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Data: 31/12/2015 - Anno: 21 - Numero: 3 - Pagina: 18 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

RICORDO DELLA SORELLA ANNA

Letture: 72               AUTORE: Salvatore Mongiardo (Altri articoli dell'autore)        

(Pubblichiamo con piacere lo scritto che segue partecipatoci dall’amico Salvatore Mongiardo,
non solo perché caldo, storico e di evidente attualità, ma soprattutto perché presenta, a chi non
l’avesse conosciuto, Anna Mongiardo, una scrittrice sensibile e coraggiosa, una donna che era
avanti di un cinquantennio nel trattare e nel vivere i problemi del mondo femminile. Una persona,
Anna Mongiardo, che meriterebbe un interesse di ben altra portata da parte del mondo istituzionale
e culturale di oggi.)
RICORDO DELLA SORELLA ANNA
Alla fine del 1964 mi sono laureato in giurisprudenza a Messina con una tesi in diritto
internazionale su L’appartenenza alle Nazioni Unite datami dal professor Ludovico Maria
Bentivoglio. Il suo assistente, Fanara, era stato in Germania per alcune ricerche presso il Max
Plank Institut di Heidelberg e non faceva che magnificare l’ambiente di studi tedesco per la serietà
e capacità. Le laudi della Germania venivano anche dal Magnifico Rettore Salvatore Pugliatti,
vero luminare della musica e del diritto. E, come se non bastasse, si univa a quelle lodi il Preside
della Facoltà Angelo Falzea, gran giurista e professore di diritto privato, autore della Teoria della
Rilevanza degli atti volontari nel diritto.
Io ero scontento dell’ambiente meridionale che sentivo chiuso e arretrato e decisi di partire alla
volta della Germania. A quell’epoca in Calabria c’era abbondanza di posti di lavoro per i neolaureati:
insegnamento nelle scuole, avvocatura, impieghi nei comuni e nello Stato. La vera ragione della mia
emigrazione fu la ricerca di libertà umana e sessuale che in Calabria allora era inesistente.
La mia partenza fu facilitata da una borsa di studio per il perfezionamento degli studi giuridici
in Germania bandita dal Ministero degli Esteri Italiano. Vi concorsi e mi arrivò la comunicazione
ufficiale che la borsa mi era stata assegnata e dovevo passare a incassarla alla Farnesina a Roma,
terzo piano ecc… Feci la valigia e presi il treno da Sant’Andrea per Roma. Mio padre, per prudenza,
mi diede quarantamila lire che io non volevo accettare perché a Roma avrei incassato la borsa di
studio… Il giorno dopo ero alla Farnesina presso l’ufficio competente e mi ricevette l’impiegato,
un buzzurro che mi disse che la borsa di studio era stata annullata e che mi avevano mandato una
comunicazione che comunque io non avevo ricevuto. Io ammutolii e lui insistette a dire che mi
avevano scritto e che comunque la borsa non c’era più, potevo andare via, cosa che feci tramortito.
Ero appena uscito dalla stanza quando mi seguì una impiegata che aveva assistito alla scena, una
signora bionda di una cinquantina d’anni, che mi raggiunse per dirmi che il buzzurro aveva fatto
carte false per stornare la mia borsa e darla a sua figlia. Lei era amareggiata nel vedere un giovane
come me iniziare la vita con una ingiustizia e si offrì di testimoniare davanti ai carabinieri sulla
faccenda se denunciavo il misfatto… Ma io decisi quella sera stessa di prendere il treno: Bolzano,
Innsbruck, Monaco, Francoforte e dopo due giorni mi ritrovai, solo, ad Hannover nella piazza
davanti alla stazione centrale. Ad Hannover lavorai in fabbrica per nove mesi imparando il tedesco,
andai l’anno seguente al Max Plank di Heidelberg a continuare gli studi di diritto internazionale e
successivamente a Monaco di Baviera presso l’Università. Il professore, il grande giurista Murrad
Ferid, mi prese a ben volere ma si lamentò che non ero assiduo ai corsi e mi chiese il perché. Gli
spiegai che dovevo lavorare per mantenermi facendo traduzioni giuridiche per un contenzioso
tra ditte tedesche e italiane. Il professore mi disse allora di andare all’economato a suo nome per
farmi dare una borsa di studio di ottocento marchi -allora una segretaria tedesca ne guadagnava
quattrocento al mese- e così feci. In economato spiegai al funzionario del professore e della borsa
di studio e lui cominciò a contare otto bigliettoni blu da cento marchi che io, immobile, non osavo
prendere. Dissi: Il professore ha detto che verrà domani a firmare… E l’impiegato disse: Se così ha
detto, lo farà. Prendi i soldi e vai!
Quell’episodio mi fece rivivere quanto mi era successo alla Farnesina e provai grande vergogna,
ma solo ora capisco il perché di quella vergogna. Io non avevo reagito andando dai carabinieri come
suggeriva la signora o, meglio ancora, rompendo la testa a quel ladro buzzurro: ero colpevole quanto
lui se non di più… La vergogna era il frutto amaro e meritato dell’ingiustizia da me non respinta.
Cinquant’anni dopo, a ottobre 2015, sono tornato ad Hannover accolto dal carissimo amico
Klaus Flentche, chirurgo in pensione, col quale avevo stretto amicizia durante la mia permanenza.
Klaus mi ha portato in giro per Hannover a rivedere i posti dove lavoravo e vivevo, un’ospitalità
splendida anche se venata di nostalgia. In Germania tutto è perfetto, tutto è in ordine, tutto funziona.
Ma Klaus dice che la vita è pesante, l’organizzazione va continuamente oliata, ci sono sempre cose
da fare e conti da pagare… Per lui la vita è… in Calabria al mare al sole al cibo al vino buono. Oggi
non è difficile arrivare in Calabria: in due ore si vola da Hannover a Lamezia, come ha fatto Klaus
nel 2012 e farà a giugno prossimo quando tornerà a trovarmi.
La mia partenza per la Germania nel 1965 fu vissuta con sgomento dalla mia famiglia e mia
sorella Anna, della quale ricorre il primo anniversario della morte il 21 novembre 2015, scrisse
questa poesia che pubblicò nel suo libro La donna cammello del 1968.
FRATELLO
Anna viveva le partenze come dolore per il distacco o come rimpianto dell’esperienza non
vissuta per paura, come scriveva in quest’altra sua bellissima poesia.
AEGRITUDO
L’occhio trafitto dell’emigrante
e il sibilo del sangue
tagliano le rotaie la mia carne.
Chi sa
se tornerai
fratello mio.
Mi sono svegliata
col cordoglio del viaggio non fatto
e di tutti gli affetti perduti.
Non allentare la presa
lasciami correre in gara col treno.
Le nostre mani attenagliate
strisciando per binari interminabili
l’anima almeno
passerà la frontiera.
Se affetti ho avuto.
- Almeno fantastici sì
Il viaggio della vita di Anna e il mio sarebbero stati fuori dalla norma anche se tra loro
diversi e a volte contrapposti. Questa considerazione mi riporta al lontano 1943 quando, sotto i
bombardamenti della guerra, la mia famiglia decise di lasciare la casa di campagna dove eravamo
accampati. Quella casetta aveva il panorama mozzafiato di Tralò, ma era visibile a tutti gli aerei
per cui mio padre fece preparare una grande capanna nel bosco dove ci spostammo ai primi di
agosto. Mia madre era incinta al nono mese di mia sorella Caterina, che sarebbe nata in montagna,
e portava sulla testa una sporta piena di provviste. Lasciammo le querce da sughero sulla cima di
Tralò rasentando il precipizio di Fabellino e percorremmo il viottolo verso i monti. Io ero tenuto
per mano da zia Mariuzza Ranieri perché avevo due anni. Anna, che ne aveva quattro, andava a
fatica davanti a me portando una gallina bianca che teneva per le ali.
Da quando lei è morta quell’immagine mi torna continuamente in mente e mi sembra la chiave di
spiegazione di tutta la sua vita. Camminando allora ai bordi della voragine, con la sua straordinaria
sensibilità Anna aveva compreso l’assurdità del mondo e aveva deciso: Questo è un mondo di
pazzi, ma a me non fa paura perché io so essere più pazza di tutti.
Salvatore Mongiardo


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