloccasione buona che, puntualmente, si presenta ma non si hanno gli occhiali messi a fuoco nel modo giusto per vederla e quindi coglierla e goderne i frutti. Da qui scaturisce il rimpianto per le rose non colte, per le cose che avrebbero potuto essere e non sono state, di cui la poesia di Chiefari naturalmente si nutre. Nei suoi versi questo atteggiamento si traduce, ad alto livello dimpostazione e di risultati, soprattutto nei testi che esprimono la sua concezione dellamore e della donna. In tutti i luoghi che riguardano questo tema abbiamo la pi limpida traduzione del modo di essere di Chiefari. Se non fosse fuori moda -ed per questo che invece lo sottolineo- la sua concezione dellamore definibile secondo la formula ora impraticabile (ma che fu una costante della poesia in lingua e in dialetto) dellamore platonico, della lontananza, fatto di sguardi, di sogni, di esaltazioni e quindi di rimpianto, di struggimento per la fine di quella cosa o per il riconoscimento della propria incapacit a viverla completamente. Perch la concezione tipica come quella che riteniamo sottendere la poesia di Chiefari proprio quella di pensare a una realt sempre desiderata ma che non pu essere mai raggiunta e, tuttal pi, se accade per caso di sperimentare veramente quel qualche cosa che nel linguaggio comune viene chiamato rapporto amoroso, avviene che se ne esce del tutto insoddisfatto perch lui credeva che... perch era altro che lui voleva, era altra limmagine che sera fatta di lei etc. Il ricordo dellAspasia leopardiana prepotente. Ma lasciamo stare perch i rimandi sono infiniti. Siamo nella pi palmare concezione che idealizza, cio che concepisce la donna e lamore, fuori dei confini realistici e concreti. Per ragioni tiranniche di spazio non posso citare i versi, ma almeno rimando a qualche titolo che si pu controllare nel Fondo Chiefari della Biblioteca Comunale di Soverato: A fimmana, Non ti vogghhiu cchi, Caramanti, Lu sorrisu toi, Lamuri e mo e datri tempi. Provo ad accennare ad alcuni temi della poesia di Chiefari, ricordandoci delle due o tre cose dette prima a proposito della concezione della vita che profess il nostro poeta. E unaltra cosa dobbiamo tenere presente, che stiamo parlando dun poeta dialettale. E qui ci soccorre Luigi Pirandello il quale ha osservato (Saggi, poesie, scritti, vari, Mondadori, 1960, p. 1208): Una letteratura dialettale [...] fatta per restare entro i confini del dialetto. Se ne esce, potr essere gustata soltanto da coloro che di quel dato dialetto han conoscenza e conoscenza di quei particolari usi, di quei particolari costumi, in una parola di quella particolare vita che il dialetto esprime. Non solo, ma luso del dialetto rappresenta il lato pittoresco della realt: Si veda la maggior parte dei titoli di libri e poesie. E allora se noi andiamo a leggere quello che Chiefari ha scritto in poesia e in prosa, ci troviamo di fronte una gamma di contenuti che rappresentazione degli aspetti pi tipici e caratteristici di quella realt che cadeva sotto gli occhi del disincantato poeta. Nelle prose cosiddette creative scorre una vena di malinconia e i fatti sono sempre la rappresentazione di incapacit di affrontare la vita con atteggiamenti decisi, vincenti: Chiefari il cantore dei perdenti, della mitezza danimo, della gentilezza. Cantore dun amore ingenuo e platonico; del sentimento logorato dal tarlo del dubbio di riuscire completamente nellaffermazione di quella che viene chiamata vita comune quotidiana; ha sfiorato con pudore i sentimenti forti, rimanendo al di qua di ogni caratterizzazione decisa; eternamente rammaricato: rimpianto dun mondo che non esiste pi, solfa ripetitiva in ogni epoca, occorre ammettere. Nella sua poesia vi la massiccia presenza di legami e affetti per il proprio paese e le sue tradizioni e luoghi mitici: U Cummentu de Salesiani, Torna, beddizza mia, A Suvaratu, Madonna Ndolurata, Vennari Santu, Caramanti, Suvaratu Superiori. Tenue umorismo che traduce il tipico atteggiamento delluomo savio, che conosce la vita; sincero e pacato conservatorismo se mi permessa lespressione, che si spiega colla tipica concezione idillica; rimpianto del tempo antico patriarcale, sicch le storturi di oggi inducono fatalmente a un certo moralismo di maniera: u mundu e mo, a la luna, a libert; nota malinconica, contenuta e struggente: A sirinata, Gnura; la giovinezza vista in una cornice di affetti e sentimenti non ripetibile; i sussulti del cuore in uno sfondo incantato di meraviglia. Per quanto riguarda le strutture formali, Chiefari possiede una sua lingua che nonostante la vena colta (frutto della sua educazione letteraria) facilmente rintracciabile, ha un sapore squisitamente efficace nellandamento narrativo e nelle dicotomie del dialogo. Il suo tono popolaresco e dimesso conosce tutti i segreti e la duttilit del piano e suggestivo dialetto soveratano (o soveratese come si voglia). Si tratta, in ogni caso, di uno stile originale, arguto, di un lirismo schietto che formalizza situazioni e circostanze. Questo tentativo di ritratto deve essere necessariamente completato da alcune informazioni al fine di avere le coordinate essenziali che possano raggiungere anche coloro che per le pi varie ragioni ignorano lordito di fatti che hanno accompagnato il nostro poeta nellordine naturale delle cose strettamente legate alla sua attivit e al suo riconoscimento extra moenia. Perch nonostante il carattere particolarmente riservato, senza clamori e senza autopromozioni spudorate, la sua poesia arrivata in luoghi e persone lontane per la sua unica forza: la bellezza. C da sottolineare una cosa, soprattutto per i giovani lettori de La Radice che per ragioni anagrafiche non possono nemmeno immaginare: la vita culturale dei tempi in cui visse e oper Chiefari lontana anni luce rispetto alle possibilit di comunicazione attuali. Se, ai tempi, non si produceva autentica merce non si poteva sperare nel riconoscimento fuori delle mura di casa, e i rapporti si stabilivano entre confrres stabili e incrollabili. Oggi tutti possono assistere a spettacoli di reti nazionali e paesane di volgarit e mancanza di pudore senza limiti. Tutti sono: scrittori e giornalisti, scrittori e cantanti, scrittori e storici, scrittori e attori. Basta, mi posso fermare e tornare a quelle poche ma sostanziose circostanze che hanno illuminato la vita e larte di Chiefari. Fu redattore di riviste letterarie, regionali e nazionali, ebbe molte benemerenze e riconoscimenti e fu socio di Accademie Nazionali e Internazionali. Ispettore onorario alle Antichit e Belle Arti, svolse una vasta attivit giornalistica soprattutto letteraria. Ebbe rapporti costanti e onorevoli con esponenti della cultura calabrese soprattutto. Vincitore di molti premi di poesia, compreso nelle pi autorevoli antologie di poesia dialettale calabrese e nazionale ed citato molto favorevolmente nelle storie letterarie calabresi. Desidero finire con un piccolo omaggio di affetto: anni fa qualche ora prima che partissi per Soverato mi ha telefonato un amico poeta calabrese, Dante Maffia, ma che abita a Roma da tanti anni ed assai noto a livello nazionale e internazionale, e non ricordo precisamente per quale ragione ho nominato Chiefari. Di rimando lui: chi, lautore di Pecch non mi spusai? Pensa, continu, fu il primo libretto di poesia dialettale che ho letto quando ero ancora ragazzo, e fu proprio il poemetto di Chiefari che mi spinse a coltivare anche in proprio la poesia dialettale. Si prenda questo postumo omaggio lamato poeta Chiefari, con tutto laffetto e lammirazione duna vita e il ringraziamento per averci dato autentica e nobile poesia. Mi sia permesso ricordare almeno qualche titolo: Spiddussi (1928), Armatiti (1932), U Cantaturi (1934), Risi e chianti de nu strampalatu (1938), Canta ca ti passa (1948), Pecch non mi spusai (1951), Passu cantando (1955), Cantu cancora pozzu (1958), Juriceddi di Turriti (1962), Storturi (1964).

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