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Autore:     Data: 30/12/2020  
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Data: 31/08/2021 - Anno: 27 - Numero: 2 - Pagina: 6 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

TORNANO I MEGALITI DI NARDODIPACE; E LA STORIA CALABRESE.

Letture: 98               AUTORE: Ulderico Nisticò (Altri articoli dell'autore)        

Si legge mentre scrivo che a Nardodipace stanno conducendo, per l’estate del 2021, delle
attività rivolte a riportare l’attenzione sui megaliti. Quando leggerete queste righe, saprete,
lettori, se hanno avuto qualche esito; e io mi auguro sia positivo.
Sono ormai molti anni dalla scoperta… scoperta, nel senso di prendere consapevolezza della
presenza di alcuni graniti imponenti, che a qualcuno (in questo pezzo non farò nomi di vivi, e
ancor più resterò fedele al motto “parce sepultis”) parvero interessanti; e ne informò qualcun
altro dell’UNICAL. Procedura, come si vede, seria e corretta: se infatti i massi, ad un’analisi
scientifica e con carotaggi, fossero risultati solo emergenze di un giacimento di graniti sotterranei,
allora andavano considerati fatti geologici; al contrario, si poteva ipotizzare fossero opera umana.
Intervenuto io, nella mia infinita modestia, feci subito notare con articoli e scrivendo al
sindaco pro tempore, che il Mediterraneo tutto mostra tantissimi esempi di civiltà megalitiche e
mura ciclopiche: le piramidi, le formidabili strutture di Malta, Micene, i nuraghi sardi… Opere
sicuramente antropiche, e che suscitano stupore per l’evidente difficoltà, almeno ai nostri occhi.
Per dirne una sola, a Malta mostrano un architrave di pietra dal peso stimato di ben trenta
tonnellate!
E in Calabria, quando questa non si chiamava così, e la abitavano Ausoni, Siculi, Itali, Enotri,
Morgeti, Choni; e popoli ancora più antichi per noi senza nome? Feci notare che il territorio tra
le Serre e lo Ionio è zeppo di pietre in qualche modo sacre; e ricordiamo che sacro è una parola
ambigua, e non significa santo, anzi a volte il contrario; come il francese sacrè. Elenchiamo:
Pietra Balena di Torre R.; Pietra del Diavolo di Badolato; Pietra di s. Agnese di Chiaravalle;
Pietra di s. Antonino di Satriano-Davoli…
Bisognava iniziare così, con la toponomastica ufficiale e dialettale, e le memorie storiche.
Ricordo questa facile regola, e che non teme smentita: una leggenda popolare è quasi sempre
vera, o lo diviene nei millenni; le leggende dei dotti sono quasi sempre bufale. E infatti arrivarono
– sorpresa! – gli sbarcatori di Ulisse e i lettori di testi nella lingua dei Pelasgi; e siccome non
c’era la minima probabilità che dicessero il vero, vennero immediatamente creduti. Un giorno
scoprirono la Grotta dei Re, con ben 110 (centodieci) illustri signori sepolti in posizione fetale
e avvolti in pelle di bue. Se non che, ragazzi, c’è che qualcuno ogni tanto ha la grazia di venire
sfiorato dall’Angelo del dubbio, e si pone questa domanda: se ogni essere umano possiede 208
ossa, 110 trapassati fanno 22.880 frammenti ossei. Non se trovò manco uno (01); le pelli di bue
magari se le mangiano i topi. La Calabria è fatta così, purtroppo; e non è fatta bene.
Detto questo, si possono, si devono effettuare ricerche storiche e archeologiche anche su
Nardodipace; e su tutta la Calabria.
Certo, rispetto a mezzo secolo fa, sono stati fatti passi avanti. Allora, quando io
avventurosamente cercavo, Roccelletta era in abbandono; S. Giovanni Theresti, un rudere; il
castello di Squillace, ex carcere e acquedotto; quello di Roccella, ovile… eccetera. Oggi sono
stati effettuati restauri, consolidamenti, pulizie; alcuni Musei – ricordo, per noi, Scolacio e
Kaulon – non invidiano nessun altro luogo d’Italia.
Devo anche dire che, con i suoi quattro e più millenni di storia, ha un patrimonio davvero
troppo grande per mettere mano a tutto: ma, un poco alla volta… Dobbiamo fare meglio e di più.
Quello che conta è l’atteggiamento con cui ci si accosta al passato. È urgente spazzare via
sia i residui dell’antistoricismo illuministico già nel Settecento palesemente politicizzato; sia
l’enfasi barocca dei disinformati in cerca di nonno barone; sia la tirannide tedesca (loss von Rom) che fa parlare solo di Magna Grecia e mai di Calabria romana, romea, medioevale, moderna;
sia le ubbie ideologiche, per cui un Campanella è famoso per una congiura e sconosciuto per
la Metafisica; sia la mania calabrese di cercare per forza un colpevole purché altrui: prima i
Romani, gli Spagnoli, poi i Borbone, oggi Garibaldi, domani i Marziani, purché sia un altro.
L’ulteriore difettuccio da cui liberarsi, è ritenere la storia calabrese come un unicum tutto
speciale (“l’uomo, quando si rovesci nell’ignoranza, fa sé regola dell’universo”, Vico); quando è
una storia comune a tantissimi, con la singolarità di diverse sovrapposizioni. Ma è lo stesso della
Toscana, dove c’erano gli Etruschi, e di loro a un certo punto non si seppe (quasi) più niente; ma
non per questo a Firenze piangono la perdita dei lucumoni e si scordano di Dante. A proposito
di Dante, la Calabria ignora l’esistenza di Gioacchino da Fiore, senza il quale non ci sarebbe la
Commedia. O scoprono che “Dante lo nomina”: egli che ne nomina a molte centinaia, il 75%
per dirne male!
Levate le incrostazioni intellettualistiche e ideologiche varie, si può studiare e amare e
odiare la storia come fanno in tutto il globo; in quanto storia, non in quanto dimostrazione di
generalmente immaginarie tesi; con qualche film storico, romanzo storico, e con quella cosa
poco nota in Calabria che è il turismo culturale.
Anche a Nardodipace, eccome.


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