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Autore:Vincenzo Squillacioti     Data: 30/04/2019  
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Data: 30/06/2022 - Anno: 28 - Numero: 1 - Pagina: 9 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

I TRE PARLAMENTARI BADOLATESI

Letture: 291               AUTORE: Pietro Cossari (Altri articoli dell'autore)        

Il 18 febbraio 1861 si riunì a Torino il primo Parlamento dell’Italia unita nata con la Seconda
Guerra d’indipendenza, la spedizione dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi e le annessioni
sancite dai plebisciti. In quella seduta fu approvata la legge istitutiva del Regno d’Italia, promulgata
poi il 17 marzo dello stesso anno.
Iniziava allora ufficialmente non la prima ma l’ottava legislatura per marcare la continuità con
il regno sabaudo e lo Statuto Albertino che era stato emanato il 4 marzo 1848 divenne così la Carta
Fondamentale del nascente Stato Italiano.
La Costituzione ottriata da Carlo Alberto prevedeva un sistema bicamerale composto da un
Senato vitalizio di nomina regia e da una Camera dei Deputati eletta a suffragio censitario maschile
che riconosceva il diritto di voto soltanto a quanti detenessero un certo livello di ricchezza, avessero
un’età superiore ai venticinque anni e fossero in grado di leggere e di scrivere.
Di conseguenza, gli eletti furono gli appartenenti alla nobiltà (duchi, marchesi, conti, baroni),
alla borghesia (medici, ingegneri, avvocati) e ad altre categorie sociali (latifondisti, cavalieri,
giornalisti) tranne a quelle popolari. Per siffatte ragioni,
a rappresentare in Parlamento i propri territori, si
avvicendarono tali personalità, molte note, altre no.
Due persone elette nel Parlamento Regio erano di
Badolato ed appartenevano alla casata dei baroni Paparo.
Un’altra persona, anch’essa di Badolato, fu eletta invece,
nel Parlamento della Repubblica.
1) Il primo parlamentare badolatese fu Vincenzo Paparo
barone di Sant’Attanasio, nato nel 1804 e morto il 9
agosto 1882. Fu eletto deputato nel collegio di Serra San
Bruno per la IX legislatura (dal 18 novembre 1865 al 13
febbraio 1867) del Regno d’Italia con il sistema maggioritario
uninominale a doppio turno istituito nel 1848 e che
rimase in vigore fino al 1880.
Le elezioni politiche italiane del 1865 si svolsero il 22
ottobre (1º turno) e il 29 ottobre (ballottaggio). Il collegio
di Serra San Bruno era composto da quattro sezioni ed
aveva 682 elettori iscritti. I votanti al primo turno furono
377. II barone Vincenzo Paparo ottenne 172 voti; l’avvocato
Patrizio Corapi 72; Paolo Paternostro 58; Felice
Assanti-Pepe 41; i voti dispersi furono 33 e i nulli 2.
Nessuno dei candidati ottenne però il numero di voti
previsto dalla legge e fu quindi decisivo il secondo turno. A
questo si presentarono 388 elettori e il barone Vincenzo Paparo ebbe 226 voti contro i 155 dell’avvocato
Patrizio Corapi. L’elezione di Vincenzo Paparo fu poi convalidata dalla Camera dei Deputati nella
seduta pomeridiana del 4 dicembre 1865.
Della sua attività parlamentare si hanno notizie alquanto scarne ma si sa per certo che avrebbe
«sostenuto doversi svolgere in maniera gratuita il compito di parlamentare, senza remunerazione
e senza privilegi». Diverse volte pare sia intervenuto con interrogazioni e petizioni per perorare la
causa degli operai dello stabilimento di Mongiana preoccupati per il loro futuro. Inoltre, nella seduta
del 19 giugno 1866 sottoscrisse un emendamento per chiedere la soppressione delle corporazioni
religiose che così recitava: I deputati sottoscritti hanno proposto quest’emendamento all’articolo
38: «Il quarto della rendita netta proveniente dalla conversione de’ beni delle corporazioni religiose
soppresse colla presente legge, e con altre anteriori, o proveniente dalla censuazione degli stessi beni
sarà consegnato a’ comuni ne’ quali erano poste le rispettive case religiose, per essere impiegato,
sotto pena di decadenza, a favore del fondo per il culto, in opere di pubblica utilità e specialmente
nella pubblica istruzione. Sulla rendita netta, concessa come sopra, graverà proporzionatamente il
quarto della spesa totale per le pensioni accordate a’ membri delle corporazioni stesse, ricadendo
a benefizio di essi comuni, la cessione progressiva di dette pensioni».
2) Il secondo parlamentare badolatese, Raffaele Paparo, nipote del citato Vincenzo, fu eletto
deputato della XXIII legislatura del Regno d’Italia nel collegio di Caulonia il 23 gennaio 1910 in
seguito alla morte dell’onorevole Francesco Maria Pellicano. Nato il 1° gennaio 1872 a Badolato
ed ivi deceduto il 30 novembre 1950, oltre al titolo di barone si fregiò di quello di “medico delle
ferrovie” giacché essendo medico chirurgo esercitò tale professione in qualità di medico legale
presso le Ferrovie dello Stato.
In seguito, sempre nel collegio di Caulonia, dove si era candidato nella lista del Partito Liberale,
fu rieletto alla Camera dei Deputati nelle elezioni politiche del 1913 svoltesi con il tradizionale
sistema uninominale a doppio turno. Il 1° turno il 26 ottobre e il secondo (ballottaggio) il 2
novembre. La novità di quell’anno fu che per la prima volta, per come era stato previsto dalla
legge elettorale del 25 maggio 1912, le elezioni furono a suffragio universale maschile e diedero il
via alla XXIV legislatura del Regno d’Italia segnata dalla strepitosa vittoria dell’Unione Liberale e
che in virtù del Patto Gentiloni, ovvero, dell’alleanza tra i liberali di Giovanni Giolitti e l’Unione
Elettorale Cattolica Italiana guidata dal conte Vincenzo Ottorino Gentiloni, ottenne in quella
tornata il 47,62 % dei voti con 270 seggi su 508.
Alle successive elezioni politiche svoltesi il 16 novembre 1919 per la prima volta con il
sistema elettorale proporzionale stabilito dalla legge n. 1401 del 15 agosto 1919, il barone Raffaele
Paparo si presentò nel collegio di Catanzaro come candidato nella lista “Blocco di concentrazione
democratica” che era parte del Partito Democratico, una coalizione di 41 liste con diverse
denominazioni e conosciuta anche come Partito Democratico Sociale Italiano, o più semplicemente,
Democrazia Sociale. La coalizione ottenne il 10,9% dei voti con 60 seggi alla Camera dei Deputati
e Raffaele Paparo in quella legislatura, la XXV del Regno d’Italia, ricoprì la carica di segretario
dell’Ufficio di Presidenza dal 1° luglio 1920 al 7 aprile 1921.
Nel corso della sua attività parlamentare rivolse numerose interpellanze e interrogazioni ai vari
governi succedutisi in quelle tre legislature, in particolare: il 3 luglio 1910 sui disegni di legge
per le ferrovie di Basilicata e Calabria; il 23 febbraio 1912 per chiedere chiarimenti al ministro
delle Finanze sull’accertamento dei danni causati dal terremoto del 28 dicembre 1908; il 22 e il 24
maggio 1912 sull’indennità di disagiata residenza ai ferrovieri; il 30 giugno 1914 sulla sistemazione
idraulica del torrente Allaro; il 1° marzo e il 19 agosto 1919 al ministro dei Lavori Pubblici sui
lavori del tronco ferroviario Gioiosa – Gioia Tauro; il 24 giugno 1920 e 2 agosto 1920 al ministro
dei Lavori Pubblici per chiedere il completamento della strada Guardavalle – Chiaravalle; il 27
luglio 1920 e 2 agosto 1920 al presidente del Consiglio dei Ministri e al ministro dell’Interno,
per conoscere la verità sui dolorosi fatti d’Isca sullo Ionio ottenendo l’otto agosto di quell’anno,
la risposta dal sottosegretario di Stato Camillo Corradini: dell’avvenimento, poco noto, tratteremo
probabilmente un’altra volta.
Molto significativa fu l’interrogazione rivolta il 22 novembre 1920, al ministro delle Poste per
chiedere il prolungamento dell’impianto telefonico da Catanzaro a Serra San Bruno: «Il sottoscritto
chiede d’interrogare il ministro delle Poste e dei Telegrafi, per conoscere se non creda opportuno
e necessario (accogliendo il voto della Camera di commercio di Catanzaro) di far prolungare
Segue da pag. 9

La Radice” - Anno XXVIII - N. 1 - 30.06.2022 11
l’impianto telefonico, in corso di lavori di Chiaravalle
Centrale, fino a Serra San Bruno, essendo questa cittadina
centro di grande importanza industriale e commerciale».
Il 16 marzo 1921 presentò un emendamento sui provvedimenti
per il frazionamento del latifondo per chiedere
al Governo di favorire il collegamento viario tra i versanti
ionico e tirrenico della Calabria: «Sono costretto a mantenere
il mio emendamento, perché è necessario riparare a
un’omissione commessa nella legge del 25 giugno 1906 e
per riparare ad una vera ingiustizia verso quelle regioni del
litorale Ionico e Tirrenico che vedrebbero con questa strada
enormemente agevolati i loro scambi. L’importanza di
questa strada è stata prevista dalla legge 29 giugno 1881,
n. 333 ma nella legge del 1906 la strada non è stata inclusa
ed è per questa mancanza gravissima che l’Amministrazione
Provinciale di Catanzaro e i comuni interessati hanno
sempre fatto vive premure presso il Governo. Io non voglio
tediare la Camera più oltre sull’argomento; qui si tratta di
fare una strada non comunale, ma provinciale, con un percorso
lunghissimo, la cui importanza è stata riconosciuta
anche dal Genio Civile, che in uno studio di massima ha espresso il suo parere sull’opportunità e
necessità di questo collegamento tra i due litorali. Bisogna notare che non esiste e non fu prevista
altra strada per le comunicazioni dei paesi del versante Jonio, all’infuori della Nazionale numero
66, che rappresenta la strada di valico sia col tronco da Soverato a Montecucco ed indi nel tronco
alla stazione ferroviaria di Angitola ed a Pizzo o coll’altro tronco in provincia di Reggio Calabria
da Stilo Monasterace - Serra San Bruno. La strada provinciale n. 89 in parola è necessaria a
completare la rete stradale della provincia e permetterà lo sfruttamento di tutta la zona montuosa
dei territori d’Isca - Sant’Andrea - Badolato - Santa Caterina Jonica - Spadola - Brognaturo, che
rappresentano grandi riserve di legname di ogni genere, che non si possono convenientemente
sfruttare per mancanza di viabilità. Perciò non comprendo perché nel momento in cui facciamo
una legge che ha il solo scopo di rendere più spedita la risoluzione del problema stradale in Calabria,
si debba escludere questa strada la cui importanza e la cui necessità oltre che dal parere del
Genio Civile e dell’Ufficio Tecnico Provinciale, è riconosciuta, attraverso le ripetute deliberazioni
dell’Amministrazione Provinciale e dei numerosi Comuni interessati. Per queste ragioni mantengo
il mio emendamento e desidero che sia posto in votazione».
Nel giorno della sua scomparsa avvenuta giovedì 30 novembre 1950, fu commemorato alla
Camera dei Deputati dall’avvocato Domenico Larussa, noto esponente della Democrazia Cristiana
di Catanzaro.
3) Il terzo parlamentare badolatese fu l’avvocato Luigi Tropeano nato a Badolato il 1° maggio
1920 e deceduto a Catanzaro il 3 aprile 1987.
Dal padre, che nel 1902 era stato tra i fondatori del Partito Socialista Italiano a Badolato,
ereditò la passione per la politica e nel 1943 si iscrisse al Partito Comunista Italiano entrando
l’anno seguente nel Comitato Provinciale di Liberazione e per rivestire la carica di segretario della
federazione di Catanzaro.
Sempre per il PCI, fu sindaco del Comune di Badolato. Difatti, in seguito alle prime elezioni
amministrative del dopoguerra, svoltesi domenica 7 aprile 1946, il consiglio comunale nella seduta
di giovedì 25 aprile di quell’anno, lo elesse sindaco con 17 voti su 18 consiglieri presenti.
Nel 1946 fu anche candidato nelle liste del PCI per l’Assemblea Costituente. Dal 1950 al
1954 fu segretario della Camera Confederale Provinciale del Lavoro di Catanzaro. Fu consigliere
provinciale e capogruppo comunista nel Consiglio Provinciale di Catanzaro dal 1952 al 1964 e dal
1954 al 1958 ebbe l’incarico di ispettore regionale degli Enti Locali per il PCI. Dal 1958 al 1961 fu
nuovamente segretario della Federazione Comunista di Catanzaro e poi, capogruppo nel Consiglio
Comunale del capoluogo di regione.
Fu eletto al Senato della Repubblica per ben quattro volte di seguito, nella V, VI, VII e VIII
legislatura repubblicana nelle liste del Partito Comunista Italiano, la prima volta fu nelle elezioni
politiche del 19 e 20 maggio 1968 venendo poi confermato a quelle del 7 e 8 maggio 1972, del 20
e 21 giugno 1976 e del 3 e 4 giugno 1979.
Nel corso dei suoi quattro mandati, il senatore Tropeano ricoprì diversi incarichi e uffici, infatti,
fu membro della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari; della commissione permanente
della Giustizia; della commissione parlamentare per le questioni regionali; della commissione per
il parere al Governo sulle leggi per gli interventi nel Mezzogiorno; della commissione permanente
della Difesa e della commissione parlamentare per i procedimenti di accusa.
Innumerevoli furono le interpellanze e le interrogazioni da lui rivolte a ministri e ad altri
rappresentanti del Governo su tante questioni politiche e sociali che affliggevano l’Italia e la
Calabria. In particolare: per sollecitare l’inizio dei lavori di costruzione della rete di irrigazione del
Neto-Tacina in provincia di Catanzaro; per indurre l’ente Opera valorizzazione Sila ad assegnare
ai contadini di Isola Capo Rizzuto le terre promesse; per denunciare i rischi alla salute pubblica
derivanti dal fumo e dalle ceneri prodotte dalla fabbrica di laterizi in contrada Passo di Salto di
Catanzaro Lido sprovvista di un depuratore di fumi; per la riduzione dell’orario di lavoro degli
operai saccariferi; per condannare in Parlamento l’attentato dinamitardo compiuto a Taurianova
nel marzo 1971 contro la sede del PCI e la locale Camera del lavoro e per denunciare le violenze
perpetrate a Catanzaro, a Isola Capo Rizzuto e in altre zone della Calabria da bande fasciste e
da gruppi della criminalità organizzata; per chiedere l’applicazione della legge a favore degli ex
combattenti da parte della Direzione del Fondo di Previdenza dei Ferrotranvieri; per chiedere al
Governo e all’AIMA la corresponsione dell’integrazione di prezzo del grano duro e dell’olio di
oliva, ritardo che aveva dato luogo a numerose manifestazioni di protesta, spesso strumentalizzate
dalla proprietà agraria e dalla destra economica ed eversiva; per promuovere, tenendo conto delle
moderne esigenze della ricerca, un disegno di legge in grado di regolarizzare con chiarezza l’attività
sperimentale biomedica.
Quando il senatore Luigi Tropeano durante le campagne elettorali tornava a Badolato, nei suoi
discorsi rievocava sempre tra gli applausi, le epiche lotte dei contadini badolatesi che al grido di
“pane e lavoro” occuparono le terre incolte e la straordinaria partecipazione popolare al celebre
“sciopero a rovescio” del 1950-51 per dare lavoro alla massa dei disoccupati e a quello successivo
del 1952 quando l’intera comunità di Badolato riuscì a ripristinare con un’impresa allora ritenuta
impossibile, l’acquedotto danneggiato dall’alluvione del 1951.
Martedì 7 aprile 1987 a tributargli l’ultimo saluto nella Piazza Fosso di Badolato che i ragazzi
della FGCI partendo dai lampioni di via Giardino avevano preventivamente addobbato con le
bandiere rosse listate a lutto, non c’era la folla oceanica che accorreva ai suoi comizi perché il suo
funerale laico era stato improvvisamente e senza preavviso, rinviato di un giorno e in molti che
erano venuti il giorno prima non vi poterono partecipare. Per ricordarne l’alta e nobile figura umana,
professionale, politica e istituzionale, dalla terrazza di palazzo Spasari si avvicendarono: Franco
Nisticò, a nome delle due sezioni PCI di Badolato; Enzo Ciconte, segretario della federazione
comunista di Catanzaro e Franco Politano, segretario regionale del PCI calabrese.


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