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NON C’È PIÙ IL TUO PAESE
Autore:     Data: 30/12/2020  
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Data: 30/04/2021 - Anno: 27 - Numero: 1 - Pagina: 27 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

A DISTANZA DI QUASI OTTANT’ANNI…

Letture: 178               AUTORE: Mico Cristofaro (Altri articoli dell'autore)        

Poco tempo addietro, mentre stavo seduto nella sala d’attesa del dottore aspettando il mio turno,
accanto a me venne a sedersi un vecchio conoscente e ci siamo messi a chiacchierare, raccontandoci,
come spesso capita tra gli anziani, gli avvenimenti degli anni passati. Ad un certo momento questo mio
amico mi chiese se mi ricordavo di una gravissima disgrazia che aveva patito la mia famiglia e mi disse
che lui la ricordava bene perché é di cinque o sei anni piú vecchio di me.
Dopo circa una settimana incontro per la strada un altro conoscente con il quale ci mettiamo a parlare,
come si suol dire, del piú e del meno. Ad un certo punto anche lui mi rammenta di quella disgrazia
e mi specifica pure che mio padre non era presente perché stava a fare il militare.
Dopo un po’ di giorni vado a fare visita ad una mia cugina che sta male e ad un certo punto anche lei
mi rammenta di quell’avvenimento.
Il fatto che delle persone che all’epoca non avevano piú di sei o sette anni, dopo circa ottant’anni
ancora se ne ricordano, fa pensare al grande clamore che ha potuto suscitare quella disgrazia.
Ecco cosa era capitato. Eravamo nell’anno 1942. La mia famiglia era composta da mio padre, mia
madre e tre figli di cui il piú grande, Giuseppe, classe 1936, poi io, classe 1938 e il piú piccolo, Pietro,
classe 1940. Quando scoppió la guerra mio padre fu richiamato perché bisognava servire la patria. Cosí
mia madre rimase sola con tre bambini da accudire e sfamare con quel poco che riusciva a procurarsi
continuando a coltivare i terreni a mezzadria che avevano quando era a casa mio padre. Naturalmente,
per poter fare tutti i lavori, si faceva aiutare da parenti e amici.
Purtroppo peró, malgrado tutto il lavoro necessario per produrre quel poco di grano che consisteva
nella metá del raccolto, poiché l’altra metá era del padrone della terra, si rischiava di non poterlo utilizzare,
perché bisognava consegnarlo al cosiddetto “ammasso”. E quindi, per evitare che, se facessero
qualche controllo, glielo potessero confiscare, mia madre pensó di nasconderlo nel “saccone” (il materasso
del letto normalmente riempito con le foglie delle pannocchie del granturco), perché -si dicevache
i controllori il letto non potevano toccarlo.
E cosí almeno riuscivamo ad avere il pane, anche se con molta difficoltá, perché i mulini erano
controllati. Raccontava mia madre che una volta mio padre, che era venuto in licenza, prese un tomolo1
di quel grano sulle spalle e, di notte, andó nella montagna di San Sostene perché lí c’era un mulino che
difficilmente poteva essere controllato, tanto era lontano e sperduto nei boschi.
La disgrazia che sto per raccontare capitò nel mentre si faceva il bucato come era uso fare a quei
tempi. Credo perció sia necessario raccontarne il procedimento.
Innanzitutto bisogna sapere che quando si lavavano i panni erano veramente sporchi!
Il primo lavaggio era il cosiddetto “assammarare”: bisognava andare alla fiumara, trovare una bella
pietra abbastanza grande dove, col sapone fatto in casa, si potevano insaponare i panni sbattendoli poi fortemente
su quella pietra. In determinati punti di quelle fiumare, sia d’estate che d’inverno, c’erano delle file
di donne con mani e piedi nell’acqua fredda, che a quei tempi gli inverni erano molto piú rigidi di adesso.
Naturalmente in quegli anni, e fino alla fine degli anni quaranta del secolo scorso, non c’erano né stivali
di gomma né guanti, e le donne non usavano ancora i pantaloni. Dopo l’“assammaramento” i panni si portavano
a casa o in qualche localetto dove si poteva accendere un fuoco per mettere una caldaia e far bollire
la cenere. Mentre in una specie di giara in terracotta a forma di tronco di cono si “ncofinavano” i panni
avendo cura di mettere sotto i colorati e sopra quelli bianchi. Quando l’acqua con la cenere andava in ebollizione
si prendeva con un recipiente e si versava poco alla volta sopra i panni. Spesso si lasciavano fino
al giorno dopo e poi venivano “scofinati” e riportati al fiume per essere risciacquati e stesi ad asciugare.
Quella volta mia madre aveva fatto il bucato alla sorella che non stava bene e, fatto il primo ciclo al
fiume, la sera era passata al secondo, cioé alla bollitura dell’acqua con la cenere. Per fare ció era andata a
casa dei genitori, che lí c’era tutta la comoditá perché a pochi metri dalla casa avevano un bel baraccone abbastanza grande, dove c’era un bel focolare che, tra le altre cose, veniva anche utilizzato proprio per
bollire la cenere del bucato.
All’ingresso si doveva scendere un gradino perché il pavimento era piú basso rispetto al piano della
strada, e subito sulla destra era il focolare.
Quella sera eravamo tutti lí dentro. Mio nonno attizzava il fuoco, mia mamma stava seduta al gradino
della porta col mio fratellino di 14 mesi che giocava battendo le mani alla porta, mentre io e mio
fratello piú grande stavamo seguendo mia nonna che stava per uscire nel giardino.
In quell’istante sentimmo l’urlo di mio nonno che gridó: “Cada ’a cardara! Cada ’a cardara!!!”.
Nemmeno il tempo di renderci conto, e tutto il locale era invaso dal vapore dell’acqua e della cenere
bollente. A me e a mio fratello piú grande ci salvó il fatto che stavamo seguendo la nonna. Mio fratello
peró, che stava un po’ piú in dietro di me, ebbe una bella scottatura ad un piede.
Mia madre invece, che era vicinissima, non avendo il tempo di alzarsi, d’istinto cercó di salvare il
figlioletto, prendendolo e sollevandolo il piú possibile, ma il vapore bollente lo invase tutto. L’istinto
materno di salvare la sua creatura non fu peró sufficiente perché il bambino, dopo una notte travagliata
in cui ogni momento chiamava la mamma dicendo: “Ma mbu” (che significava che voleva bere), purtroppo
al mattino morí. Si può immaginate lo strazio di mia madre e di tutti i parenti e gli amici.
Mia madre non poté nemmeno andarsene a casa sua perché aveva scottate tutte e due le gambe fino
al ginocchio, e pure una mano fino alla metá del braccio, con bruciature che furono diagnosticate come
di terzo grado. Dovette quindi rimanere a casa dei nonni, cosí come pure io e mio fratello.
La casa dei nonni, come quasi tutte le altre case del paese, non era fornita né di luce elettrica né di
acqua corrente. Eppure mia madre fu curata in quelle condizioni. Ancora oggi non posso non ricordare il
medico che, malgrado le condizioni di disagio facilmente immaginabili, riuscí a guarirla abbastanza bene.
Questo giovanissimo medico si chiamava Vittorio Ziparo ed era figlio del farmacista di Davoli e in quel
periodo ricopriva pure la carica di podestá. Ricordo ancora nitidamente quando arrivava il dottore con la
sua valigetta piena di pinzette e forbici e mentre mia madre urlava per il dolore, lui, con molta professionalitá
ma anche con umiltá, continuava il suo lavoro. Ricordo mia nonna che stava pronta con la bacinella
dell’acqua, il sapone e la tovaglietta pulita di bucato perché il dottore si lavasse le mani quando finiva.
Non so se, per tutto il lavoro che fece, il dottore si sia pagato. Penso proprio di no, e così forse neanche
il farmacista suo padre per tutte le medicine che gli ha potuto fornire.
Un’altra disgrazia, che poteva essere anche piú triste, capitó a mio padre.
Come giá detto, mio padre stava facendo il militare e dopo quello che era capitato a mia madre, gli fu
data una licenza per motivi di famiglia, anche se non sapeva niente di ció che era capitato alla moglie e
al figlio. Partí immediatamente e arrivó in tarda serata alla stazione di Catanzaro Lido. A quell’ora però
non c’erano più treni per proseguire verso Soverato se non prima delle tre e mezza o quattro del mattino.
A questo punto pensó di proseguire a piedi. Arrivato alla Roccelletta di Borgia, vide una bettola aperta e
pensó di entrare per rifocillarsi un po’ prima di proseguire verso Soverato. Prese qualcosa di quello che
c’era e un quarto di vino. Nel frattempo accanto a lui si mise un’altra persona che stava in quel locale, ordinó
del vino e, dopo averlo bevuto, se ne andó senza pagare. Mio padre come finí chiese il conto di quel
po’ di roba che aveva consumato ma l’oste gli mise in conto anche quello che aveva consumato l’altro.
Allora mio padre reclamó e disse: “Ma io che c’entro con lui?” e l’oste: “Stava accanto a te”. A questo
punto mio padre, senza continuare a discutere, pagó quello che aveva preso e se ne andó. Ma appena fu
per uscire, dall’esterno gli arrivó una bastonata. D’istinto cercó di evitarla ma fu lo stesso colpito alla
fronte. Non gli rimase altra scelta che scappare in quegli uliveti, ma il balordo continuava a seguirlo col
bastone in mano; cercó quindi di nascondersi dietro il tronco di una pianta di ulivo. Quello cercó di colpirlo,
mio padre si scansó e il bastone colpí il tronco dell’albero e scivoló verso terra. Fulmineamente mio
padre glielo schiacció col piede, tenendolo fermo giusto il tempo per prendere il coltellino a serramanico
che aveva in tasca che gli caló sul viso con tutta la forza e la rabbia che aveva in corpo, e poi continuó a
scappare. Dopo un po’ si giró per accertarsi se fosse inseguito ma per fortuna non c’era nessuno. Evidentemente
il colpo che gli aveva inferto gli aveva procurato qualche ferita non di poco conto.
Intanto dalla ferita che aveva alla fronte, provocata dalla bastonata ricevuta, continuava a perdere
sangue. Allora, per poterla in qualche modo tamponare, che altrimenti rischiava di dissanguarsi, pensó
di togliersi la camicia, tagliare delle strisce e fasciarsela il piú stretto possibile. Dopodiché si rimise in
cammino verso Soverato prestando orecchio a qualsiasi rumore perché aveva paura che il balordo avesse
potuto procurarsi degli amici ed inseguirlo per vendicarsi. Perció sperava di poter arrivare a Soverato
perché lì abitava suo fratello e cosí si sentiva protetto.
Camminó quasi tutta la notte, spesso prendendo dei viottoli che lui conosceva bene perché aveva
lavorato alla costruzione della S.S. 106: se l’avessero inseguito non lo avrebbero trovato facilmente.
Finalmente, quando cominció ad albeggiare, arrivó a Soverato. Andó subito a casa del fratello, sorpreso
e dispiaciuto di vedere il fratello in quelle condizioni, stanco e lacero, tutto pieno di sangue, con la testa
fasciata alla meno peggio. Lui peró, ormai vicino al fratello, si sentiva al sicuro.
Cosí, pulitosi del sangue, indossata una camicia pulita e rifocillatosi, insieme al fratello riprese il
viaggio per Davoli che da Soverato dista circa 10 chilometri. Ovviamente a piedi! Durante il tragitto
mio padre naturalmente chiedeva delucidazioni riguardo la sua famiglia, ma il fratello gli dava sempre
risposte vaghe. Quando arrivarono all’ingresso del paese mio padre si stava dirigendo verso casa sua
ma il fratello gli disse: “No, non qui. Tua moglie non è qui perché è dai suoi genitori.” A questo punto
mio padre capí che la situazione era molto piú grave di quanto lui pensasse. Difatti, arrivato a casa dei
suoceri, trovó la moglie in quelle condizioni, mentre il figlioletto lo avevano giá seppellito.
Negli anni, a chi gli domandava cosa aveva alla fronte, diceva che era stato colpito dal finestrino del
treno, perché temeva che spargendosi la voce potesse magari arrivare all’orecchio di quel balordo che
avrebbe cercato di vendicarsi.
Quando ho sentito raccontare per la prima volta quello che era capitato a mio padre avevo 12 o
13 anni, cosí mi sono pure spiegato il perché teneva come una reliquia quel coltellino col manico
bianco, senza il quale sarebbe potuto soccombere e magari lasciarci anche la pelle per mano di uno
che probabilmente aveva come unico motivo di rubargli lo zainetto sperando di trovare qualcosa.
Se malauguratamente fosse andata cosí, si sarebbe aggiunto ad un grave disastro un disastro ancora
piú grave.

1 Misura di capacitá di origine araba in uso nel mezzogiorno corrispondente a circa 45 litri





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