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Autore:     Data: 30/12/2020  
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Data: 30/12/2020 - Anno: 26 - Numero: 2 - Pagina: 10 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

INVECCHIAMENTO E VETERNUS

Letture: 161               AUTORE: Ulderico Nisticò (Altri articoli dell'autore)        

I numeri dicono che l’Italia è un paese con moltissimi anziani –tra cui chi scrive– e sempre meno
nascite. Un tempo la cosa, per noi Meridionali, era nozione sociologica teorica; dal 2013, per statistiche
ufficiali, il numero dei morti supera i nati. La cosa dunque ci riguarda di prossimità, anche a Sud. Ma non
è solo un fatto di tempo.
Cicerone, che alla tarda vecchiaia non giunse perché lo uccisero prima, aveva scritto un “Cato Maior,
de senectute”, dimostrando che gradiva “un giovane in cui ci sia qualcosa di senile, e un vecchio in cui ci
sia qualcosa di giovanile”; ed elencò, con Catone, altri vecchi ancora attivi, come Fabio Rulliano e Appio
Claudio…
E confutò l’antico detto di Terenzio Afro, che “la vecchiaia è un morbo per sé”; e che la depressione
sia necessariamente un “veternus”, cioè atteggiamento psicologico dell’età avanzata. Non lo era nemmeno
per gli antichi, se Catullo, che era giovanissimo, e forse ne morì, la chiama “torpore che penetra dentro e
toglie dall’animo ogni vitalità”.
Ed è indubbio che l’età possa essere un fattore di… invecchiamento: mi si passi la crudele battuta. Ma
anche gli Spartani avevano una “gerousia” e i Romani un “senatus”, che, almeno in origine, significano
consigli degli anziani, ritenuti saggi, e dunque ancora perfettamente lucidi di mente, e animati da voglia
di fare.
Se oggi i nostri agglomerati urbani, anche in Calabria, sono stanchi e inerti, non è per l’aritmetica della
quantità di anziani e la crescente durata della loro esistenza, giacché i giovani, ahimè, sono vecchi anche
loro, forse più vecchi ancora dei loro nonni.
Bisogna allora ricorrere alla filosofia, e al filosofo meno astratto che ci sia mai stato: Giovan Battista
Vico (1668-1744), il quale legge la storia “secondo le modificazioni della mente umana”; quindi non dice,
banalmente, che la storia si ripete, ma che il mondo viene interpretato secondo la capacità di un popolo di
comprenderlo e governarlo.
Nella prima età, “degli dei”, gli uomini hanno la mente immersa nel corpo, e le loro azioni e reazioni
sono corporali e “im-mediate”, cioè senza lenta riflessione. Nulla sapendo spiegarsi, attribuiscono tutto a
delle divinità, di cui hanno terrore.
Nella seconda, “degli eroi”, alcuni uomini (attenti, alcuni uomini!) iniziano un processo di autonomia
dell’anima, che genera la fantasia, cioè un mondo in cui divinità ed eroi interagiscono, come avviene nei
miti; gli eroi dominano con la forza, e, per mantenere il dominio, compiono gesta di ferocia, orgoglio,
superbia, creatività e generosità assieme. Essi costituiscono le Nazioni. Nel loro tempo, nasce la poesia, ed
essi stessi, gli eroi, sono “naturalmente poeti”, e parlano con un linguaggio fatto di immagini corporee, e
di pochissime parole.
Nella terza, “degli uomini”, l’anima si snoda sempre di più dal corpo, e raggiunge il massimo
dell’astrazione, con la ragione. Viene meno l’orgoglio, e invale l’uguaglianza di tutto e di tutti nell’unico
modo possibile, in basso. Le nazioni smarriscono la loro identità anche religiosa e linguistica. La poesia
diviene razionalistica e scialba. Le parole smarriscono il senso, e divengono il contrario della loro funzione:
soggettive e arbitrarie.
Per chi non lo avesse capito, ma gli intelligenti lettori, cioè tutti, lo capiscono, noi siamo in questa terza
età, e perciò privi di fantasia, di creatività, di passioni; e, anche grazie ad un evidente progresso materiale
(con tutti i suoi limiti, mille volte superiore a ogni passato per altri versi mille volte più glorioso, tipo Atene
e Roma e Firenze), agli uomini non resta che la noia, cioè la prevedibilità dell’avvenire, che li esenta da
ogni timore, anche dal timor di Dio, e da ogni dovere.
Prima di arrivare a tale comoda desolazione, ci sono stati resti di età eroiche: patriottismo, nazionalismo,
lotta di classe, passione e faziosità politiche, e amori difficili. Oggi, nemmeno quei relitti di eroismo: la
religione è ridotta a un fatto personale e vago umanitarismo senza metafisica; gli amori sono razionalizzati e
perciò freddi; la lingua è povera e piatta, e con essa la letteratura e le arti; le classi sociali non si distinguono
più; i partiti… i cittadini non si curano delle prossime elezioni, figuratevi della rivoluzione o della reazione.
Ecco dunque un invecchiamento che non dipende dall’anagrafe; e che sfiora e colpisce tutte le età,
anche quelle più tenere. I giovani crescono senza favole, e tanto meno miti; i loro amori sono pacati,temporanei, misurati; e c’è chi denunzia anche il morbo dell’anafrodisia, dovuta al sesso parlato molto e
praticato scarso.
Che si può fare? La speranza del Vico, che la Provvidenza immanente susciti un’invasione di Nazione
barbara dell’età eroica, come accadde ai Romani, non trova riscontro nella realtà del XXI secolo. Il
lettore intelligente mi capisca senza costringermi ad entrare nei particolari della storia passata e cronaca
contemporanea.
In mancanza di barbari vivi stranieri, potrebbe aiutarci un poco di sana barbarie morale, che ci restituisca
le perdute energie e voglie e passioni e desiderio di vita. Potrebbe essere il compito della poesia, del teatro,
del cinema, della musica…
Alla fine, ci serve un po’ di creativa follia, unico rimedio del morbo non dell’età, ma della ragione e
della noia.



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