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Data: 31/12/2017 - Anno: 23 - Numero: 3 - Pagina: 39 - INDIETRO - INDICE - AVANTI

“TRA SÒCIARA E NORA ’NTO MENZU U MARA”

Letture: 212               AUTORE: Giovanna Durante (Altri articoli dell'autore)        

I proverbi calabresi, si sa, rispecchiano il modo di vivere, di pensare e di agire dei nostri antenati, rivelando, quindi, una mentalità chiusa, legata ad arcaiche consuetudini che un tempo condizionavano i rapporti sociali, rendendoli spesso difficili e a volte turbolenti. Sicuramente questo è il caso del nostro detto, conosciuto in molti paesi della Calabria: “Tra sòciara e nora ’nto menzu u mara” (Tra la suocera e la nuora è bene che ci sia un mare di distanza). Si voleva in tal modo evitare che tra le due donne si venisse a creare una situazione di intollerabilità e di dissidio, dovuta spesso ai rapporti invadenti, creati in genere dalla suocera per la sua proverbiale gelosia e per la mania di comando. Rapporti controversi tra suocera e nuora si verificavano spesso nelle antiche famiglie patriarcali dove la moglie del “pater” esercitava di diritto la sua supremazia nella cura della casa e nella gestione familiare; ma, con l’andare del tempo, la convivenza creava un clima di soggezione, di muta ribellione, di contrasti e di sfida tra le due donne del clan familiare. Quando non si riusciva a mantenere la dovuta distanza tra suocera e nuora, era possibile che il clima di tensione ponesse il giovane marito tra due fuochi: approvare il comportamento di sua moglie o schierarsi dalla parte della propria madre? I parenti più vicini alla coppia spettegolavano e parteggiavano ora per l’una ora per l’altra, senza poter dire in definitiva chi avesse torto e chi ragione, anche perché, a dirla con Manzoni, la ragione e il torto non possono dividersi in due parti senza che l’una non ne abbia anche dell’altra. Nel tentativo di evitare un probabile “guaio”, alcuni genitori si preoccupavano di indirizzare il terminologia usata nei rapporti familiari: infatti sino a pochi decenni fa la suocera veniva chiamata “mamma” dalla nuora e dal genero che, in senso di rispetto le rivolgevano la parola dandole del “voi”. Attualmente nuora e suocera s’incontrano poco e nel migliore dei casi si chiamano per nome, dandosi del”tu”, come si fa con conoscenti, coetanei ed amici, solo che nel caso specifico il “tu” assume un aspetto più generico che affettivo, non sempre gradito. In molti casi, genero e nuora si rivolgono ai suoceri chiamandoli semplicemente “sòciara” e “sòciaru”, appellativi normali se vogliamo, ma che personalmente non ritengo di buon gusto. È chiaro che oggi non è più il tempo della sottomissione della donna per amore della “pace familiare”, né quello in cui si temeva moltissimo il giudizio “do mundu”, ove per mondo si intendeva il paese. Non è neanche il secolo in cui la giovane sposa veniva messa da parte nelle decisioni e nei discorsi di famiglia perché si trattava di “cose da uomini”. E non è il vecchio tempo in cui la donna non poteva contrariare il marito e nemmeno ribellarsi in caso di violenza fisica, poiché era legge di famiglia evitare ad ogni costo uno “scandalo”. La vita è spesso così: o troppo o troppo poco! Peccato che difficilmente si riesca ad imboccare la via di mezzo! figlio a scegliere la fidanzata nel proprio paese, meglio se nel vicinato, e cioè nella stessa “ruga”; solo in tal modo si potevano conoscere vita e miracoli della futura sposa, sia per quel che concerneva la consistenza economica che per la moralità dei familiari con cui si sarebbero poi intrecciati rapporti di parentela. Era soprattutto una specie di cautela che mirava ad evitare sorprese spiacevoli in merito alla mentalità e al comportamento della futura sposa; in definitiva si desiderava una nuora da poter facilmente tenere “a bada”. Dal loro canto i genitori della parte “fimmanìna” facevano di tutto perché la propria figlia abitasse lontana dalla suocera ed eventualmente anche dalla cognata, seguendo il noto proverbio: “Bona maritàta, senza sòciara né canàta” (Bene sposata se in casa non c’è né suocera né cognata). Considerando la posizione scomoda della suocera vecchio tipo, si riesce a comprenderla, ma non a giustificarla, in quanto è essenzialmente una madre che, per sua natura, tende a tenere il figlio tutto per sé. Quando questi si sposa e lascia la casa paterna, è normale che rivolga le proprie attenzioni anche ad altri interessi affettivi; ed è allora, dice qualche psicologo, che scatta la molla della gelosia, poiché è come se degli estranei, prima fra tutti la nuora, volessero strapparle l’affetto del figlio! Contrasti del genere in passato sono sempre esistiti, alimentati dalla convivenza o dalla vicinanza delle due protagoniste. Nel rapporto tra suocera e nuora si può inserire il simpatico giudizio del genero che, commentando l’ingerenza della propria suocera nei fatti della sua famiglia, esclamava ironicamente: “La vipera ha morso mia suocera ed è morta”, intendeva con tale espressione mettere in risalto l’atteggiamento velenoso della suocera che spesso s’insinuava tra i due giovani spargendo zizzania nel tentativo, peraltro non richiesto, di parteggiare per la propria figlia o il figlio. Per tale motivo si ricorreva spesso alla citazione del nostro proverbio. Oggi invece con l’evoluzione dello stato femminile, i rapporti tra suocera e nuora sono cambiati radicalmente: la prima si dimostra spesso comprensiva, elastica e condiscendente, difficilmente invadente nei riguardi della nuora, come esige il mondo moderno; mentre la giovane è sempre più padrona di sé, sa gestire il suo fidanzamento, la convivenza a due o il matrimonio stesso, evitando o addirittura vietando ingerenze di qualsiasi tipo. Tali comportamenti sono riscontrabili anche nella

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