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Data: 30/04/2008 - Anno: 14 - Numero: 1 - Pagina: 6 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

DI VINCENZO AMMIRA

Letture: 2060               AUTORE: Antonio Barbuto (Altri articoli dell'autore)        

In una delle mie pi recenti scorribande domenicali a Porta Portese, mi capitato di scorgere a terra ai piedi duna bancarella di libri stravecchi, spampanata e deturpata da sottolineature con evidenziatori di vari colori, lantologia Poesia e Prosa di Consonni e Mazza che fu la mia antologia del Ginnasio, mentre quella della Media fu laltrettanto bellissima Tempi nostri di Piero Nardi che aveva sulla copertina gialla un disegno di Sironi con un cavallo un po storto. Prima dora non mi era mai capitato di rivederla e quindi ho avvertito una certa emozione: lho presa in mano e sono andato diritto alle pagine dedicate al Bacco in Toscana di Francesco Redi e alla A Pippa di Vincenzo Ammir: le prime due letture, fuori dalle imposizioni scolastiche e, se posso dirlo a distanza di decenni, eversive, dei miei quattordici anni. E subito dopo rintracciare gli articoli sul gioco del calcio di Bruno Roghi (che leggevo sul Calcio illustrato) e di Francesco Flora: erano i soli titoli che a distanza di decenni avevo fermi nella memoria. Se Redi entrato dufficio nei miei studi di homme de lettres, la poesia di Ammir ho continuato periodicamente a rileggerla e negli anni ad ascoltarla recitata, a memoria, dal mio indimenticabile amico Vincenzo Guarna: ricordo con commozione struggente lultima volta, qualche anno fa destate, al Teatro del Grillo nello spettacolo estivo annuale che un gruppo di amici organizzavamo, e in quella medesima occasione anchio mi sono esibito nella recita, naturalmente a memoria, del V canto dellInferno dantesco. Lemozione provata a contatto di quelle pagine consumate, mi indusse a scegliere, come argomento della rubrichetta, Vincenzo Ammir. Anche perch dopo quel primo incontro clandestino, ai tempi della mia galera salesiana, col poeta di Monteleone, altri ne seguirono in virt dellacquisto dei due volumi delle opere complete (Tragedie e poesie, Froggio editore, Monteleone 1928, e Poesie dialettali, ivi, 1929) dalla solita donna Delina, abituale fornitrice di quasi tutte le opere di letteratura calabrese che amorosamente conservo nella mia casa di Canale kilometrotre. A beneficio dei lettori de La Radice ricorder alcuni dati biografici essenziali: Vincenzo Ammir nacque a Monteleone il 2 dicembre 1821 e vi mor il 6 febbraio 1898. Vito G. Galati nel suo unico volume Gli scrittori delle Calabrie -limitato alla lettera A- scrive (pp. 137-138) che il nostro autore fu alla scuola dellumanista Raffaele Bucciarelli, alla quale appartenne anche Francesco Fiorentino, e, per le sue idee di libert, soffr il carcere e lesilio. Pi tardi divenne professore nel Ginnasio di Monteleone, ma poi, a causa del suo lubrico poema La Ceceide, fu esonerato dallinsegnamento, e, fiero sempre visse in non poche strettezze. Di carattere scontroso, incapace di adulazioni, ebbe pi nemici che amici, giacch i suoi concittadini, dogni taglio, furono raggiunti dalle sue satire mordaci e colpiti nei loro vizi [...]. Le sue satire sono popolarissime ancora nella Calabria e i suoi versi dialettali si ripetono di generazione in generazione. `E9 certamente uno dei maggiori poeti dialettali calabresi. Per la presente circostanza, da Marino, prelevati dalla mia biblioteca calabrese del Canale, mi son fatto mandare i volumi che, riletti dopo tanti anni, confermano lantica opinione che la produzione dialettale sovrasta, per originalit di ideazione e resa poetica, le cose scritte in lingua, frutto piuttosto di sapienza letteraria acquisita nella frequentazione del mestiere di lettore e di professore. Perci ho deciso di trattare solo delle due composizioni -A Pippa e La Ceceide- che hanno assicurato pi di tutte le altre la fama presso i lettori contemporanei e quei posteri che hanno curiosit e interesse a leggere i nostri autori calabresi pi rappresentativi. Le diciassette ottave de A Pippa, nel loro tono epico senza enfasi, sono di una bellezza sublime per ideazione tematica e perizia tecnica. Il poemetto la celebrazione appassionata e malinconica della cara, fidata cumpagna mia/affummicata pippa di crita che, come talismano ha accompagnato lautore in ogni momento della vita fino alla compenetrazione totale cchi ti gustava, cchi mi ncarnai e quindi diventandone testimone di ogni palpito tu di chistanima gioia, allegria,/tu sai la storia di la mia vita,/e nuju, nuju megghiu di tia/pe quant longa, quant pulita e talvolta persino nume tutelare dellispirazione poetica: tu majutavi quando la musa/facia lu gnocculu, trovava scusa. Come testimone silenziosa e rassicurante negli appostamenti amorosi e come riusciva a placare turbamenti e insonnie: tincha a la curma, tappiccicava,/e accuss subitu maddormentava o talvolta lo isolava e tutelava dalle quotidianit e lu toi fumu, pippa antiquaria,/li mei portava castej naria, cos lo ha seguito nel carcere e nellesilio: tu ntra lu carciaru pensusu, amaru,/tu pe lu siliu mi secutasti;/si tutti lautri salluntanaru. Infine non gli resta che esprimere il voto estremo: Venendo a moriri dintra la fossa/ti vogghiu accanto di mia curcata/e accuss queti saranno stossa // passanu lanni, chiusu, scordatu,/dormu cuntentu, dormu mbiatu. Ma alla fine delle fini, nellimmaginata deflagrazione delluniverso grandiosamente rappresentata Cadi lu suli, cadi la luna,/li stiji cadinu, penza fracassu,/laceji ciangiunu, lacqua sbajuna,/li munti juntanu, sassu cu sassu/nsemi si pistanu, e ad una ad una/li cerzi stimpanu; si fa nu massu,/sbampa lu focu, tuttu cunzuma- la certficazione dellannientamento della desertificazione della bellezza delluniverso sigillata nel verso finale che non sai se giocoso o esprime lamaritudine della fine dogni cosa: Cu ndeppi, ndeppi, cchi non si fuma. La Ceceide laltro componimento corresponsabile della fama di Vincenzo Ammir e le vicende biografiche e editoriali ne sono prove inoppugnabili. Nel 1854 Ammir fu incarcerato perch durante una perquisizione in casa sua fu trovata una copia del Decamerone e il manoscritto della Ceceide, scritto di canzone contraria al buon costume. Fu cos condannato a due mesi di esilio, alla confisca del volume e del manoscritto, alla multa di venti ducati a pro del Real Tesoro e alle spese del giudizio. Cos raccontano le cronache. Un suo discepolo, Eugenio Scalari, lo indica come lanima dei crocchi e delle brigate ridarecce monteleonesi e lo ritrae attore efficace dei suoi versi: Chiara era la sua voce, che aveva inflessioni corrispondenti alle parole, le quali accompagnava con gesti molto vivaci [...] e il suo aspetto assumeva allora una espressione caratteristica perch sollevava il dorso che era un po arcuato, mentre chinava alquanto la testa dallampia fronte sul petto, e vibrava gli occhi penetranti e la lingua sottile da sembrare una scultura di fauno antico (in Galati, op. cit. pp. 137-138). Unultima informazione sulla protagonista del poemetto, sempre lo Scalfari come fonte, riportata dal Galati (p.138): Cecia era unetera venuta di Troppa in Monteleone. Quivi le donne, appartengano al popolo o alla signoria, sono assai belle, e di l era venuta lei che era bellissima ed era vissuta amando e facendosi amare pei suoi vezzi finch le veneri del corpo si son mantenute vive; da vecchia fu paraninfa damore, e moribonda fece, come dice il poeta, il suo testamento, nel quale lasci, presente un notaio, a questo e a quello, compreso lo stesso notaio e il gran filosofo Galluppi, suo concittadino ed amatore, secondo lei, le varie parti del suo corpo, producendo, con le sue equivoche largizioni, il pi schietto sorriso, misto di volutt e di oscenit. La trasmissione del testo stata orale per un lungo ordine di anni, e solo nel 1975 Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio hanno pubblicato il poemetto presso la casa editrice Athena di Napoli. Io, giovinetto, ho avuto la fortuna di ascoltarla dalla voce di Gioivanni Gerace, padre di Lino Fernando e Ionia, appassionato raccoglitore di fotografie e di testi calabresi particolari: me la recit leggendola su un manoscritto sbrindellato di carta ruvidissima. Lo stesso Piromalli pubblic, presso leditore Brenner di Cosenza, il volumetto Ngagghia e Rivigliade che, a mia conoscenza, completa il corpus delle opere di Ammir. La Ceceide un poemetto in tre parti, composto forse su committenza di un amico di Ammir, un tal Saverio Costanzo, collintento di celebrare lanniversario della morte di Cecia. La prima parte dedicata al testamento: li pili de lu cunnu glili lasciu/a cui me lu mprenau la prima vota e cos via seguitando per tutte le altre parti del corpo. La seconda parte, secondo me, la pi bella e la pi vivace per la compresenza dei personaggi protagonisti del rito della morte e delle lamentazioni funebri, tipicamente popolari, delle prefiche, vero e proprio coro da tragedia antica. Ch stu chiantu? Stu lamentu?/Cui moriu? Chi fu? Chi abbinni?/Viju fimmani, oh spaventu,/chi si scippanu li pinni,/tutti quanti scapitati/cu li ganghi graccinati;/via dicitimi, chi fu?/Cecia, Cecia non nc cchi. E quindi al lamento delle prefiche segue linno del poeta a celebrare la bellezza e le imprese della scomparsa: Di ziteja comparivi/ca venivi na cosazza,/ti addurava la pisciazza/chogni cazzu abbiviscivi,/e na canna si facia,/Cecia amata, Cecia mia. Le gesta sono esaltate iperbolicamente secondo gli schemi dellimmaginario popolare sovraeccitato dallexemplum irripetibile per bellezza e sagacia nel donarsi: Ndi facisti chiavaturi/cchi ca fari nda potisti,/li mumenti no perdisti,/ti chiavavi a tutti luri,/ogni pisci ti trasia,/Cecia amata, Cecia mia. Alla bellezza stupefacente e al piacere cercato e goduto va aggiunta la speciale arte di seduzione e di provocare godimento in modo inimitabile che fanno di Cecia sovrana assoluta: Fusti celabri puttana,/ammirabili arrescisti/a dogni arti chi facisti,/fusti mastra arroffijana;/nuja ndeppi comu tia/Cecia amata, Cecia mia. La regalit di Cecia sedusse anche il grande filosofo Pasquale Galluppi che non disdegnava di interrompere le meditazioni filosofiche per abbandonarsi agli svaghi liberatori di Cecia: E Galluppi lu dottuni/puru avisti ammezzu a tanti,/e ti amau, fu pacciu amanti,/ti chiavau ad ogni puntuni/cu la sua filosofia,/Cecia amata, Cecia mia Cecia nobilitata in vita, per cos dire, dallingegno filosofico galluppiano, rester per nella memoria delle generazioni future perch un poeta la cant identificandola colla bellezza suprema e colla grazia generosa del donarsi: Si moristi, o gran Signora,/si la morti ti fa guerra,/pe dispettu ntra la terra/lu toi nomi sempi dura,/e lu mundu ti mbidia,/Cecia amata, Cecia mia. Non resisto alla tentazione. Azzardo: anche in questo caso si celebra lossimoro effimero-eterno. Cio: la bellezza per quanto memorabile e canonica effimera ma diventa eterna soltanto per merito della poesia: si pensi ai versi foscoliani: laurea beltade ondebbero/ristoro unico a mali/le nate a vaneggiar menti mortali. Ai miei studenti spiegavo che Antonietta Fagnani Arese sarebbe rimasta personaggio di spicco del bel mondo milanese nelle cronache cittadine compulsate da rari cronisti parrucconi. Invece resta eterna perch la sua bellezza, esaltata dalla poesia del Foscolo come modello e paradigma identitario, durer finch il Sole/ risplender sulle sciagure umane. Un altro esempio portavo ai miei studenti: il torero Jgnazio sarebbe rimasto un grande torero solo nella storia della tauromachia. Resta eterno perch ne ha cantato la vita e la morte Federico Garcia Lorca: Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto:/Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia:/La grande maturit della tua intelligenza: // La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria./Tarder molto a nascere, se nasce,/un Andaluso cos puro, cos ricco davventura./Canto la sua eleganza con parole che gemono/y recuerdo una brisa triste por los olivos. Nella terza parte, invece che alzata verso il cielo da un coro di angeli, Cecia si leva verso lalto, con la vulva fumigante, su una nuvola di membri virili, con unascensione che non troviamo in alcuna letteratura europea e che la parodia delle edificanti ascensioni dello stilnovismo e delle iconografie popolari (Piromalli). Lo studioso che ha reso possibile la lettura corretta del testo di Ammir, infine, sostiene che Cecia diventa un simbolo e la stessa scenografia -che rovescia il significato del rituale religioso della beatificazione della virt e della santit- un mezzo di identificazione con il simbolo liberatorio. Ho citato Piromalli per lautorevolezza e i meriti di editore. Io, per me, resto ammirato della invenzione di Ammir e della sua officina attrezzata in sommo grado che mi permette, a tanta distanza di anni e di cose, di sentirmi meno distaccato e straniero nella mia terra, perch la frequentazione delle parole passa attraverso il filtro sonoro e melodioso in un ragionare che sfugge alla lingua duso e le emozioni che ricevo dalla letteratura alta portano inesorabilmente al pensiero ricorrente della fine delle cose.

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